All’Aja riconosciuto il diritto all’immunità dello stato Germania. E i diritti delle vittime?

sabato, febbraio 4th, 2012

“Ecco, ora mi viene in mente l’incontro che noi familiari delle Fosse Ardeatine avemmo col presidente Scalfaro. Io mi lamentavo perché la Germania non collaborava su Priebke. E lui mi rispose: Sono più di settanta anni che abbiamo questa Germania tra i piedi…”. Così Rosetta Stame presidente dell’Anfim, l’associazione dei familiari delle vittime delle Fosse Ardeatine, reagisce alla sentenza della Corte dell’Aja che garantisce alla Germania il diritto di “immunità” liberandola da obblighi di risarcimento nei confronti dei familiari delle vittime delle stragi naziste. Amarezza, stupore, constatazione che il diritto delle nazioni prevarica quello delle persone e delle vittime: le reazioni del mondo romano  delle vittime del nazifascismo non tardano a farsi sentire, a poche ore dalla sentenza con cui la Corte internazionale di giustizia dell’Aja ha accolto il ricorso della Germania contro l’Italia per ottenere il blocco delle indennità alle vittime dei crimini nazisti. Secondo la sentenza l’Italia «ha mancato di riconoscere l’immunità riconosciuta dal diritto internazionale» a Berlino per i reati commessi dal Terzo Reich.

“Alla Germani mi pare ormai viene consentito di tutto – aggiunge Rosetta Stame -. C’è una gara a conferirle uno status di regina. Le persone, penso alle povere vittime di quelle stragi naziste nell’aretino da cui è partita questa sentenza, non contano niente. Chi le garantisce? D’altro canto non è solo un problema di Germania, ma di stati più in generale. L’Anfim ormai è ridotta alla mia sola persona o poco più. Ho dovuto licenziare le due collaboratrici che c’erano. Ecco, anche qui in Italia si è fatto di tutto per toglierci ossigeno”. Vera Michelin Salomon, ex deportata, dell’Aned, insiste anche lei sulle responsabilità italiane: “L’Italia ha nascosto le stragi e non istruito i processi quando c’erano ancora i responsabili in giro…E ora come meravigliarsi se si aggiunge la Germania”. Il presidente dell’Anppia Guido Albertelli, figlio di Pilo trucidato alle Fosse Ardeatine, aggiunge: “Il risultato qual è? Quello di una nazione che sembra volersi coprire di misfatti antichi. E allora il principio di immunità che è stato sollevato sembra quasi trasformarsi, in un brutale gioco di parole, in principio di impunità. Su questo dovremo vigilare”. Albertelli richiama anche la questione armena: “Abbiamo una nazione che condanna un’altra, la Turchia, e un terzo stato  come la Francia che dà ragione alle vittime. Anche in questo caso dovrebbe forse valere il principio di  immunità per la  Turchia?”.

“La ragione degli Stati non è quella dei cittadini”, ricorda Antonio Parisella, presidente del Museo di via Tasso. “Purtroppo le guerre lasciano sempre un cumulo di da risolvere. La Germania non mostra alcuna comprensione. Però, occorre dire che anche così non cambierà nulla nel rapporto tra lo stato italiano e i criminali”. Ecco, i  processi in corso e  quelli che potrebbero essere ancora istruiti contro carnefici nazisti:  anche l’Anpi, l’associazione dei partigiani, fa attenzione a questo orizzonte. Pietra miliare per Ernesto Nassi è insistere sul “diritto delle vittime, un diritto da garantire”. Carlo Smuraglia, presidente dell’associazione, si dichiara “sorpreso e colpito dalla sentenza dell’Aia, di cui aspetto di leggere la motivazione per esteso, ma che mi sembra già contrastare con un principio recepito anche dalla nostra Corte Suprema di Cassazione, che cioè quando si tratta dei diritti umani, non ci sono trattati che tengano”. E aggiunge: “In ogni caso ritengo che la sentenza, così come viene presentato il dispositivo, possa riguardare solo la materia risarcitoria nei confronti della Germania; e su questo avremmo modo di discutere. La cosa più importante è che non cessi, in ogni caso, l’affermazione dei diritti e soprattutto non venga meno la ricerca della verità e della responsabilità e quindi si vada avanti nei processi in corso e in quelli che potranno ancora venire”.

Paolo Brogi

corriere.it 3.2.2012

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