Brescia, martedì tornano in aula i primi periti balistici (gli ultimi hanno detto cose opposte). Intanto va avanti la nuova pista veneta

domenica, febbraio 19th, 2012

Brescia, come considerare quell’unico accoglimento – sentire i vecchi periti balistici – di fronte a una lunga sequela di no per le richieste della Procura?

Dispiace certamente che non si sia deciso di approfondire su tante questioni, una su tutte: il casolare di Paese dove Ventura teneva le armi. Però i giudici ne hanno parlato come di qualcosa già noto. Sarà. In questo caso si spera ne tengano conto.

La questione balistici è comunque importante: i vecchi, che ora saranno risentiti, dicevamo cose diverse da quelli  sentiti in questo ultimo processo, nel primo grado.

Quindi, martedì prossimo in aula ci saranno Romano Schiavi e Alberto Brandone, i periti della prima istruttoria. Quelli che, in quanto ad esplosivi utilizzati giunsero a conclusioni opposte rispetto ai periti del processo culminato, il 16 novembre 2010, con l’assoluzione di: Pino Rauti, Francesco Delfino, Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi, Maurizio Tramonte.

Insomma era gelignite e dinamite come ha detto Carlo Digilio e hanno poi sostenuto i primi balistici che ora saranno risentiti? E che non avevano trovato tracce di tritolo? Oppure tritolo come sostenuto dagli ultimi balistici che hanno tra l’altro lavorato solo su carte?

Il quesito è importante anche per la credibilità di tutte le altre affermazioni di Carlo Digilio.

Intanto sul corriere di Brescia ecco questa intervista sulle novità venete dell’inchiesta.

ESCLUSIVA: PARLA IL TESTE CHIAVE DELLA STRAGE DI PIAZZA LOGGIA

La verità di Stimamiglio: «Ci fu un regista cinico»

«Qualcuno in quegli anni si è approfittato dell’ingenuo fanatismo di alcuni ragazzini». I mandanti? «Oltreoceano»

Gianpaolo Stimamiglio è il supertestimone che, con le sue rivelazioni, ha aperto il nuovo filone di indagine sulla strage di Piazza della Loggia. Un’inchiesta che punta a dimostrare il ruolo operativo di alcuni militanti dell’estrema destra veronese nella realizzazione dell’attentato del 28 maggio 1974, quando l’esplosione di una bomba nascosta in un cestino portarifiuti provocò la morte di otto persone e il ferimento di altre centodue. Le dichiarazioni di Stimamiglio, che era tra gli esponenti di Ordine Nuovo e negli anni Settanta apparteneva all’organizzazione clandestini Nuclei di Difesa dello Stato, hanno portato all’iscrizione nel registro degli indagati del veronese Marco Toffaloni, minorenne all’epoca della strage, e di una seconda persona. L’ipotesi dei magistrati è che gli organizzatori dell’attentato si sarebbero serviti della “bassa manovalanza” offerta da ragazzini veneti affascinati dall’estremismo di destra. E mentre a Brescia in questi giorni è iniziato il nuovo processo che vede imputati gli ordinovisti veneziani Delfo Zorzi (che oggi vive in Giappone) e Carlo Maria Maggi, il neofascista Maurizio Tramonte e l’ex ufficiale dei carabinieri Francesco Delfino (tutti assolti in primo grado), gli inquirenti bresciani hanno già ascoltato alcuni testimoni per cercare riscontri alla «pista veronese». A quasi 38 anni di distanza, oggi il padovano Giampaolo Stimamiglio è un sessantenne che vive sotto scorta in una piccola località del Veneto. Accetta di parlare con il Corriere – dice – perché vuole che sia fatta chiarezza.
Dicono che lei è «il pentito di Ordine Nuovo» che può portare alla verità sulla strage di piazza della Loggia. È così?
«Cominciamo proprio da qui: io non sono un pentito – risponde -. Anzi, più in generale non mi sono mai pentito delle scelte che ho fatto e i miei valori di oggi, almeno quelli principali, sono gli stessi di quando ero un giovane deciso a cambiare il mondo. Cambiarlo in meglio, intendo».
E allora perché ha fatto quelle dichiarazioni su Piazza della Loggia?
«Perché voglio smascherare chi ha organizzato certe cose approfittando dell’ingenuo fanatismo di alcuni ragazzini, chi ha deciso di prendere una strada diversa da quella che avevamo sognato. E l’ha fatto solo per il denaro e per inseguire i propri interessi personali. C’è chi ha approfittato della situazione politica di allora per diventare molto ricco, avviando delle collaborazioni».
Con i servizi segreti?
«Mi sembra evidente. Non lo dico soltanto io: è quanto emerge anche dai processi».
Ai magistrati ha detto che il veronese Marco Toffaloni ebbe un ruolo operativo nella strage di Piazza della Loggia. Come andò?
«C’è un’indagine aperta, non posso entrare nel merito. Mi limito a dire che all’epoca c’erano gruppi di giovinastri usati in vario modo da persone che hanno deviato dall’ideologia iniziale, almeno da quella che sostenevamo nel Centro Studi Ordine Nuovo».
Gruppi dell’estrema destra veronese?

«Sì, l’ambiente era quello».
Qual è il suo giudizio sulla strage di Brescia?
«Fu una cosa orribile, come tutti i fatti cruenti di quegli anni. Un episodio che gettò discredito su tutte le brave persone, e ce n’erano tante, che avevano aderito al nostro progetto. Noi eravamo anti-comunisti, ma anche contrari agli eccessi del capitalismo. «E un abominio colpire degli innocenti»: questo si sosteneva nel Centro Studi Ordine Nuovo».
Se il «lavoro sporco» lo fecero i militanti veronesi, chi c’è dietro la pianificazione dell’attentato di Piazza della Loggia?
«All’epoca c’erano due schieramenti contrapposti: la Russia e gli Stati Uniti. Quella di Piazza della Loggia è una strage che affonda le sue radici, il suo stesso concepimento, Oltreoceano». Ai magistrati ha anche accennato ai legami tra Toffaloni e l’organizzazione Ludwig, responsabile di dieci omicidi per i quali vennero condannati i veronesi Marco Furlan e Wolfgang Abel. Per gli investigatori, invece, non c’erano altri complici.
«Quella di Ludwig è una formazione di qualche anno posteriore a Piazza della Loggia. Eppure è evidente a chiunque che Furlan e Abel, da soli, non possono aver commesso tutte quelle azioni. A prescindere dalle conferme che ho ottenuto, mi pare logico che in realtà ci fossero altri complici…».
È pronto a ribadire le sue accuse in un eventuale processo? «Sono pronto a testimoniare. È dal 1994 che collaboro, e se i magistrati dovessero chiedermelo non avrei problemi a ribadire ciò che so davanti a un giudice».

Andrea Priante

Corriere brescia

18 febbraio 2012 | 20:44

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