Dalla Terra dei Fuochi esce un fiume in piena, ieri a Caserta, sabato a Napoli, dopo a Roma…Le ragioni di chi lotta contro il cancro. Una battaglia non solo campana ma nazionale

domenica, novembre 10th, 2013

E’ davvero un fiume in piena che avanza. La Terra dei Fuochi si ribella. Sabato 9 a Caserta in 20-30 mila. Col prete di Caivano, l’eroico don Maurizio Patriciello, e il vescovo Monsignor Spinillo. E il sindaco ad accogliere. E sabato 16 novembre toccherà a Napoli (ore 14,30 piazza Mancini). Poi verrà Roma…

Ma prima ci sono stati i cortei massicci, di gente qualunque, che hanno invaso le strade di numerosi centri delle Terre dei Fuochi, da Caivano (per la fiaccolata che ha mobilitato tutto il paese) a Orta di Atella passando per Casal di Principe, Afragola ecc.

No al cancro. E’ una piattaforma molto elementare. No a una terra trasformata in un cimitero di scorie velenose, dannose, perfino radioattive.

E non è solo Campania. Ma anche basso Lazio. Anche Puglia. Anche Calabria. Anche chissà cos’altro.

Quando ho incontrato la prima volta i volontari del Coordinamento Comitati Fuochi, gli organizzatori delle manifestazioni – e ne è uscito un capitolo del mio ultimo libro “Uomini e donne del Sud. Ritratti di vite straordinarie e dell’orgoglio meridionale” (lo vedi riportato qui sotto nel mio blog) – ero rimasto colpito da uomini come Lucio Iavarone, portavoce del Coordinamento, che con estrema passione e dedizione civile si è dedicato anima e corpo a questa mobilitazione delle coscienze.

Nel libro il capitolo che li riguarda si intitola l’Avvistatore di roghi. Parlo di Iavarone, project manager di un’industria pubblica che la sera di ritorno dal lavoro va a stanare con altri volontari gli avvelenatori della sua terra. Fanno le sentinelle di un territorio sconvolto da sversamenti e roghi di rifiuti tossici, di roba che non è della Campania (o non solo della Campania) ma che molto spesso arriv a dal Nord, compresi stati esteri come la Germania.

La camorra, i casalesi, ne ha fatto un business criminale. I contorni li ha delineati uno che si dice pentito come Carmine Schiavone ma che per raccontare un po’ di storie criminali aveva chiesto ed ottenuto dalla Commissione bicamerale sul ciclo dei rifiuti (in gergo ecomafie) di secretare per vent’anni la sua audizione. Cosa che gli era stata concessa dalla Commissione presieduta nel 1997 dal verde-rosso Massimo Scalia. Una vergogna direi, che solo da poco è stata eliminata con la decisione presa dalla Presidenza della Camera (anche su istanza di parlamentari come Ermete Realacci e di giornalisti come il sottoscritto) di rendere pubblico il documento.

La magistratura ha fatto delle indagini ma tra quanto riportato a galla e ciò che resta nelle viscere della terra a inquinare irrimediabilmente tutto in modo terribile c’è un abisso.

Schiavone parla di diecimila ettari di interramenti, fino a profondità di trenta metri.

Cosa bisognerà fare per bonificare? E una bonifica sarà mai possibile?

Le Asl non hanno mai fatto uno screening ampio ed esauriente di come ci si ammala e spesso si muore in queste terre. Non è la prima volta che questo succede, è già capitato ai disgraziati abitanti di zone sottoposte a pesanti colpiu di elettroismog (Radio Vaticana). Quanti morti ci devono essere perché scatti l’allarme e perché il servizio sanitario pubblico faccia iol suo dovere?

Nonostante le confessioni e le ammissioni di criminali fatte nelle inchieste giudiziarie, con molto spesso indicazione dei siti e dei luoghi in cui sono stati effettuati gli interramenti di veleni, le istituzioni pubbliche – in particolare la Regione Campania e le Province di Caserta e di Napoli, ma anche i Comuni coinvolti – non hanno mai provveduto finora a stilare un censimento di questi luoghi di morte dover molto spesso si continua a produrre prodotti agricoli e agro-alimentari destinati al mercato, non solo campano. L’economia agricola di un’intera regione comincia oggi a fare i conti con un calo dei consumi, motivato da una paura sempre più diffusa. Il mancato accertamento dei siti pericolosi, col conseguente divieto di attività agricole, da parte delle istituzioni è così doppiamente iniquo e lesivo dell’interesse sanitario pubblico nonché dell’interesse economico generale.

Le forze politiche di sinistra non sono particolarmente presenti in questa lenta e sempre più larga mobilitazione popolare: basti pensare che in occasione delle ultime elezioni il Manifesto preparato dal Coordinamento roghi per essere sottoscritto dai candidati elettorali è stato a lungo povero di firme. Solo alla vigilia del week end elettorale vari candidati si sono affrettati a sottoscriverlo. Perché questo ritardo? E’ lo stesso ritardo che si registra tuttora sul fronte delle manifestazioni che trovano fondamentalmenter gambe nela struttura dei Comitati Fuochi e nella popolazione che gli dà sempre più credito.

Pochi giorni fa alla Camera sono state approvate mozioni che finalmente cominciano ad affrontare il problema. Ma siamo solo agli inizi.

Ecco le varie ragioni per essere sabato 16 novembre a Napoli e più in là a Roma, davanti a Montecitorio, per dire basta a una situazione che sta uscendo dai confini dai campani con sempre maggiore allarme. La reazione avuta da Pomì  lo dimostra, ma l’Italia dovrebbe controllare un mercato come quello di Fondi – territorio in cui le infiltrazioni camorristiche hanno portato al tormentato scioglimento nel recente passato del consiglio comunale, operazione richiesta per ben due volte dal Prefetto di Latina e subita alla fine dall’allora ministro Maroni che cercava di non colpire un feudo elettorale del Pdl gestito dal senatore Falzone – perché le derrate alimentari pericolose da qualche parte devono pur transitare per raggiungere mercati anche distanti. Quando il Corpo Forestale dello Stato ha bloccato due ettari di cavolfiori a Caivano, un’orrida macchia gialla vista dall’elicottero e poi risultata piena di cadmio, manganese, arsenico ecc, quei prodotti risultavano già venduti e destinati al mercato dell’Emilia.

Non è una battaglia solo di chi abita nella maledetta Terra dei Fuochi, dunque. E’ una battaglia che riguarda l’Italia. Ecco perché vale la pena partecipare al corteo di Napoli sabato 16 novembre. Col prete in testa e con la gente comune in piazza.

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