Perché il senegalese Mohamad Ba, accoltellato gravemente da un nazista, non ha mai avuto la cittadinanza italiana? Il film dell’etiope Dagmawi Yimer se lo chiede

lunedì, dicembre 9th, 2013

Mohamed Ba senegalese non ha mai ottenuto la cittadinanza italiana. Eppure il 31 maggio del 2009 è stato accoltellato gravemente, con due colpi all’addome inferti da uno sconosciuto, mentre aspettava un mezzo a Milano. Ricorda l’uomo con la testa rasata, uno sui 30 anni, che quel giorno si era prima girato verso di lui dicendogli “Qui c’è qualcosa che non va” e poi gli aveva piantato il coltello nell’addome. Facendo seguire poi alla prima una seconda coltellata una volta che Mohamed era per terra, sconclusa con  uno sputo in faccia. Nel frattempo tutt’intorno nella democratica Milano era il fuggi fuggi. Erano le 19,45, Mohamed Ba ricorda di essere rimasto per terra ferito gravemente per un’ora. Solo dopo una sua chiamata col cellulare è arrivato qualcuno.

Ma non è finita qui. In ospedale dove poi rimase 14 giorni non si è presentato nessuno, delle forze dell’ordine, a chiedergli cosa fosse successo. “Eppure – spiega Mohameed Ba -., avrei potuto descrivere bene l’aggressore…”.

L’etiope Dagmawi Yimer ci ha tratto la spina dorsale del suo film “Va’ pensiero”. Il resto del corpo cinematografico è dedicato invece a un’altra storia atroce di immigrati vittime dell’odio razziale, i senegalesi falciati a Firenze in piazza Dalmazia il 13 dicembre del 2011 da un nazista armato di un revolver 357 magnum: due senegalesi morti, un terzo paralizzato e ancora degente all’unità spinale di Careggi, due feriti gravi infine superstiti che intervengono nel film di Ymer per raccontare questa vicenda micidiale dell’Italia che odia.

Per Mohamed Ba le ferite che contano non sono quelle ormai rimarginate nel fisico ma quelle dell’anima, dove ci si continua a interrogare sul perché uno sconosciuto ti debba accoltellare in quel modo omicida solo perché hai la faccia di colore.

Ba è uno straordinario raccontatore, con una proprietà di linguaggio superiore a quella di molti nostri connazionali. E’ intervenuto stasera al cinema Alcazar di Roma, accanto al regista Yimer e ai produttori (si fa per dire, i giovani del premio Mutti di Bologna che lo hanno finanziato con 15 mila euro e gli organizzatori dell’Archivio Memorie Migranti come Sandro Triulzi che gliene hanno procurati altrettanti) per raccontare e aggiungere qualche altro elemento alla sua assurda storia. Che termina per ora con un punto negativo assoluto: nessuno che abbia indagato sul suo tentato omicida (“è una lite tra extracomunitari”, pare che questo sia stato il mondo di lavarsene le mani) e poi il rifiuto di concedergli la cittadinanza, cosa che invece per fortuna è stata alla fine concessa ai tre senegalesi superstiti dell’aggressione fiorentina.

“Va pensiero”, prodotto con poco più di trentamila euro, è un’ora di “storie ambulanti” come dice il sottotitolo.

Dagmawi Ymer è un regista col Sahara alle spalle. E’ uno di loro. Nel senso che nel 2005 ha lasciato il suo paese, l’Etiopia, dopo i disordini postelettorali seguiti da centinaia di oppositori ammazzati per le strade, e ha poi intrapreso la lunga odissea verso la Libia nel cammino della speranza seguito da altri migliaia di profughi del corno orientale africano.

Anche lui è sbarcato a Lampedusa, arrivò il 30 luglio 2006. Arrivato a Roma ha seguito corsi di cinema e così ha realizzato con altri migranti “Il deserto e il mare”, nel 2007. Poi ha lavorato con Cesare Segre e Riccardo Biadene a “Come un uomo sulla terra” (2008) e successivamente è tornato sul tema con “CARA Italia” (2009) e “Soltanto il mare” (2011).

Veronese di adozione, con “Va’ pensiero” che è stato presentato stasera a Roma in prima nazionale all’Alcazar di Georgette Ranucci ha messo a pounto la sua nuova opera, quella più matura.

Il film è dedicato a Moustapha Dieng, il senegalese ricoverato ancora in ospedale. Mor Sougou e Cheikh Mbengue, gli altri due superstiti, raccontano la loro storia nel film.

E come ha ben spiegato Ba nel suo intervento a braccio: “Non voglio compassione, vorrei vicinanza”.

Altro pensiero con cui è accompagnato il film: “Il modo di accogliere distingue il grado di civiltà di un paese…”.

Dice uno dei senegalesi feriti a Firenze: “Io sono venuto per lavorare, non per fare la guerra…”

Dopo Roma, il film verrà proiettato a Bologna e a Milano (il 15 dicembre).

Si spera che qualcuno nelle istituzioni voglia riprendere in mano la questione della cittadinanza a Mohamed Ba.

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