Informazioni che faticano a trovare spazio

Strage di Brescia, la parte civile punta il dito contro l’ex generale dei carabinieri Delfino

Processo per la strage di Brescia. E’ toccato oggi a un avvocato di parte civile, Andrea Vigani, fare il punto sul più grande responsabile, l’ex generale dei carabinieri Francesco Delfino, il vero deus ex machina della strage. Ecco il resoconto di Bresciaoggi del 26 ottobre (nella foto i parenti delle vittime Milani e Trebeschi):

Strage, le accuse a Delfino «Depistò già dal 21 maggio»

IL PROCESSO. Conclusa la discussione degli avvocati delle vittime. Oggi prendono il via le arringhe dei difensori
Le parti civili: «L’ufficiale non fece nulla quando arrivò la lettera anonima che avvisava di un attentato entro fine mese»

26/10/2010

Non c’è la foto di chi mise la bomba nel cestino di piazza della Loggia la mattina del 28 maggio 1974 quando un chilo di esplosivo uccise otto persone e ne ferì altre cento. Non c’è la foto, ma c’è un’impronta. È l’impronta digitale di Francesco Delfino, che nel ’74 era al comando del Nucleo investigativo dei carabinieri di Brescia, l’investigatore che avrebbe dovuto fare il possibile per scoprire gli autori dell’attentato e, al contrario, fece di tutto per allontanare le indagini dalla verità.
È LA CONVINZIONE di Andrea Vigani, avvocato di parte civile che ieri, insieme ai colleghi Andrea Ricci e Alessandro Magoni, ha analizzato punto per punto il depistaggio messo in atto dall’ex generale dei carabinieri per dimostrare, come sostenuto dall’accusa che per Delfino ha chiesto l’ergastolo, che l’ufficiale dell’Arma sapeva della strage e non ha fatto nulla per impedirlo. L’accusa ha chiesto l’ergastolo anche per Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi, Maurizio Tramonte e l’assoluzione per Pino Rauti. Alla richiesta si è associata buona parte dei difensori di parte civile, tranne Riccardo Montagnoli, Pietro Garbarino e Giovanni Salvi che ha presentato ieri le sue richieste di condanna alla corte d’assise.
La giornata di ieri, l’ultima dedicata alle parti civili con l’intervento anche di Fausto Cadeo e Gianluigi Abrandini, si è concentrata su Delfino. E oggi saranno proprio i difensori dell’ex ufficiale dei carabinieri a iniziare la loro arringa.
Dopo aver ritracciato il ruolo di Maggi, organizzatore della strage e leader del gruppo eversivo veneto legato a doppio filo con gli eversori di Milano, di Tramonte, informatore dei servizi e al tempo stesso membro effettivo della cellula eversiva e di Zorzi, che si incaricò di procurare l’esplosivo (come ricordato in mattina dall’avvocato Federico Sinicato che rappresenta Cgil e familiari di Euplo Natali) nel «mirino» dei legali di parte civile è finito Delfino e il disegno di un gruppo di potere che puntava a sovvertire le istituzioni appoggiandosi a gruppi eversivi.
Si parte da un presupposto essenziale, offerto dall’avvocato Ricci: «Delfino è un ufficiale di grande professionalità, capacità investigativa e anche di coraggio fisico. È un’indagine di Delfino che porta alla cattura di Renato Curcio».
Delfino quindi è un ufficiale dei carabinieri d’azione, non è uno stupido e lo dimostra la sua carriera. E perchè, la domanda è d’obbligo, prende un grosso granchio incolpando della strage Ermanno Buzzi e il suo gruppetto di ragazzotti di bassa criminalità? Perchè individua Buzzi come il vertice dell’organizzazione e non come la base di una piramide che porta alle Sam di Milano e a Ordine Nuovo di Carlo Maria Maggi?
E SÌ CHE GLI INDIZI c’erano da subito. I carabinieri di Padova hanno fin dal 7 di giugno le informazioni contenute nella velina del 6 luglio di «Fonte Tritone», Maurizio Tramonte, che indica in Maggi e in Giangastone Romani gli ideologi del gruppo che vuole dare una scossa e dare fuoco alle polveri. E i rapporti tra il comandante di Padova Del Gaudio e Delfino, come affermato da Ricci, sono dimostrati.
Ma non solo. Il 21 maggio al Giornale di Brescia arriva una lettera anonima (è certo che la scrisse Buzzi) in cui si avvisa che entro la fine di maggio ci sarà un attentato: la missiva è per avvisare i cittadini di stare lontani da treni, stazioni, caserme e luoghi frequentati dai «rossi». La lettera finisce in Prefettura, questura e ai carabinieri, ma non si fa nulla.
«Una coincidenza strana – spiega Magoni – visto che la lettera arriva dopo mesi di attentati in tutto il Nord Italia e dopo la morte, due giorni prima, di Silvio Ferrari in piazza Mercato».
C’è la lettera, ci sono le minacce, ma nessuno fa nulla. C’è il riferimento al gruppo eversivo, a Ordine nero e Delfino, che ha Buzzi come confidente, non solo per i furti di quadri, ma anche per altre questioni, per gli avvocati di parte civile sa benissimo di cosa si sta parlando. «Può capire – spiega Magoni – che la lettera è stata scritta da Buzzi, perchè le informazioni avute da Buzzi per noi erano arrivate anche a Delfino». Ma nessuno fa niente.
«Poliziotti, carabinieri e cittadini – spiega Ricci – presenti in piazza sono tutti nella stessa situazione: sono carne da cannone».
E ANCORA. Tutti gli ufficiali il giorno della strage sono via da Brescia, benché le caserme fossero indicate come luogo sensibile nella lettera di Buzzi. «C’è solo il tenente Ferrari – prosegue Ricci – che non sa nulla della lettera, nessuno lo aveva avvisato che quella gravissima minaccia avrebbe potuto verificarsi quel giorno».
E anche qui un’altra coincidenza strana: Ferrari non verrà mai sentito dagli inquirenti.
Questo è solo l’inizio, sono le premesse, perchè l’inquinamento più devastante di Delfino, per gli avvocati Ricci, Magoni e Vigani, si concretizza con la prima pista Ferri.
Il 30 maggio, due giorni dopo la strage, a Pian del Rascino muore in un conflitto a fuoco Giancarlo Esposti, delle Sam, legato, come emerso durante il procedimento, ai carabinieri e anche a Delfino. In tasca Esposti ha una foto di Cesare Ferri (processato per la strage, assolto e anche risarcito per ingiusta detenzione). D’Intino, che era a Pian del Rascino si lascia scappare che forse Ferri aveva a che fare con la strage di Brescia: Ferri viene fermato, ma D’Intino ritratta tutto e il 4 il giovane milanese viene rilasciato.
Nel frattempo il primo giugno Bresciaoggi pubblica la foto di Ferri e don Gasparotti lo riconosce: è un giovane visto in chiesa, la mattina della strage. Il sacerdote l’8 giugno parla con il brigadiere Toaldo del nucleo investigativo e riferisce tutto. Ma don Gasparotti viene sentito dal giudice Giovanni Arcai solo il 25 di giugno, quindici giorni dopo. «Questi giorni si posso addebitare a Delfino. Toaldo dice di non aver detto nulla a Delfino, ma questa non è la verità» è la convinzione di Vigani. Tanto più che Delfino avvisa Arcai la mattina del 25 giugno che c’è il sacerdote che avrebbe visto Ferri, quando Arcai lo aveva già convocato. Il 26 di giugno Ferri sparisce e se ne va per mesi in Grecia e prepara un alibi.
«Quindici giorni sono un buco che taglia sul nascere una pista che avrebbe potuto portare a Orine Nuovo e da lì alla centrale veneta. Questo inquinamento – è la conclusione di Vigani – è l’impronta digitale di Delfino sul luogo del delitto».

Wilma Petenzi

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