Quella notte tra Riofreddo e Carsoli, tra i banditi sequestratori e i Nocs reduci dal “fuoco amico” in cui era morto l’agente Donatoni

martedì, ottobre 25th, 2011

Bella inchiesta di Federica Angeli e Marco Mensurati (Repubblica) sui Nocs e suol loro patto segreto dopo la morte di Samuele Donatoni (nella foto).

Ricordo quell’autunno del 1997.

A Riofreddo c’era quella rotonda in cui doveva avvenire la consegna del denaro per il sequestro Soffiantini e in cui era morto l’agente dei Nocs Donatoni (una rotonda della strada provinciale e non la piazzola autostradale della A24, come dal grafico di Repubblica).

La rotonda sembrava scelta in un posto strategico: sul confine tra Riofreddo e Carsoli, tra la provincia di Roma e quella dell’Aquila, tra Lazio e Abruzzo. Un crinale degno di quiproquo, tale da far scattare competenze diverse, forse ideale per sequestratori.

Su quell’aiuola qualcosa quadrava poco, ma la versione ufficiale era che Donatoni era stato colpito da un colpo di Ak47 dei banditi. Alla schiena? Sì, alla schiena. Boh…Dopo due processi oggi sappiamo che fu “fuoco amico”. E ora su quel fuoco amico sappiamo che è stato costruito un accordo di ferro da parte di quegli agenti che parteciparono quella sera al conflitto a fuoco. E questa è l’inchiesta di Federica Angeli e Marco Censurati oggi su Repubblica.

Ma torniamo a quella sera. Ero stato messo in allarme, ricordo un bisticcio col caporedattore che mi aveva detto “parti subito per l’Abruzzo” e io “Abruzzo dove?” e lui “l’Abruzzo”, poi il bisticcio era proseguito pochi minuti dopo quando mi aveva scoperto al telefono. Stavo chiamando Nicola Calipari, all’epoca alla Criminalpol. “Ancora qui?”.

E così ero tra Riofreddo e  Carsoli, l’inizio dell’Abruzzo. Nella zona era in corso una cosiddetta caccia all’uomo, i sequestratori erano ancora da quelle parrti.

Col fotografo Renato Ciofani e un autista del Corriere – il giornale nel ’97 aveva ancora quattro propri autisti – aspettavamo a Carsoli. M’ero sistemato in vista della Polizia Stradale, era il quartier generale degli investigatori.

A un certo punto vidi partire di gran carriera tre mezzi. Ci mettemmo alle calcagna. I mezzi entrano nel casello dell’A24, noi cerchiamo di fare lo stesso. Stop, l’autostrada viene chiusa lì per lì.

Allora facciamo dietrofront e prendiamo la consolare Tiburtina, direzione Avezzano. La strada corre lungo la A24, la supera in altezza con viadotti e proprio vicino a Pietrasecca – quel paesino che sembra un presepe sulla roccia,  in vista per chi procede da Roma verso l’Aquila – ecco che vediamo dall’alto un tunneldell’autostrada  in cui sta succedendo qualcosa. Ci fermiamo. Dall’alto si vede il tunnel tutto illuminato da improvvisi flash, poi detonazioni varie. Renato punta il suo tele sull’imboccatura. Alle nostre spalle ecco arrivare una gazzella dei carabinieri, inchiodano, scendono con le mitragliette spianate, ce le puntano addosso, ci qualifichiamo, ci intimano di allontanarci. Dobbiamo andarcene. Più tardi sapremo che sono state sparate contro i banditi bombe accecanti, si è spatato, ci sono feriti.

Intanto seguiti per un po’ dai Cc noi proseguiamo sulla Tiburtina. Più avanti c’è Tagliacozzo, l’autista che ha dimenticato di fare il pieno deve fare rifornimento, lo facciamo a una pompa semichiusa, sono ormai le otto di sera e fa buio.

Inutile restare lì, se c’è stata colluttazione ci saranno feriti, l’ospedale più vicino è ad Avezzano.

Quando arriviamo tira una tramontana gelida, l’ingresso del pronto soccorso è presidiato dai Nocs, sono tutti molto nervosi. Una giornalista di Repubblica Elsa Vinci viene cacciata fuori, reagisce con piglio, la situazione si mette male. Riesco a entrare, so che dentro c’è un ferito grave, un bandito (più tardi si saprà che è Mario Moro, morirà poi per quelle ferite). E’ mezzanotte, non ci sono all’epoca computer, detto il pezzo al telefono dell’auto tirandolo giù da una scaletta improvvisata.  Il giorno leggendolo non faceva una grinza. Bravo il dimafonista, comunque.

Che cosa è successo in quelle notte abruzzesi? Il primo processo stabilì che Donatoni era stato ucciso dai banditi. Un secondo processo nato per portare alla sbarra un ultimo bandito arrivò invece alla conclusione che Donatoni era morto per 2fuoco amico”, insomma fuoco dei Nocs.

Più tardi è venuta a galla questa storia di nonnismo tra i Nocs a Spinaceto, morsi e quant’altro, E ora dsi scopre dietro il nonnismo qualcosa di molto peggio, il patto segreto tra i Nocs di allora per coprire la morte di Donatoni.

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