Sull’incontro di Pacifici e Berlusconi al Ghetto di Roma

lunedì, novembre 18th, 2013

Ora supponiamo che Fausto Bertinotti dopo aver detto una frase infelice sugli ebrei fosse andato tranquillamente a mangiare al Ghetto di Roma accompagnato dalla fidanzata (sì, non la Sora Lella, ma una ragazza più giovane di lui di ben 49 anni…).

Cosa pensate che sarebbe successo? Come minimo non avrebbe mangiato in pace, ma più probabilmente se ne sarebbe dovuto andare altrove accompagnato da insulti.

Ricordate cosa successe ad Agnoletto seduto al bar del Ghetto?

Domenica sera invece Silvio Berlusconi reduce dai “trionfi”dell’Eur non solo cena ma convoca pure Riccardo Pacifici, presidente della Comunità Ebraica di Roma,  intravisto a un altro tavolo del ristorante e concorda con lui che la frase sciagurata sui suoi figli trattati come ebrei sarà tolta dalla prossima edizione del libro di Bruno Vespa.

Fantastico, no. Non è Bruno Vespa a decidere sul suo libro che cosa fare, ma Berlusconi. L’intervento elimina la frase nella prossima edizione. Già, perché ci sarà anche una prossima edizione del libro di Vespa. Così la situazione torna normale.

Peccato che all’incontro non ci fosse invece Renzo Gattegna, che è il presidente di tutte le comunità ebraiche italiane, e che sulla frase di Berlusconi aveva subito commentato che “ogni paragone con le vicende della famiglia Berlusconi è quindi non soltanto inappropriato e incomprensibile ma anche offensivo della memoria di chi fu privato di ogni diritto e, dopo atroci e indicibili sofferenze, della vita stessa”. Anche Gattegna avrebbe “concordato”?

Lascia un po’ di stucco tutta questa deferenza verso un uomo di destra così sfacciatamente pronto a dire cose simili. Lo stesso che assolveva Mussolini e il fascismo, lo stesso del confino inteso come una vacanza, lo stesso portatore insano di un vecchio ciarpame filofascista espresso in svariate occasioni. Anche queste frasi verranno tolte dai libri e dalla cronaca?

A proposito poi dei libri di Bruno Vespa. Il povero Rosario Bentivegna ci ha impiegato mesi per far togliere dall’edizione  di “Storia d’Italia. Da Mussolini a Berlusconi” che i partigiani non risposero agli appelli dei tedeschi dopo via Rasella. Un falso detto e ripetuto da questi personaggi della destra italiana, che ogni tanto torna qua e là come una mania.

Bentivegna raccontava – l’ha scritto nel suo libro “Senza fare di necessità virtù” – che ha intavolato con Vespa una lunga discussione tesa a fargli modificare questo gratruito e infamante assunto, lo stesso di tanti altri che come Bruno Vespa si dedicano così sfacciatamente alla storia…

Detto questo riporto ciò che ho scritto in morte di Bentivegna a proposito di questa feroce campagna contro la Resistenza e i gappisti di via Rasella, è un promemoria su Vespa e dintorni. Riguarda le Fosse Ardeatine ma non solo:

“L’Osservatore Romano”, 25 marzo  del 1944. Il titolo era: “Trecentoventi persone sacrificate per i colpevoli sfuggiti all’arresto”.

Era l’’inizio di una  campagna contro i partigiani di via Rasella che non si è arrestata mai e che ha annoverato giornalisti illustri e meno illustri, storici d’occasione, vaticanisti, mezzibusti televisivi, un misto maramaldesco che ha cercato da sempre di rovesciare i ruoli: scaricare sulle vittime del nazifascismo le responsabilità degli aguzzini. Nel mirino, in particolare, Rosario Bentivegna.

“Cominciarono i monarchici, Guglielmo Giannini con l’Uomo Qualunque e Il Tempo di Angiolillo hanno proseguito filistei e fascisti di tutte le estrazioni ma non mi sono mai sentito vilipeso…”.

Così Rosario Bentivegna fa il punto sulla persecuzione iniziata subito dopo via Rasella, lo fa a pagina 18 del suo ultimo libro “Senza fare di necessità virtù”. Sta parlando dell’immediato dopoguerra.

Una persecuzione durata quasi settanta anni, caparbia, continua, variegata, basata sul falso. “E’ una fatica di Sisifo e ogni volta mi sembra di ricominciare da capo”, scrive Bentivegna. Il suo pensiero è a quel dopoguerra in cui si ritrovò subito accusato di tutto. Ma l’inversione dei ruoli e l’attacco ai partigiani era iniziato il giorno stesso di via Rasella.

Un ruolo importante all’inizio, nella falsificazione su via Rasella, l’ebbero il Messaggero diretto da Bruno Spampanato (Spampanato si spinse a parlare di “esemplare giustizia tedesca” per la strage delle Fosse Ardeatine) e come abbiamo visto l’ “Osservatore Romano”. Sessant’anni dopo questa eco è tornata in un altro vaticanista, Andrea Tornelli de “Il Giornale”, che nel 2006  riproponeva le note accuse ai partigiani.

Nel libro di Rosario sono citati moltissimi giornalisti che nel corso degli anni hanno riproposto il vergognoso teorema sui partigiani colpevoli.

Negli anni ’60 è il “Corriere d’informazione”  (nel 1964) a riavviare la campagna del dopoguerra seguito a ruota da “Il Tempo” e poi dalla “Domenica del Corriere” con un pezzo di Vittorio Lojacono “Un torrente di violenze su Roma liberata”. L’attacco a Bentivegna è esteso anche al dopo via Rasella, riguarda il processo per lo scontro armato in cui perse la vita in Roma liberata un soldato che strappava i manifesti inneggianti alla liberazione d’Italia. A sparargli era stato Bentivegna. E così Indro Montanelli e Mario Cervi nella loro ”Italia della guerra civile” lo definiscono “smanioso di spargere sangue”

Passano gli anni e le accuse su via Rasella tornano di nuovo fuori. Nel 1994 è la volta dell’ “Indipendente”: Giampiero Mughini e Walter Vecellio definiscono via Rasella “atto inutile e sbagliato”. Ma Vecellio fa di più: “Vecellio – ricorda Bentivegna – riprendeva la vergognosa tesi per la quale via Rasella era stata organizzata dai comunisti per provocare la rappresaglia”.

Poi ecco partire all’attacco “Il Giornale” diretto da Vittorio Feltri con gli articoli si Piero Zuccheretti, la vittima civile di via Rasella.

Sul “Giornale” Francobaldo Chiocci arriva a pubblicare perfino l’indirizzo privato di Bentivegna.

E’ il momento in cui sui muri di Roma viene affisso un manifesto anonimo “Chi l’ha visto?” col volto di Bentivegna.

Chiocci torna all’attacco due anni dopo accusando i gappisti di aver voluto “scatenare l’odio con un’inutile imboscata”.

Segue “Il Tempo”, con Pierangelo Maurizio, con “I segreti di via Rasella”.

La nuova ondata prosegue di nuovo con Chiocci su “Il Giornale” che arriva a scrivere il 15 maggio del 1996 : l’attentato è stato voluto da Togliatti. Peccato che Togliatti sia sbarcato a Napoli tre giorni dopo la strage delle Fosse Ardeatine, il 27 marzo del ’44.

Ma “Il Giornale” insiste, stavolta con Giancarlo Perna, che intervistando il 16 settembre del 1997 un ex del battaglione Bozen recupera il falso degli appelli da parte dei tedeschi rivolti ai partigiani perché si consegnassero.

Poi ecco Bruno Vespa che abbiamo già ricordato in un altro post, scrive nel suo libro “Storia d’Italia. Da Mussolini a Berlusconi” che i partigiani non risposero agli appelli.

Segue uno storico, addirittura, Paolo Simoncelli docente alla Sapienza che assicura di aver personalmente visto i manifesti dell’appello per le strade di Roma. Peccato per lui che non siano mai esistiti.

A questo punto interviene “Libero”: ancora una volta viene scritto che  i nazisti chiesero ai colpevoli di consegnarsi…

Nel 2004 è la volta dell’ “!Avvenire” con un editoriale di Pio Cerocchi.

Due anni prima Maurizio Belpietro, che poi andrà a dirigere “Libero”, scrive a briglia sciolta su “Il Giornale” contro Bentivegna. Il titolo del suo pezzo era: “Il marxista che pensava solo alla propria vita”. Per questo sarà poi condannato per diffamazione di Bentivegna nel 2009.

E Bentivegna? Rosario Bentivegna li ha alla fine trattati così: ““Mi dispiace per loro – ha scritto nel suo libro  – perché non hanno capito il senso della lotta condotta da quei giovani che nel 1943 avevano scelto di schierarsi contro la vergogna del fascismo e di imbracciare le armi per costruire la democrazia in Italia”.

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