Il vecchio vezzo di ricorrere ai “saggi”, cronistoria dell’escamotage (da Gian Antonio Stella)

domenica, marzo 31st, 2013

Segnalo questo meticoloso excursus sui saggi di Gian Antonio Stella. I nuovi saggi, figuriamoci! (nella foto Quagliarello al Senato). Da corriere.it del 31.3.13:

LE COMMISSIONI NOMINATE DAL COLLE

L’eterno ritorno al mito dei saggi

L’idea di affidare a gruppi di saggi la ricerca di soluzioni è stata evocata per le questioni più diverse

Non sono mancati neppure i «saggi tra i saggi». In pratica «saggi al cubo». «Saggissimi». Scelti per mediare tra i «saggi» della Bicamerale dalemiana ormai incapaci di mediare. Ma è tutta la storia italiana, spesso stremata da conflittualità dissennate, a traboccare di «saggi».

Prima che Napolitano, nel tentativo di uscire dalle sabbie mobili, scegliesse Valerio Onida, Mario Mauro, Gaetano Quagliariello e Luciano Violante e con loro altri portatori di saggezza pressoché ignoti agli italiani quali il leghista Giancarlo Giorgetti e il pd Filippo Bubbico, non c’è stata occasione di scontro né passaggio storico più o meno importante, che non abbia visto la proposta di ricorrere a un gruppetto di «saggi».
Tre, di solito. E maschi come tutti quelli scelti ieri. A meno che non si tratti di una truppa. Come quando l’Ulivo nel novembre 2006, in coerenza con il governo Prodi che con 102 ministri, viceministri e sottosegretari era il governo più «obeso» di tutti i tempi, diede mandato di scrivere il nuovo Manifesto del Pd alla bellezza di 13 saggi: tredici! Scelta che spinse tutti i devoti della scaramanzia a prefigurare per il nuovo partito fulgidi destini…
Da quando Concetto Marchesi fu saggiamente incaricato dall’Assemblea costituente di una revisione letteraria della Costituzione perché fosse anche «in bello stile», è stato un tormentone interminabile. A tre «saggi» furono affidate inizialmente (prima del varo della commissione d’inchiesta) le risposte sui fini oscuri della P2. A cinque «saggi» giornalisti stranieri (che lasciarono subito perdere: «troppe polemiche») fu chiesto di verificare la correttezza della Rai durante la campagna elettorale del 1994. E via così.

A quattro «saggi» guidati da Fedele Confalonieri fu delegato dalla Federazione Radio Televisioni in quella stessa primavera lo studio «per la revisione legislativa e la razionalizzazione del sistema radiotelevisivo». A un po’ di «saggi del socialismo europeo» Gianni De Michelis propose di dare un giudizio sulla leadership del Psi travolta da Tangentopoli. A un comitato di «saggi» Francesco Cossiga voleva affidare l’inchiesta sul «dossier Mitrokhin» sulle liste di presunte spie italiane al servizio del KGB. Ad altri «saggi» pensò Giuseppe Tatarella per «elaborare le regole del gioco della Seconda Repubblica».
E come dimenticare la strepitosa idea di Giulio Andreotti nel pieno della crisi della Dc? Per salvare il partito suggerì di affidarsi a un gruppo di «saggi» che per sottrarsi al sospetto di mirare a cariche interne future avrebbero dovuto «assumere l’impegno assoluto di non accettare più incarichi per tutta la vita». Insomma, sentenziò dall’alto della sua collezione di poltrone, era necessaria una «castità delle poltrone». Risposta: marameo!

Non parliamo delle polemiche. Non c’è stata proposta di ricorso ai «saggi», specialmente sui temi più sensibili, che non sia stata accolta da fuochi di sbarramento. Si pensi alla scelta di Berlusconi nel 1994 di affidare a tre «saggi» (Antonio La Pergola, Giorgio Crisci e Agostino Gambino) l’individuazione di come superare il conflitto di interessi. «E’ solo fumo negli occhi: una commissione nominata dallo stesso controllante che dovrebbe essere controllato», sbottò Mario Segni. «Non sono garanti, sono consulenti», accusò il costituzionalista Paolo Barile. E Giuliano Amato rise sostenendo che il Cavaliere «cercava l’imparzialità con lo stile esorbitante degli imperatori cinesi».

Sul fronte opposto restano indimenticabili le risposte all’idea di Massimo D’Alema nell’estate del 1998 di affidare a cinque «saggi» (rifiutando la pretesa della destra d’una commissione d’inchiesta) la rilettura di Tangentopoli. «Una battuta vacanziera pronunciata in un afoso weekend», ghignò Silvio Berlusconi. «Perché no? Poi potrebbero fare una seduta spiritica», ironizzò Pier Ferdinando Casini riferendosi alla famosa seduta prodiana durante il sequestro Moro. «Una commissione di saggi?», malignò Marcello Pera, «Potrebbe presiederla Primo Greganti!»
Sia chiaro, talvolta i «saggi» hanno dato davvero consigli saggi. Capitò ad esempio quando Sabino Cassese, Luigi Arcidiacono e Alessandro Pizzorno, incaricati 17 anni fa dal presidente della Camera Luciano Violante di suggerire come combattere la corruzione, proposero di limitare le spese per la politica («Se la spesa è maggiore, maggiore la tendenza a ricorrere a metodi di corruzione per finanziarsi»), di «far conoscere agli elettori sia il nome dei finanziatori sia la destinazione della spesa», di fissare l’ineleggibilità dei condannati per corruzione e tante altre innovazioni che avrebbero cambiato faccia al sistema. Il guaio è che il loro rapporto finì nel cestino.

Ma i ricordi più indelebili sono legati ai «saggi di Lorenzago». Era l’estate del 2003 e per cambiare la Costituzione voluta dai De Gasperi e dai Nenni, dai Togliatti e dai Lazzati, dai Saragat e dagli Einaudi, la destra mandò in ritiro in una baita sulle montagne bellunesi la crema della crema dei suoi costituzionalisti: il notaio pescarese Andrea Pastore, l’avvocato messinese Domenico Nania, il dentista bergamasco Roberto Calderoli e il professor Francesco D’Onofrio che spiegava: «Sul federalismo sono tutti d’accordo con me, solo mia mamma Filomena è contro: sapete, ha una cultura da Trento e Trieste».
Il portavoce del solenne sinedrio benedetto da Umberto Bossi («Io gli ho dato uno schema, poi loro lavorano») e destinato a partorire la riforma poi bocciata nel referendum era il futuro ministro-lampo (17 giorni di mandato fino alle dimissioni pretese dal Quirinale per le grane giudiziarie) Aldo Brancher. Che spiegò le competenze così: «L’esperto di presidenzialismo è Nania. Se lui è a far la pennichella state certi che non affrontiamo l’argomento». La citazione della pennica non era casuale. I «saggi» infatti lavoravano vincendo l’abbiocco dopo pranzi e cene a base di cacciagione, fagioli, patate e vino rosso entrati nel mito.

Tutti uniti. Tanto da spingere Brancher ad ammiccare: «Non lo nego, ci sono stati dei dissapori tra noi. D’Onofrio aveva serie perplessità sulla polenta che ho preparato per cena mercoledì: grigia, alla segale, l’ho fatta con una certa farina integrale che ci arriva da un mulino della Carnia».
La battuta più divertente fu di Francesco Cossiga: «Anch’io un tempo mi occupavo di diritto costituzionale ma di fronte al concentrato di cultura e saggezza che c’è a Lorenzago sarei presuntuoso a pronunziarmi».

31 marzo 2013 | 8:36

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