In ricordo di Jan Palach

mercoledì, gennaio 16th, 2013

16 gennaio 1969. In piazza San Venceslao un giovane si dà fuoco per protesta contro l’occupazione sovietica della Cecoslovacchia. Si chiama Jan Palach. La notizia, nonostante che i giornali russi non ne parlassero, arrivò anche a Mosca dove un gruppo di giovani osò manifestare in piazza Majakovski. A Praga (nella foto) quattro giorni ebbero il coraggio di manifestare.

Non sapemmo allora che quel gesto disperato era stato poi imitato da altri sette giovani, questo lo si è saputo molto più tardi negli anni.

A Pisa noi “estremisti di sinistra” facemmo allora un volantino su Jan Palach, dicevamo che anche il suicidio poteva essere un’arma contro il totalitarismo. Andammo a distribuirlo alle fabbriche e come era già successo nell’anno precedente, per un altro volantino contro l’intervento dei carri armati russi in Cecoslovacchia, ci scontrammo con le cellule del Pci che non volevano sentire ragioni. In particolare mi ricordo il disprezzo con cui allora operai e piccoli funzionari del Pci parlarono di Palach. Ricordo tutto questo perché all’epoca i cosiddesti “carristi” prosperavano a sinistra, ad esempio erano molto presenti dentro lo Psiup che era nato pochi anni prima con una scissione a sinistra dal Partito socialista.

Dunque ricordo una discreta solitudine intorno a Jan Palach e a quello che rappresentava.

Poi col passare del tempo Palach è diventato addirittura, grottescamente, una bandiera della destra e della destra estrema. Anche questo fa vergogna: cosa c’entrano gli ammiratori del totalitarismo di destra con chi combatteva il totalitarismo, di sinistra?

Ho detto che col tempo si è saputo poi che Palach era stato seguito da molti altri. Questo non sapere allora dà l’idea del mondo ancora blindato e con una circolazione delle cose piuttosto ridotta. Sono molti gli esempi di quegli anni in cui non si sapeva che cosa stava effettivamente avvenendo nei vari paesi, un problema di insufficienza delle notizie reali che ha toccato il mondo in modo esteso dalla Cina alla Cambogia all’Argentina e così via, passando per i paesi dell’est.

Un fatto è comunque certo: anche allora però c’era quel minimo indispensabile per capire da che parte stava la ragione. Se non altro respingevamo il socialismo reale, che nel blocco sovietico aveva la triste incarnazione. E stavamo attenti a cercare di non perdere di vista le ragioni dei più deboli.

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