Vespa e i suoi falsi su via Rasella: lo ricompensano con una mostra al Vittoriano sui Ghetti ebraici del nazismo

martedì, gennaio 24th, 2012

I Ghetti nazisti. Come può un personaggio come Bruno Vespa occuparsi di questo tema che farà impallidire i poveri  insorti del ghetto di Varsavia?
Ma sì, il triste presente ci propone anche queste stranezze. Il 26 gennaio si inaugura al Vittoriano a Roma, alla vigilia del giorno della memoria, una mostra che è firmata da Vespa. Lo stesso che come ricorda Rosario Bentivegna nel suo libro appena uscito “ Senza fare di necessità virtù” (Einaudi) ha attinto a piene mani nelle falsificazioni e nelle leggende metropolitane su via Rasella e quindi sulle Fosse Ardeatine.
“Nel suo ponderoso volume Storia d’Italia, da Mussolini a Berlusconi – scrive Bentivegna – si tornava a parlare di me come di un giovane terrorista ribelle, esasperato dal fanatismo comunista, che aveva preso di testa sua l’iniziativa di “fare esplodere due bombe in via Rasella (….) mentre passava  una compagnia del battaglione altoatesino Bozen” causando “la rappresaglia  tedesca (che) fu oltremodo feroce…”.
Prosegue Bentivegna: “E come al solito mi si accusava di non essermi “consegnato ai nazisti per  risparmiare la vita di centinaia di innocenti”, nonostante “l’avvertimento scritto sui manifesti fatti affiggere dal comando tedesco”. (pagina 21 del libro di Vespa, Milano, 2004)

Un falso variamente ripetuto, ora parlando di manifesti, ora di appelli radio, ora di inviti pubblici, smentito dai fatti: tra l’attentato e l’eccidio alle Fosse Ardeatine passarono solo 22 ore, non ci fu materialmente il tempo per simili iniziative. Ma Vespa scrive lo stesso dei manifesti inesistenti.

Bentivegna racconta di aver intavolato uno scambio di lettere col Vespa, al termine del quale Vespa ha così cambiato la frase “nonostante l’avvertimento scritto sui manifesti fatti affiggere dal comando tedesco…” con la frase “nonostante la certezza della rappresaglia”.

Ricorda poi Bentivegna che Vespa è tornato comunque all’attacco nel 2006 ricordando che i soldati del battaglione Bozen erano in realtà degli italiani padri di famiglia…

Detto questo, non so proprio come e da chi possa essere stato messa in piedi questa iniziativa che associa il nome di Bruno Vespa al Giorno della Memoria e ai Ghetti ebraici, coadiuvato da storici della Shoà come Marcello Pezzetti.
Francamente è irrilevante saperlo, resta lo sconcerto per il fatto che sia possibile concedere a un  personaggio come lui il privilegio di parlare di cose su cui ha scritto in modo talmente scorretto.

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3 Responses to Vespa e i suoi falsi su via Rasella: lo ricompensano con una mostra al Vittoriano sui Ghetti ebraici del nazismo

  1. Duccio Pedercini says:

    Ho appena finito il libro di Sasà (e devo comprare il tuo!) per cui comprendo bene la faccenda, la reiterazione del dolo di Vespa nella ricostruzione dell’azione partigiana, e la stranezza della firma di Vespa sulla mostra del Vittoriano. Magari ci proporrà un modellino di via Rasella :) o magari del gheto di Varsavia? Vespa è Vespa, un presenzialista, un giornalista non intellettualmente libero, e questa si che è la colpa grave di chi fa il mestiere di informare.
    Ciao Paolo, ci siamo conosciuti in varie occasioni.
    Duccio, Anpi – Martiri de La Storta

  2. Massimo Galletti says:

    Sei una persona molto informata, ma informata sulla verita’ del P.C.I. ovvero non una verita’ VERA ma una verita’ confezionata dal partito ad uso della causa.

    La versione dei fatti da te riportata e’ una nota menzogna circolata a loro discolpa. A confutarla basta una famosa testimonianza pubblicata il 10 febbraio 1949 (in pieno rovente clima antifascita del dopoguerra) sul giornale Italia Monarchica – allora abbastanza famoso – una testimonianza che gli interessati non smentirono. Si tratta del racconto del Sig. Massimo de Massimi – anch’egli antifascista – che, nel marzo 1944, a Rom, ospitava in casa sua Franco Calamandrei , Rosario Bentivegna e una signorina. La sera stessa della strage di via Rasella il De Massimi ebbe il sospetto che autori dell’attentato fossero stati i suoi ospiti. Ebbe allora, con il Calamandrei, un drammatico colloquio cosi’ riportato dal giornale in questione;
    – Siete stati voi
    – Egli mi guardo’ sorridendo: Si, vuoi denunciarci?
    – Non si tratta di denuncie, la cosa non finisce qui. Ci sara’ una rappresaglia sanguinosa
    – A la guerre comme al la gurre, motteggio’ il giovane
    – Come si puo’ parlare con tanta leggerezza? Vite umane saranno sacrificate pervoi; innocenti saranno uccisi senza una ragione Perche’ non dimostrate il vostro coraggio costituendovi? Non potrete mai vantarvi di una cosa simile finche vivrete Cercherete di farvi dimenticare e sarete tormentati dal rimorso. Sacrificandovi, invece, ogni italiano ricordera’ il vostro nome.
    – Retorica, sentimentalismo, sono un marxista, caro mio, e come tale devo conservare la mia fede per la causa. Quella degli altri vale fino ad un certo punto.

    Bentivegna, cercando di giustificare la sua viltà nel libro da lui scritto “Achtung Banditen! Roma 1944” ha affermato “era nostro dovere non presentarci a un bando del nemico che ci avesse offerto la vita degli ostaggi in cambio della nostra”, quanto dire “meglio che muoiano loro che noi”. dimostrando di essere al corrente della rappresaglia.

    In un’altra intervista Bentivegna dichiara: “Non credo che se mi fossi costituito la rappresaglia non sarebbe avvenuta…” (“Oggi” n. 52 del 24 dicembre 1946), dimostrando ancora una volta di essere al corrente della rappresaglia.

    Oltretutto non era tanto quello di sapere se la rappresaglia ci sarebbe stata oppure no. Era noto alle autorità politiche e amministrative, e a larga parte della popolazione, che ad ogni attentato le rappresaglie c’erano sempre, puntualmente. Quello che bisognava appurare era se un avviso, un comunicato fosse stato diramato dal Comando tedesco agli esecutori dell’attentato per invitarli a presentarsi onde evitare una strage di persone innocenti.

    Domenico Anzaldi di Roma, in una lettera al settimanale “Panorama” (n. 414 del 28 marzo 1974) afferma: “Senza voler entrare nella polemica sulle responsabilità della strage delle Fosse Ardeatine, desidero testimoniare che la sera dell’attentato di via Rasella è stato affisso sui muri di Roma, e io l’ho letto, un manifesto preannunciante che il Comando tedesco avrebbe fatto uccidere dieci «comunisti badogliani» per ogni militare tedesco morto” .

  3. paolo brogi says:

    Beh, kil giornale “Italia Monarchica” è già dalla testata, nel dopoguerra e nella repubblica, tutto un programma. Che affidamento dare a questo dialogo? In ogni caso quando mai si è visto in una guerra che una delle parti dopo un’azione si consegna all’altra? E quei mesi a Romna furono una guerra, costellata di numerose azioni da parte degli antifascisti. Quanto al signor Anzaldi può dire di aver visto i manifesti, ma non è vero. Non ci sono mai stati manifesti a Roma di quel tipo, lo stesso Kesselring al suo processo di fronte all’ipotesi di un intervento prima della strage rispoise: Sareb be stata foirse una buona idfea, ma non klp’abbiamo fatto. E poi caro Galletti diciamo francamente, c’erano gli imoboscati, c’erano i fascisti, c’erano i vigliacchi, c’erano quelli che non si sareb bero mossi mai e poi mai…e c’erano anche quelli che invece si mossero rischiando anche la propria vita. Decida lei con chi stare. Io lo so già.

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