Il viceministro degli “sfigati” raccomandato dal papà

domenica, gennaio 29th, 2012

Ecco il viceministro Michel Martone degli “sfigati” raccomandato poco tempo fa da suo padre. A scoprirlo nelle carte sulla P3 Claudia Fusani che ha scritto questo per l’Unità del 29.1.12:
«Papà Martone chiedeva
un incarico per il figlio»
Negli atti dell’inchiesta P3, l’imprenditore Martino racconta come nel 2009. L’allora avvocato generale della Cassazione perorasse la causa di Michel. Nel 2010 Martone diventa consulente di Brunetta.
Agosto 2010, saletta avvocati del carcere di Poggio Reale. L’imprenditore Arcangelo Martino, in carcere dal 7 luglio insieme con Pasquale Lombardi e Vincenzo Carboni con l’accusa di aver ricreato dalle ceneri una nuova loggia segreta, fa mettere a verbale altri particolari su come il gruppo di amici aveva cercato di condizionare Consulta e Corte di Cassazione, il Csm e le regionali in Lombardia e in Campania.

«Mi sono ricordato – dice Martino all’aggiunto Capaldo e al sostituto Sabelli – che Martone (Antonio, potente avvocato generale della Cassazione, ndr) sosteneva (siamo nel 2009, ndr) che attraverso il partito voleva dare una risposta lavorativa al figlio, che fa il commercialista o una cosa del genere… E invece Vincenzo (Carbone, ex presidente della Corte di Cassazione, ndr) aveva chiesto sempre a Lombardi di avere un incarico dopo la pensione».

Le due richieste, una per il figlio di Martone e una per lo stesso Carbone, «con relativi curricula» vengono veicolate a Dell’Utri. «Sicuramente – assicura Martino – Lombardi chiedeva a Martone e a Carbone di intervenire in qualche vicenda. Non so dire quale ma gliene chiedeva tante…». Gli atti dell’inchiesta (rinvio a giudizio per 20 persone tra cui Dell’Utri e Verdini) hanno raccontato i favori che gli amici della P3 hanno cercato di scambiarsi: il lodo Alfano, che nell’ottobre 2009 avrebbe dovuto congelare i processi del premier e che invece fu giudicato incostituzionale dalla Consulta; il lodo Mondadori, il debito fiscale del gruppo editoriale con lo Stato per decidere il quale la Cassazione prese così tanto tempo da essere anticipata da una leggina …. e via di questo passo. La fortuna conta. I cognomi anche. I meriti talvolta. Gli amici di papà contano moltissimo.

Gli “sfigati” scarseggiano di tutti questi attributi a dispetto, spesso, di qualche merito. La storia di Michel viceministro Martone è condensata in queste poche righe. Nel senso che il ragazzo-professore avrà anche delle qualità ma a questo punto – costretti a dover mettere tutto insieme dopo la ministeriale certezza che sono “sfigati quelli che non si laureano entro i 28 anni”- quello che sembra prevalere è il sistema di amicizie di cui può beneficiare la famiglia Martone. Il babbo, prima di tutto, quello di cui si trovano tracce nelle trentamila pagine dell’inchiesta P3. Perchè è lecito immaginare che il giovane figlio Michel qualche agevolazione potrebbe averla ricevuta anche a seguito delle richieste del padre. Ad esempio nel 2009 Michel ha ottenuto una consulenza di 40 mila euro dall’allora ministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta per «interventi in materia di digitalizzazione nel settore pubblico dei Paesi Terzi». Alla fine del 2010 papà Antonio lascia anzitempo la magistratura dopo che il suo nome risulta tra i frequentatori degli amici della P3, presente a pranzi (in casa Verdini) e in ristoranti di Roma dove, secondo le accuse, Lombardi e amici cercavano di decidere nomine, candidature e sentenze. Una carriera lampo. Antonio Martone non è mai stato indagato ma solo sentito dai magistrati come persona informata sui fatti.

Da segnalare che l’incarico al figlio arriva poco prima la nomina del padre a presidente del Civit (dicembre 2009), la Commissione ministeriale sulla trasparenza nella pubblica amministrazione. Michel Martone è sicuramente un giovane brillante accademico che ha bruciato le tappe: laurea a 23 anni, ricercatore e avvocato a 26, associato a 27. A 29 anni è professore ordinario, cattedra a Teramo di Diritto del lavoro. A Siena, dove acquisì l’idoneità nel 2003, la Commissione parlò di «aspettative» più che di «certezze». Di certo, ammette oggi il viceministro, «ho sempre cercato di essere all’altezza della mia fortuna».

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