Forconi: ad inventare il termine è stato il leader dei pastori sardi, Felice Floris. Quando però i pastori sbarcarono a Civitavecchia per dirigersi su Roma furono bloccati dalla polizia con le solite maniere. Ora tutto il contrario: perché? A che gioco sta giocando il ministro dell’interno Alfano?

mercoledì, dicembre 11th, 2013

Un po’ di cose sui Forconi:

vedo che Mariano Ferro, protagonista dei Forconi in Sicilia già in passato, prende le distanze dai facinorosi (fascisti viene da aggiungere) presenti in vari posti (è interessante questo perché Mariano Ferro ha rotto in passato con la parte siciliana occidentale dei Forconi proprio perché c’erano legami con Forza Nuova)

Calvani – altro leader – invece si è presentato a Genova in Jaguar. Poi ha precisato: “Non è mia”. Sarà. Però…

I poliziotti che si tolgono il casco. Se lo fanno è perché il dirigente che li comanda glielo permette, anzi glielo ordina. Il dirigente è un commissario di ps. Dunque, si presume che questa simpatica iniziativa che inaugura un nuovo corso – studenti, disoccupati, senzatetto ecc coraggio, anche per voi ci si augura un analogo modo di procedere – vada avanti.

Altrimenti viene il dubbio che siamo come in Grecia dove la metà della polizia aveva votato per Alba Dorata..,.

E ora veniamo al nome: Forconi. Mariano Ferro mi ha rivelato che il nome è stato indicato nel corso di una riunione da Felice Floris, il leader dei pastori sardi.

I pastori sardi sono quei povericristi che protestavano il 28 dicembre 2010 ma che quando sono arrivati a Civatavecchia diretti a Roma sono stati bloccati sul molo dalla polizia che quel giorno non si è tolta il casco. Anzi.

Già, perché non solidarizzavano allora e anzi usavano la forza nei confronti dei pastrori sardi e invece oggi nulla di tutto ciò. Lascio l’interrogativo aperto…

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  1. Angelo Guarnieri says:

    Forconi tristi.
    Un brivido di angoscia ha accompagnato
    il mio sonno dalla sera alle luci del mattino.
    Già tempestoso in questo triste tempo
    in cui la Buona Novella tarda ad annunciarsi.
    E se i forconi, strumento di mitezza e di ira,
    se i forconi del grano e del fieno che profuma
    l’aria e nutre, della premura per l’inverno,
    se i forconi di nobile legno frutto e artefice,
    se i forconi icona della ribellione di chi ora
    si sente escluso dalla umile mensa del popolo
    e da chi è espulso dal banchetto o mai vi giunse,
    se i forconi della disperazione sparsa dall’ingiustizia,
    se i forconi di chi urla solo la sua ragione e quella
    degli altri vive come minaccia, distrazione,
    se i forconi
    pescando nell’abisso, sempre pronto, divenissero
    le forcone, le grandi forche, per impiccare le menti,
    al chiodo del pensiero del dominio, piccolo o grande,
    per scardinare i confini teneri della condivisione.
    Con, dietro l’angolo più buio, l’ombra penzolante
    dell’annientamento dell’altro, sospettato, temuto, abbattuto.
    Come narrano le tragedie di ogni stagione dell’uomo.

    La notte è passata e un sole tiepido si è alzato.
    Una briciola di allegria può affiancare il brivido.
    E allora: mettiamo dei fiori nei nostri forconi.
    Fiori colorati di pensiero, di amore, di ragione.
    Sono già tra noi: i fiori pungenti della Costituzione.

    Angelo Guarnieri

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