Perché saliamo su una barca?

mercoledì, gennaio 15th, 2014

Perché saliamo

su una barca

A chi chiede: “Non era meglio rimanere a casa piuttosto

che morire in mare?”, rispondo: “Non siamo stupidi, né

pazzi. Siamo disperati e perseguitati. Restare vuol dire

morte certa, partire vuol dire morte probabile. Tu che

sceglieresti? 0 meglio cosa sceglieresti per i tuoi figli?”

Due giovani ieri sono stati uccisi a Mogadiscio perché

si stavano baciando sotto un albero. Avevano 20 anni. Non

festeggeranno altri compleanni. Non si baceranno più.

A chi domanda: “Cosa speravate di trovare in Europa?

Non c’è lavoro per noi figurarsi per gli altri”, rispondo: “Cerchiamo

salvezza, futuro, cerchiamo di sopravvivere. Non ab-

–biame-Golpe-se staffi©-nati4aUa parte sbagliata^ soprattutto—

voi non avete alcun merito di essere nati dalla parte giusta”.

Mio cognato scappava con me. Prima del mare c’è i l deserto,

che ne ammazza tanti quanti i l mare. Ma quei cadaveri

non commuovono perché non si vedono in TV. Perché non

c’è un giornalista che chiede ripetutamente quante donne e

bambini sono morti, quante erano incinte. Perché qui in occidente

a volte sembra che l’orrore non basti, c’è bisogno di

pathos. Mio cognato è morto nel deserto. Per la fame. Dopo

24 giorni in cui nessuno ci ha dato da mangiare. A casa c’è

una moglie che non si rassegna e aspetta una telefonata

che io so che non arriverà mai. A casa c’è quel che resta di

un sogno, di un progetto, di una vita. Un biglietto per due i

trafficanti se lo fanno pagare caro e loro i soldi non li avevano.

Se fosse restato li avrebbero ammazzati tutti e due.

Il suo ultimo regalo per lei è stata la vita. Lui è scappato e

lei non era più utile, l’hanno lasciata vivere.

A chi chiede: “Come si possono evitare altre morti nel

Mediterraneo?”, rispondo: “Venite a vedere come viviamo,

dove abitiamo, guardate le nostre scuole, informatevi dai

nostri giornali, camminate per le nostre strade, ascoltate

i nostri politici. Prima dell’ennesima legge, dell’ennesima

direttiva, dell’ennesima misura straordinaria, impegnatevi

a conoscerci, a trovare le risposte nel luogo da cui si scappa

e non in quello in cui si cerca di arrivare. Cambiate prospettiva,

mettetevi nei nostri panni e provate a vivere una

nostra giornata. Capirete che i criminali che ci fanno salire

sul gommone, i l deserto, i l mare, l’odio e l’indifferenza che

molti di noi incontrano qui non sono i l male peggiore”. •

Awas Ajmed

* Rifugiato somalo i n  I t a lia

Dal bollettino del Centro Astalli

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