Processo di Brescia: le parti civili, la responsabilità di Pino Rauti

mercoledì, marzo 14th, 2012
Udienza n. 9 del 14.3.2012 del Processo di Brescia per la strage di Piazza della Loggia. La parola agli avvocati di parte civile (in calce l’articolo di Bresciaoggi sulle arringhe di ieri):
“In piazza Loggia il 28 maggio ’74 c’è stato fumo bianco”, da questa frase è partito Piergiorgio Vittorini, avvocato di parte civile, per ricordare nella sua arringa ai giudici popolari che le nuove regole del giusto processo non vietano di valutare ed acquisire dati e prove del processo Buzzi ritenute fondamentali, quali la perizia Schiavi-Brandone sull’ordigno esploso in piazza della Loggia.
I delitti di strage, per Vittorini, non danno mai la possibilità di ricostruire i vari passaggi che portano all’esplosione dell’ordigno, ma consentono una approssimazione al luogo, al tempo, al mondo della strage.
Per questo è fondamentale dar credito a chi, come Schiavi, ha potuto indagare sui pochi reperti “salvati” della strage piuttosto che a coloro che sono arrivati alle loro conclusioni lavorando sulle carte, i periti nominati dalla corte d’Assise. Ricostruiti tutti i momenti che precedono il lavaggio della piazza, avvenuto alle ore 12.25, l’avvocato Vittorini ricorda come buona parte del materiale raccolto e compresso viene inviato in una discarica, mentre tra quello repertato, la cui destinazione rimane sconosciuta, non viene ritrovato neanche una molla, un frammento di uno dei tanti orologi che sicuramente, come risulta da testimonianze, molti dei morti e dei feriti quella mattina portavano al polso; da qui la deduzione logica che il timer dell’ordigno fosse un orologio o sveglia di cui si sono volute cancellare le tracce; mentre poi si conosce la provenienza dell’esplosivo che era stato utilizzato in tutti gli attentati accaduti a Brescia nella primavera del 1974,, di quello utilizzato in piazza Loggia non se ne conosce la provenienza, ma si sa, dalla perizia Schiavi, che si concilia con l’esplosivo della valigetta di Soffiati.
L’avv. Giovanni Salvi ha sviluppato la sua arringa motivando la sua richiesta di condanna nei confronti di Pino Rauti, capo riconosciuto di Ordine Nuovo, uno degli elementi fondanti del triangolo ordinovista con Romani e Maggi. Dopo aver criticato la sentenza per aver affermato che Ordine Nero di Maggi era ancora un’organizzazione in fieri, sulla base delle dichiarazione di Digilio si evince che la struttura che fa riferimento a Maggi era operante ed effettiva prima della strage di piazza Loggia, e Rauti è un concorrente morale di un reato, quale quello di strage, che ha continuato ad avere rapporti con Romani e le figure più significative della destra eversiva e la cui presenza influenzava l’opera di Maggi e dello stesso Romani; quanti hanno avuto un ruolo nella strage del 28 maggio hanno avuto nel comportamento di Pino Rauti un sostegno alla loro azione ed ilo suo comportamento , prima e dopo l’eccidio, dimostra la sua complicità e responsabilità .
Dopo aver sottolineato che l’organizzazione facente capo a Maggi era in essere da tempo e che il neofascismo stragista aveva riempito le pagine dei quotidiani con gli attentati dinamitardi nel biennio 1973/74, l’avvocatp Gigi Abrandini ricorda la sentenza del giudice Zorzi e l’anomalia di alcuni fatti che riguardano la scoperta della fonte Tritone, la richiesta da parte del giudice del nominativo della fonte, il diniego del SID alla richiesta, l’interrogatorio del maresciallo Felli, CS carabinieri di Padova, manipolatore della fonte Tritone, che ne rivela l’identità, la convocazione da parte di Zorzi di Tramonte che risponde della sua militanza politica e dei rapporti con il CS Carabinieri di Padova. Tutto questo avviene nel momento in cui il giudice sta chiudendo l’inchiesta su Cesare Ferri e rappresenta oggettivamente una copertura dei servizi segreti e dilata nel tempo lo svelamento dell’attività stragista del gruppo veneto di Maggi e Zorzi.
L’arringa dell’avv. Bontempi si articola in due momenti: nel primo ha inteso esplicitare ai giudici popolari come la colpevolezza del reato può essere dimostrata attraverso la prova diretta o indiretta; la prima più tranquillizzante sia della colpevolezza che dell’innoccenza dell’imputato, la seconda è costituita da un indizio, un fatto secondario di collegamento che consente di risalire al fatto di reato. Il processo di piazza Loggia si basa su prove indirette perchè nessuno ha visto Cesare Ferri transitare per la piazza, perchè dimostrarono abilità gli autori della strage, per il lavaggio della piazza, per le attività di depistaggio messi in opera da Bozzallo, Maletti, Delfino, servitori infedeli dello stato.
Fondamentale, a giudizio dell’avvocato, che le prove indirette, secondo l’art.192, comma 2, presentino la caratteristica di essere “gravi, precise, concordanti”, e nei confronti di Maggi esemplifica come la disponibilità di esplosivo, la sua funzione direttiva all’interno di ordine Nuovo sono fatti diversi atraverso i quali arrivare alla colpevolezza dell’imputato.
Nella seconda parte della sua arringa Bontempi parla di Maggi, colpevole per il susseguirsi di una serie impressionante di avvenimenti prima e dopo il 28 maggio 1974: le riunioni a Rovigo, Colognola, Abano terme, le sue dichiarazioni sull’attentato del 28 maggio, il volantino di rivendicazione; ” nella mia attività forenze, aggiunge Bontempi, “Non ho mai assistito ad un processo in cui davanti a tanti elementi di accusa l’imputato sia stato prosciolto”.
L’anomalia di questo processo sta in una sentenza che non ha saputo cogliere il dato che Ordine Nuovo/Nero nella primavera del 1974 agisce con una strategia stragista e che giudica gli imputati, nonostante la quantità degli indizi, sulla base dell’art. 530, comma 2, dimenticando che, se la strage è una sola, ogni posizione individuale deve essereponderata sulla base degli indizi che la coinvolgono.
Bontempi si augura che la prossima sentenza risponda al bisogno di verità e giustizia e che i giudici dovranno essere consapevoli che dopo di loro non ci sarà nessuna corte a giudicare la strage di piazza Loggia del 28 maggio 1974.

Sinicato: «La rivendicazione trapela dall’intercettazione»

PIAZZA DELLA LOGGIA 1974-2012. Arringa fiume del legale di Cgil e famiglia Natali nell’udienza di ieri sulla strage
L’avvocato di parte civile ha parlato della credibilità di Digilio e definito una «pietra miliare» la registrazione del 25 settembre ’95

14/03/2012

Il nonno, lo zio, il dottore. la valigetta, gli esplosivi e quella rimpatriata tra vecchi amici che potrebbe dare una svolta al quarto processo per la strage di Piazza della Loggia. E’ tutto contenuto nell’intercettazione Raho- Battiston, avvenuta nell’abitazione del primo il 26 settembre 1995. UNA DATA CRUCIALE perche Digilio non ha ancora iniziato a parlare di piazza della Loggia. «Se non ha cantato ancora su noi due – dice Piero Battiston a Raho -… è perchè non canta. Cioè… veramente lui sta tirando nella m. quelli che gli stano sui c.». I due parlano di Digilio, il «nonno», e il timore di un loro coinvolgimento nelle indagini sulla strage di Piazza della Loggia è palpabile. Ma sono altri i passaggi che interessano gli inquirenti e su cui si è soffermato ieri Federico Sinicato, legale della Cgil e dei familiari di una delle vittime, Euplo Natali. Nell’intercettazione si parla dell’importanza dei riscontri alle dichiarazioni, ma la preoccupazione si coglie anche in questo altro passaggio di Raho: «E allora se il nonno dice la verità sulle piccole cose ..potrebbe…eh dirla anche sulle grandi». E il discorso cade su quando «per esempio era trapelato, che il nonno aveva detto che Marcello Soffiati, il giorno prima della strage di Brescia … era partito per Brescia conle valigie piene (con la valigia piena) di esplosivo». LA FRASE CARDINE, secondo il legale è quindi questa, relativa «alla conoscenza da parte di Raho, soltanto di Raho, di una sua diretta conoscenza del viaggio di Soffiati con la valigetta da Mestre a Brescia su incarico di Maggi, che è una frase che Raho pronuncia riferendola a una conoscenza autonoma diversa dalle dichiarazioni di Digilio. Questa è la prova cardine». Ma ci sono, a detta di Sinicato altri aspetti pesanti nella convrersazione e più che pesanti probatori. E’ contenuta «una rivendicazione della strage» nel punto in cui si legge « Soffiati è morto …. ».Segue una breve pausa, poi Raho si lascia sfguggire un «…però». Un’altra breve pausa di Raho che infine aggiunge:«il dottore è vivo poi, però» E ancora Raho: «E il Soffiati gli serve per fargli portare la…» E’ QUEST’ ULTIMO il passaggio dove secondo Sinicato si fa rieferimento al mandante. «Soffiati è morto – ha spiegato Sinicato – quindi non può avere più guai da queste dichiarazioni. Il dottore, che è Maggi è vivo, quindi la preoccupazione è per Maggi perchè essendo il mandante dell’invio dell’esplosivo attraverso Soffiati poteva essere imputato per la strage diBrescia» Il legale ha poi operato un raffronto con la sentenza di primo grado: «Tutto ciò ed altro, serve a porre rimendio a due errori commessi in primo grado dalla corte d’assise: il primo è quello di pensare che la prima frase, quella cardine, si dovesse riferire a Digilio, cioè a un racconto fatto da Digilio a Raho e non da altro a Raho. Rispetto a quello che Digilio aveva raccontato il secondo equivoco è quello di pensare che quella frase Digilio l’avesse pronunciata in una delle occasioni in cui erano presenti entrambi, sia Raho che Battiston, periodi che erano avvenuti perche avevano fatto una parte della latitanza insieme, ma questo non è assolutamente vero. Noi perlomeno possiamo dare per scontato che è stata sicuramente pronunciata in presenza di Raho e non di Battiston, siccome Battiston non è in grado di collocare nel tempo il momento in cui avrebe avuto da Digilio quest’informazione. E ANCORA:«Tra l’altro Battiston è credibile perche l’informazione va a Raho e non a Battiston e in secondo luogo i dubbi di Battiston non possono essere utilizzati per dire che quella frase generica, è il rimescolamento da parte di Digilio delle sue stesse dichiarazioni perchè Battison in realtà non è partecipe di quella prima propalazione che invece percepisce Raho». L’intervento del legale ieri ha richiesto più tempo del previsto. Si è protratto per l’intera udienza e le arringhe dei rimanenti colleghi sono previste per oggi, ultima giornata che il presidente della Corte d’Assise d’Appello ha riservato alle parti civili. IN QUELLA DI IERI, oltre all’intercettazione tanto cara anche all’accusa, si è parlato anche della credibilità di Digilio.«Si sono trovate conferme – ha detto Sinicato- alle sue dichiarazioni e una molto importante è il ritrovamento del casolare di Paese dove Zorzi custodiva gli ordigni. Poi ci sono gli spunti di Romani e altro ancora». Si riprende oggi.

Mario Pari

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