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Immigrati, la manifestazione di Brescia (da Bresciaoggi)

LA MANIFESTAZIONE. A Brescia sciopero e corteo degli stranieri hanno «invaso» il centro

Cinquemila in piazza 
fra crisi e voglia di diritti

Thomas Bendinelli

I lavoratori di 45 aziende hanno incrociato le braccia Molte le donne con figli e le presenze degli italiani L’Sos: «Sganciare lavoro e permesso di soggiorno»

·         Martedì 02 Marzo 2010
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«Un giorno senza di noi», l’iniziativa di mobilitazione sui diritti dei migranti a livello europeo, ha ieri avuto il suo battesimo anche a Brescia. 
Promossa dalle associazioni dei migranti di Brescia e provincia e con il sostegno di Cgil e del sindacalismo di base, pur essendo una «prima volta» e cadendo a distanza di appena venti giorni dall’imponente manifestazione del 6 febbraio scorso, è andata anche piuttosto bene.
Poco meno di cinquemila persone si sono radunate in piazza Loggia, dando vita a un corteo per le vie del centro storico. E poi c’è stato lo sciopero in quarantacinque aziende bresciane (Isoclima, NordZinc, OMB, CF Gomma, Abi Plast, Avicola San Martino, GKM Fad, solo per citarne alcune) e in diversi istituti scolastici cittadini, quali il Moretto, lo Sraffa, il Golgi, le scuole insomma dove la presenza di migranti di seconda generazione è ben visibile e corposa.
Ieri questo mondo variegato, era ben presente: lavoratori, donne con figli al seguito, studenti, molti stranieri ma anche tanti italiani. 
IL NOME DATO ALL’iniziativa ne racconta il senso: gli immigrati sono tanti, sono cresciuti negli anni, qui hanno costruito dei progetti di vita. In provincia di Brescia una persona su sette ha un passaporto non italiano. Tra i lavoratori attivi le percentuali di partecipazione al lavoro dei migranti sono anche più alte, soprattutto nei settori metalmeccanico, dell’agricoltura, dell’edilizia. 
NEL TEMPO della crisi economica (ieri questo è stato uno dei leit motiv della giornata) persone che sono qui da anni, che magari hanno un mutuo acceso per la casa, che hanno i figli nati a Brescia e che frequentano le scuole cittadine, si sono dette stanche di essere trattate con ostilità, o peggio, di correre il rischio di tornare nella clandestinità perché hanno perso il posto di lavoro. 
Ieri mattina, dal palco in piazza Loggia, gli interventi che si sono susseguiti uno dopo l’altro, questo concetto l’hanno ribadito in molti modi diversi. «Lo slegare il permesso di soggiorno dall’avere il lavoro è un punto fermo – ha detto Ibrahima Niane della Fillea Cgil -. Il segnale che oggi lanciamo è chiaro: gli immigrati non sono solo lavoratori ma anche persone che vogliono diritti».
Aggiunge che è ora che si parli di diritto di voto, che se ci fosse aiuterebbe se non altro «ad avere toni diversi quando si parla di migranti». 
LA PICCOLA SELMA, sette anni o giù di lì, si autodefinisce «una giovane bambina di origine pakistana» che ha «la voce piccola ma con le parole pesanti». E ricorda una cosa a chi si ostina a considerarla straniera: che la sua casa è qui a Brescia. Solo una delle tante e differenti storie di immigrazione che hanno popolato la provincia negli ultimi anni.

E TESTIMONIANZE. La studentessa senegalese che vede calpestata la sua religione, il boliviano che si sente «cittadino del mondo» 

«Io, costretta a togliermi il velo in classe»

Irene Panighetti

L’accusa: «Brescia si è chiusa» Il tam tam: «Facebook decisivo»

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Un segno di pace nella manifestazione degli immigrati ieri in piazza della Loggia FOTOLIVE
«Una situazione allucinante»: è tagliente S.H., studentessa del Golgi che preferisce non dire il nome «perché già a scuola mi trovo male, figuriamoci se qualcuno legge queste parole». Senegalese, da 7 anni in Italia, vive a Lonato e studia a Brescia; è in corteo assieme a una compagna di classe e connazionale «perché gli altri sono entrati, a scuola non se ne è neppure parlato».
«La cosa più difficile? Il velo: a scuola sono costretta a toglierlo. È ancor peggio che del colore della pelle: portare il velo mi è impossibile e questo mi addolora perché ci tengo ai valori della mia religione che però riesco a onorare solo in famiglia». S.H racconta che «i compagni di scuola non sanno nulla delle mie tradizioni religiose ma si permettono di giudicare e i professori arrivano a dire che l’Islam è sbagliato e che sarebbe da eliminare dalla faccia della terra. Ora mi sono abituata e a scuola tolgo il velo, ma è una sofferenza».
Meno drammatica la situazione di Ali Waqas, 18 anni, studente dello Sraffa, origini pachistane, da 7 anni a Brescia: «A scuola non mi trovo male, anche se a volte ci sono comportamenti razzisti, soprattutto quando i media raccontano fatti di cronaca nera compiuti da stranieri». Pensi che se fossi una ragazza avresti più problemi con gli italiani? «No, sarebbe lo stesso», e poi aggiunge: «Dello sciopero di oggi non ne ho parlato in classe, gli insegnati non lo sapevano». «Professori e studenti non hanno capito l’importanza di questa giornata» aggiunge Akram Harrane, di origini marocchine, alunno della Scuola Bottega e a Brescia da 5 anni «e poi nessuno lo sapeva, l’ho dovuto spiegare io che lo so perché ascolto Radio Onda D’Urto». 
Daniele Codeglia viene dalla Bolivia, vive a Brescia da 15 anni e frequenta il liceo Leonardo. Non sa dire quante persone abbiano scioperato nella sua scuola, dove «non se ne è parlato». A scuola e fuori non ha mai vissuto sulla proprie pelle episodi di razzismo: «Io sono cittadino del mondo, né boliviano né italiano».
OLTRE AGLI STUDENTI delle superiori in piazza anche tanti scolari, per lo più portati dai genitori: Ester Rubiano, 8 anni, tiene stretto un palloncino giallo: «Non so perché me lo hanno regalato» ammette, ma suo padre, Riccardo, di origini colombiane e a Brescia da 17 anni, le spiega subito che è un simbolo contro il razzismo: «Sono qui perché sono straniero – dice – anche se non mi sento tale. In tanti anni che vivo in questa città l’ho vista cambiare, diventare più chiusa». Katia De Col, 39 anni, italiana, lavoratrice nel pubblico impiego, ha scioperato ed è venuta in piazza con i suoi due figli adolescenti: «Ne ho parlato tanto con loro e con i loro amici, abbiamo capito l’importanza di esserci e soprattutto di manifestare la gratitudine a delle persone che vengono qui e ci arricchiscono sia economicamente, lavorando per noi, sia culturalmente». 
Anche Ramona Parenzan, mediatrice culturale, lavoratrice per una cooperativa, ha scioperato «assieme ai miei capi: lavorando con gli stranieri è stato un sentimento condiviso». Ramona è autrice di saggi e spettacoli sull’immigrazione: «Conosco tanti scrittori della cosiddetta letteratura migrante, che su facebook sono stati molti attivi nel promuovere questa giornata».
Arfane Jhadija, cinquantenne di origini marocchine, studia italiano e ha saputo dell’iniziativa dalla sua insegnante di lingua, che le sta a fianco e l’aiuta nell’intervista. In Italia da
5 anni, la donna ha vissuto a San Colombano e solo da 4 mesi a Brescia: «È meglio in città – ammette – per tutto, anche se nemmeno qui riesco a trovare lavoro».
UNA GIORNATA che prosegue tutto il giorno con lo sciopero della spesa ma anche in serata, quando allo spettacolo organizzato dall’associazione Amicicompliciamanti, viene letto un comunicato «perchè – spiega Claudio Simeone, storico animatore dell’associazione – siamo convinti che questo è un giorno speciale: i nostri nuovi concittadini ci hanno ricordato la loro presenza attraverso la loro assenza. Si sono fermati non per ferie o aumenti di salario, soltanto per chiedere il riconoscimento dei loro diritti. Ci sembra opportuno fermarci qualche attimo per riflettere; anche a teatro, luogo del gioco ma anche della memoria e della riflessione. A noi piace condividere i doveri, ma anche i diritti». 

Non solo rabbia:
striscioni, ma anche palloncini

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