L’Italia di Malegno e degli altri dieci comuni del bresciano: ospitalità , corsi di lingua e lavori utili per gli immigrati
mercoledì, ottobre 12th, 2011Una storia bresciana, della Valcamonica: il comune di Malegno (nella foto) che adotta gli immigrati e insegna loro la lingua italiana. Con Malegno altri dieci comuni: Edolo, Sellero, Capo di Ponte, Cerveno, Breno. Berzo Inferiore, Esine, Artogne, Pian Camuno e Bisogne. E’ l’altra Italia diversa dalla Lega, ecco la provincia di Brescia che mostra un volto diverso. La Lega, tra l’altro, proprio in provincia di Brescia (e anche nel bergamasco) aveva perso alle ultime elezioni un po’ di piccoli comuni, un fenomeno poco rilevato dai media ma che la dice lunga sul mal di pancia del leghismo oggi. Ecco l’articolo del Manifesto dell’11.10.2011 su Malegno e dintorni. Viva l’Italia che si ribella alla demagogia e alla xenofobia.
IL MANIFESTO, 11 OTTOBRE 2011
Immigrazione. L’esempio del piccolo comune di Malegno che accoglie una parte dei rifugiati insegnando la lingua. E la Lega protesta dimostrando di aver fallito come forza di governo
Italiani, brava gente: l’accoglienza possibile
di Ilenia Sina
Sabato 25 giugno. Gian Pietro Cesari, sindaco di Artogne viene informato dell’arrivo da Manduria (Taranto) di 99 profughi richiedenti asilo nel suo coÂmune solo la sera precedente con una teÂlefonata della Prefettura di Brescia. «Non avevo voce in capitolo, potevo solo prenÂdere atto che sarebbero arrivati» spiega. Destinazione: Le Baite di Montecampione, il residence che sorge solitario in mezzo ai pascoli e alle piste da sci, balzato agli onori della cronaca anche fuori dai confini nazionali. Il sindaco ricorda come era stata garantita «la presenza della Protezione Civile, della Croce Rossa e delle associaÂzioni del terzo settore che avrebbero accolto cento ragazzi di varie nazionalità , per di più con quella storia alle spalle». E invece, quando dall’alto dei 1800 metri dove si trovano Le Baite avvista i due pulÂman inerpicarsi per i tornanti che separano la struttura ricettiva dal primo centro abitato, preceduti solo da una volante della polizia, «ho capito che sarebbero stati abbandonati li».
Abbandonati da tutti. Niente Protezione Civile. Niente terzo settore. Nemmeno la Croce Rossa (due adÂdetti per un’ispezione) accettò di gestire un presidio medico permanente a quella quota. «Se la società civile non si fosse auÂtorganizzata per aiutarli, la situazione saÂrebbe diventata esplosiva» denuncia Carlo Cominelli, presidente della cooperativa sociale Kpax, ente gestore del Sistema di protezione richiedenti asilo rifugiati (Sprar) di Breno. Fin dai primi giorni «senza che nesÂsuno ce lo avesse chiesto e a titolo gratuiÂto» ha curato le sorti dei rifugiati ospitati a Montecampione. E così, quel 25 giugno, i 99 profughi (nei giorni seguenti diventati 114), scendono dal pullman in pantalonciÂni e ciabatte, senza nemmeno sapere in quale parte d’Italia si trovino. Roberto e Valentina della rete SuaMontecampione, hanno provveduto a fornire una prima assÂstenza raccogliendo a fondo valle gli induÂmenti necessari per vivere a quelle tempeÂrature. Sono i primi “civili” ad aver messo piede a Le Baite. «Erano stati abbandonati, senza nemmeno una giacca con cui coprirÂsi, in quello che fin dal primo momento ci è sembrato un Cie senza sbarre e senza poÂlizia». I profughi sono stati lasciati lì senza la possibilità di telefonare o di avere dei raÂsoi personali, senza nessuna assistenza leÂgale, psicologica o sanitaria. Più di tre mesi confinati a 1800 mt. E se dal 4 ottobre i profughi hanno iniziato a scendere a piccoli gruppi è solo grazie al “Progetto di accoglienza diffusa” proposto alla prefettura di Brescia dalla cooperativa Kpax, che lo ha elaborato. È stato firmato da undici comuni chiamati a raccolta dalla Comunità Montana, dalla Asl locale (impegnata in un’assistenza sanitaria bisettimanale), dalla Cgil, dalla Cisl‑Anolf (Associazione nazionale contro le frontiere) e da altri soggetti del mondo del terzo settore. Undici comuni, Edolo, Sellero, Capo di Ponte, Cerveno, Breno. Malegno, Berzo Inferiore, Esine, Artogne, Pian Camuno e Pisogne, per sessanta posti totali. La speranza è trovare altre disponibilità anche nella bassa bresciana in modo da svuotare entro il 30 ottobre sia Le Baite di Montecampione che il villaggio “Miò” di Val Palot a Pisogne, una “Montecampione” dalle dimensioni minori.
La buona rete di 11 comuni. Capofila di questo progetto il comune di Malegno, a pochi chilometri da Montecampione, sempre in Valcamonica, che per primo ha sperimentato il successo delÂla micro accoglienza. A Malegno, di fronÂte al flusso di profughi in fuga dalla guerÂra in Libia, il sindaco Alessandro Domenighini ha deciso «di fare la propria parte». Qui, da anni, è attiva una rete di solidarietà attenta alla tematica dell’integrazione tra i popoli e dell’accoglienza dei profuÂghi. «Così non ho dovuto far altro che coÂtattare la cooperativa K‑pax, dichiarare la nostra disponibilità ad accogliere qualÂche profugo e attivare un minimo di rete di solidarietà che permettesse l’integrazioÂne di queste persone». Risultato: dall’iniÂio di giugno un senegalese e quattro ghanesi vivono in un appartamento a Malegno, seguono quotidianamente dei corsi di italiano e tre di loro collaborano al mantenimento dei beni pubblici grazie a un corso di avviamento al lavoro gestito dall’ufficio tecnico comunale. «Uno dei pochi casi, oggi, in cui possiamo dire che il lavoro nobilita» racconta il sindaco di Malegno. Incontriamo Adam, Abib, Ahmed, Ibraim, Rachid, alcuni nemmeno ventenÂni, al mattino mentre ripetono gli articoli indeterminativi con Orsolina, una delle inÂsegnanti di italiano volontarie. Adam sa parlare meglio l’italiano e si lascia distrarÂre dall’entrata di un’estranea accompaÂgnata dal «sindaco Alex», che viene salutaÂto con affetto. Ibraim, che non è mai anÂdato a scuola, non stacca gli occhi dal liÂbro e continua a correggere l’esercizio. «Non siamo scappati in Italia per cercare lavoro ma per salvarci la vita» ci tengono a specificare.
Le loro storie sono simili a quelle di tutÂti gli altri rifugiati. Tutti fuggiti dalla guerÂra. Prima dai propri paesi d’origine dove spesso hanno lasciato o perso fratelli, genitori, mogli, poi dalla Libia dove avevaÂno trovato lavoro. E ancora la «terribile» traversata e i compagni di viaggio «morti in mare su quelle navi vecchie in cui penÂsavi che saresti affondato da un momenÂto all’altro». Ci allontaniamo da Malegno per proseguire in direzione fondo valle da cui si inerpica la strada per Montecampione. Una volta a 1800 metri il fredÂdo pungente preannuncia un inverno inÂsostenibile. «Perfino le mucche che nei mesi estivi ci hanno fatto compagnia a metà settembre sono state portate a valÂle dai pastori. Noi invece siamo rimasti qui» scherzano, ma non troppo, i richieÂdenti asilo.
In tutto a Montecampione sono rimaÂste circa ottanta persone, e il numero è deÂstinato a calare. Il giorno in cui il manifeÂsto li ha raggiunti, fuori c’è troppo vento e fa troppo freddo per qualsiasi attività all’aperto. Così, mentre restano in attesa di conoscere la risposta della commissione preposta a valutare le loro richieste d’asiÂlo, cercano di riempire le giornate come possono. Qualcuno gioca a carte o a daÂma nella grande hall dell’albergo. Il bancone del bar, chiuso, e i cartelloni a forma di fiore che indicano la porta di un babyÂclub rendono ancora più surreale il clima. In molti rimangono nelle camere o vagaÂno per i corridoi. Vengono dal Mali, dalla Nigeria, dal Ghana, dal Senegal, dal BurkiÂna Faso. In tutto tredici nazionalità . Tanti parlano il francese, altri l’inglese.
Ma c’è anche un numero consistente di ragazzi che non ha mai frequentato la scuola ed è analfabeta. Aspettano ansiosi di essere spostati. Gli oltre tre mesi sulla cima delle montagne camune non sono passati inÂdenni, in una situazione psicologica già provata dalle difficili storie personali. «LiÂberi ma costretti dall’ambiente a uno spaÂzio limitato». Carlo Cominelli, che ha geÂstito i primi trasferimenti, racconta di «aver riscontrato una sorta di “sindrome del profugo” che una volta sceso a valle faÂtica a recuperare autonomia e si sente diÂsorientato». Carlo Cominelli non è d’acÂcordo con l’assessore della regione Lombardia alla protezione civile, Romano La Russa, che ha parlato di «standard di accoÂglienza adeguati» offerti dalle convenzioÂni con gli alberghi. Il caso MontecampioÂne «si basa sull’idea che la politica possa affidare ai privati l’accoglienza scaricanÂdo su quest’ultimi responsabilità che la politica stessa ha deciso di non assumerÂsi» commenta Carlo Cominelli. Esauriti i posti dei centri che tradizionalmente acÂcolgono i profughi, come lo Sprar di Breno (con la coop. K‑Pax ed il centro accoÂglienza Casa Giona della Parrocchia di Breno) e la Caritas, sono stati gli albergaÂtori privati, rappresentati da FederalberÂghi, gli interlocutori principali del tavolo preposto ad affrontare l’accoglienza.
La “sensibilità ” di Federalberghi. Il compenso per la «sensibilità sociale» di questi albergatori va dai 40 ai 47 euro al giorno per ogni rifugiato accolto. Il tutto per vitto, alloggio e «qualche servizio». Tanto per dare l’idea il gestore del residenÂce Le Baite di Montecampione ha preso 42 euro a migrante che moltiplicati per 114 al giorno per oltre tre mesi costituiscoÂno un vero e proprio business. «Nella fase iniziale la questione è stata affrontata solo da un punto di vista tecnico mentre è mancata la volontà politica che invitasse tutti gli amministratori a un senso di responsabilità » commenta Oscar Panigada, sindaco di Pisogne, anche lui avvertito soÂlo la sera prima dell’arrivo di trenta profuÂghi nel suo comune. «Siamo stati sorpassati» protesta il sindaco di Artogne, «inoltre i profughi dovevano essere distribuiti omogeneamente sul territorio nazionale». InÂvece in provincia di Brescia su 375, ne sono stati “portati” in Valcamonica ben 258. In città e nella bassa bresciana è passata la linea della Lega Nord del “Noi non li voÂgliamo” e quasi tutti sono finiti sui monti. «Lontani dagli occhi, lontano dal cuore» commenta il sindaco di Artogne.
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