Andreotti e Manciaracina all’hotel Hopps di Trapani…

lunedì, maggio 6th, 2013

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Andreotti, a Trapani “l’abbraccio” con la mafia

di Rino Giacalone il 6 maggio 2013. Senza categoria

di Rino Giacalone – Giulio Andreotti, morto oggi a Roma all’età di 94 anni, uscì dal processo istruito dalla Procura antimafia di Palermo con una sentenza di prescrizione. I suoi rapporti con l’associazione mafiosa per i giudici furono veri, e passavano per la provincia di Trapani. Episodi però che risalivano ad un periodo così antico rispetto alla celebrazione del processo che l’unico pronunciamento giudiziario possibile fu quello della prescrizione. “Il giorno 19.8.1985, in occasione di una visita a Mazara del Vallo dell’on. Giulio Andreotti, fui incaricato, dall’allora Dirigente del Commissariato di P.S. di Mazara del Vallo dott. Germanà, di sovraintendere al servizio d’ordine predisposto presso l’Hotel Hopps, ove il parlamentare doveva recarsi e pernottare. Era con me altro personale del Commissariato, tra cui ricordo l’Agente di P.S. Giorgio Mangiaracina. Il mio compito era quello di controllare le sale dell’albergo onde prevenire pericolo di attentati, nonché di controllare le persone che entravano, per verificare se non compivano qualche atto sospetto (come ad es. lasciare borse o bagagli in qualche sala). L’on. Andreotti, provenendo dal Consiglio Comunale, giunse all’Hotel HOPPS ove tenne un breve discorso in una delle sale. Dopo di ciò, io notai, innanzi alla porta di una saletta dove si trovava un apparecchio televisivo, l’on. Andreotti, il Sindaco di Mazara del Vallo Zaccaria, ed un giovane che riconobbi in Manciaracina Andrea. Riconobbi il giovane perché l’avevo già visto in Commissariato e sapevo che era uno dei figli di Manciaracina Vito, quest’ultimo persona che sapevo essere agli arresti domiciliari. Ebbene, notai – come ho detto – i tre insieme, e vidi che Zaccaria presentava il giovane Manciaracina all’on. Andreotti, che gli strinse la mano. Ricordo che rimasi un po’ sorpreso di ciò, poiché pensai che l’on. Andreotti trattava cortesemente una persona del tipo di Manciaracina e magari poi a noi della polizia neanche ci guardava. Dopo la presentazione, l’on. Andreotti e Manciaracina Andrea entrarono nella saletta di cui ho detto, e chiusero la porta. Il sindaco Zaccaria rimase invece fuori della stanza, davanti alla porta chiusa, senza muoversi. Passarono circa 10 minuti, quindi, la porta si riaprì, il giovane Manciaracina uscì, e si introdusse nella stanza il sindaco Zaccaria che richiuse la porta dietro di sé. Io seguii il Manciaracina il quale si diresse verso l’uscita dell’Hotel, e andò via.. Per quanto io ricordo, non vidi l’on. Andreotti intrattenersi a parlare con nessun altro, né in quella stanza, né altrove nell’albergo “. Il verbale finito agli atti del processo contro il senatore a vita Giulia Andreotti è stato così reso da un ispettore di Polizia, Francesco Stramandino. Segna uno dei rapporti pericolosi che l’on. Andreotti nella sua carriera avrebbe avuto con la mafia. Il “bacio” con Riina è leggenda, l’incontro con Andrea Manciaracina è dato certo. In quel periodo a Mazara del Vallo trascorreva le sue “vacanze” proprio Totò Riina, “protetto” dalla potente mafia mazarese e della quale Manciaracina, padre e figlio facevano parte.

Andreotti e la mafia trapanese. Antecedente al faccia a faccia mazarese vi è un altro epsiodio.. Si tratta dell’”aggiustamento” del processo a carico degli alcamesi Vincenzo e Filippo Rimi celebratosi nei vari gradi di giudizio tra Roma e Perugia tra il 1968 ed il 1979, per gli omicidi di Giovanni Giangreco, ucciso il 5 settembre 1960 a Villabate, nel palermitano e di Leale Lupo, ucciso il 30 gennaio 1962 a Palermo, figlio di Serafina battaglia la donna che nell’aula della Corte di Assise era andata ad accusare i sicari del figlio, ucciso perchè si dava da fare per cercare di vendicarsi dei killer del padre ucciso anni prima. Lui stesso era andato ad Alcamo per cercare i due Rimi ed ucciderli. Il processo ai due Rimi si concluse a Roma il 13 febbraio 1979 con l’assoluzione di Filippo Rimi, il padre era uscito dal processo, Vincenzo Rimi era morto 4 anni prima. Del processo aggiustato in favore dei Rimi per primo parlò Tommaso Buscetta, l’avvicinamento ad Andreotti sarebbe stato possibile grazie all’intervento di don Tano Badalamenti, cognato di Filippo Rimi, i due avrebbero discusso della cosa direttamente con Andreotti, a Roma, nel suo studio: Buscetta svela di avere saputo da Badalamenti che in quell’occasione Andreotti ebbe a dire a don tano che “uomini come lui ce ne voleva uno per ogni strada di ogni città italiana”. I Rimi costituiscono da sempre uno dei riferimenti mafiosi più forti del trapanese. Il tentato golpe Borghese aveva previsto per i Rimi un ruolo preciso, la loro partecipazione per le cose che i pentiti hanno detto, per come sentite dall’interno di Cosa Nostra, era collegata proprio alla loro adesione al tentativo eversivo, ed il pentito Calderone confermò ai giudici che “Badalamenti spingeva, spingeva moltissimo avrebbe fatto la qualunque ha schiacciato tutti i bottoni, voleva risolvere questo processo in qualsiasi modo e in qualsiasi maniera, tutta Cosa Nostra si muoveva intorno al processo contro i Rimi. Non ci si ferma però qui. Sparpagliati qua e là ci sono altri episodi. Nel processo sulla loggia massonica Iside 2 scoperta a metà degli anni ’80 a Trapani, la loggia dove erano scritti mafiosi, politici, colletti bianchi, super burocrati, venne fuori la circostanza che per un periodo a controllare l’aeroporto di Trapani c’erano dei massoni, che si sarebbero fatti carico di fare scomparire alcuni piani di volo particolari, tra questi quelli relativi a missioni con aerei privati che Andreotti avrebbe fatto per giungere senza essere notato in Sicilia. Trapani per lui sarebbe stato un aeroporto sicuro. Il nome di Andreotti compare poi sullo sfondo della vicenda processuale relativa alla corruzione dell’ex pm di Trapani Antonio Costa. Nel processo contro il senatore a vita a Palermo un giorno andò a deporre un giudice, Mario Almerighi, che da Andreotti fu definito, per la testimonianza resa, «pazzo» e «falso teste». Almerighi infatti riferì dei contatti tra il senatore Andreotti e il presidente di Cassazione, Corrado Carnevale, svelò la confidenza ricevuta da un suo collega, Piero Casadei Monti, allora capo di gabinetto del ministro della Giustizia Virginio Rognoni. E il «segreto» svelato passava per l’indagine sul giudice Costa, arrestato nel 1985. Accadeva che la Cassazione, presidente Carnevale, accogliendo una richiesta della difesa dell’ex pm Costa, fece celebrare il processo a Messina, sottraendolo alla competenza del Tribunale nisseno. La cosa portò il pm che indagava, Claudio Lo Curto, a fare un esposto al Csm e al ministro Rognoni. Ma tutto finì in archivio. Secondo la testimonianza di Almerighi, il Csm avrebbe insabbiato il «procedimento», stando alle confidenze del capo di gabinetto del ministro, «per le pressioni di Andreotti» che all’esito di questa testimonianza rispose dandogli del pazzo. Almerighi querelò Andreotti per quelle dichiarazioni ingiuriose, e vinse la causa. Il nome di Andreotti compare poi nel racconto dell’ex pm Carlo Palermo, il magistrato sfuggito ad un attentato a Pizzolungo (Erice) il 2 aprile 1985.

A Trapani era giunto dopo che era stato sollevato da indagini che conduceva da pm di Trento. Mentre era pm a Trento Carlo Palermo conduceva una indagine su traffici di armi e droga, su riciclaggio di denaro e su politici collusi e corrotti. Una inchiesta molto scottante. Il 15 dicembre 1983 da pm trentino andò alla Farnesina a Roma per sentire come teste l’allora ministro degli Esteri. Giulio Andreotti. Finita quell’attività partì per Brindisi dove doveva partecipare ad un convegno. All’arrivo in serata nella città pugliese trovò una chiamata del presidente del Tribunale di Trento che gli comunicava che il procuratore generale della Cassazione aveva minacciato la sua sospensione dal servizio per avere fatto una attività di indagine nei confronti di parlamentari senza autorizzazione. Fu il primo atto questo che lo avrebbe portato nel febbraio 1985 a prendere servizio alla Procura di Trapani e dove dopo 40 giorni dall’insediamento trovò lungo la strada che ogni giorno percorreva una autobomba il cui timer fu azionato dalla mafia alcamese. Palermo si salvò, vennero stritolati dal tritolo Barbara Rizzo Asta ed i figlioletti della donna, Salvatore e Giuseppe, che in auto percorrevano la stessa strada. Carlo Palermo sopravvisse ma per lo Stato fu come fosse morto. Dapprima gli fu proposto di cambiare identità e lasciare l’Italia, al suo rifiuto fu fatto di modo e di maniera perché lasciasse la toga e le sue indagini. L’ultima presenza certa di Andreotti a Trapani risale al 1991, quando venne a sostenere un suo “figlioccio”, il salemitano Pino Giammarinaro, eletto alla Regione con 50 mila preferenze e qualche mese dopo costretto a fuggire dalla Sicilia per evitare l’arresto. Pochi anni addietro Andreotti partecipò ad una cena in Senato offerta da un consorzio ittico di Mazara. Apprezzò molto ciò che venne servito a fine cena commentò che una cena del genere l’avrebbe potuta fare solo tornando in Sicilia, a Mazara, ma considerato quello che gli era capitato (l’incontro col mafioso nel frattempo svelato dal processo di Palermo) aveva deciso di non tornarvi più. Sarà stato vero? Oramai oggi non può più  sapersi, questo è l’ultimo e meno importante dei segreti che si è adesso portato nella tomba.

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