Diffamazione, il Senato approva un testo in cui regna l’arbitrio. Ora la legge torna alla Camera

mercoledì, ottobre 29th, 2014

La vendetta dei politici contro i giornalisti: è passato il ddl sulla diffamazione al Senato, ora deve tornare alla Camera.

Che cosa non va nel testo approvato dal Senato? Il fatto che le rettifiche devono essere “pubblicate” “senza, commento, senza risposta e senza titolo” purché “non abbiano contenuto suscettibile di incriminazione penale o non siano documentalmente false”. Come e chi stabilisce che le rettifiche siano o meno “documentalmente false” il ddl non lo dice. Ma dice che la rettifica può essere chiesta da chi ritenga che gli siano stati attribuiti “pensieri o affermazioni da essi ritenuti lesivi della loro dignità o contrari a verità”. Dice cioè che la rettifica può essere chiesta senza che sia reale o accertato il comportamento del giornalista che si vuole sanzionare.

Poi ci sono le norme restrittive anche per il web, le cui testate giornalistiche sono state equiparate a quelle della carta stampata, e quindi passibili di multe fino a 50 mila euro, chi si ritiene diffamato “può chiedere l’eliminazione, dai siti internet e dai motori di ricerca, dei contenuti diffamatori o dei dati personali”. Insomma basta ritenersi “diffamato” per far eliminare contenuti senza che un giudice decida in merito: basta semplicemente che il cosiddetto diffamato lo voglia e scatta la censura.

Inesistente infine il meccanismo vigente in altri paesi e che consente un diritto di risarcimento ai giornalisti quando il giudice archivia una querela. Da noi uno querela per diffamazione e se poi come spesso accade la querela finisce archiviata perché insussistente il querelante non deve rispondere del suo gesto. E il querelato deve pure pagarsi le spese per aver dovuto seguire l’iter della querela.

Che dire? E’ passato oggi al Senato un testo, in definitiva, che non può chiudere in questo modo la questione della diffamazione e che dovrà richiedere un ulteriore sforzo migliorativo dei deputati. Questa è l’affermazione anche del presidente dei cronisti italiani Guido Columba.

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