Carovana Migranti partita da Lampedusa, attraverserà l’Italia per arrivare a Torino: alla testa una madre tunisina che cerca suo figlio, uno dei 500 scomparsi tra Tunisia e Italia

sabato, novembre 22nd, 2014

Sabato 22 novembre la Carovana Migranti è partita da Lampedusa diretta a Torino dove arriverà il 6 dicembre. Farà tappa in varie città. Alla sua testa una madre tunisina, Mounira Chagroui, che cerca suo figlio Amine, uno dei 500 giovani tunisini scomparsi nel nulla tra la Tunisia e l’Italia. Qui di seguito la lettera di Mounira, le tappe della Carovana, un articolo di “Redattore sociale”.

Mi chiamo Muonira Chagroui e sono la mamma di Amine Ben Hassine.
Mio figlio il 9 settembre del 2010, per sfuggire al regime di Ben Ali, è salito con altri quattro uomini su una piccola imbarcazione di famiglia, dirigendosi verso le coste siciliane. Tre giorni dopo, arrivato a Lampedusa, è stato mandato nel CIE di Caltanissetta.
Dopodiché, il buio.
Le notizie sui suoi spostamenti, sul suo stato di salute o perfino sul fatto che sia ancora in vita, si interrompono. Amine è il primo di almeno 500 cittadini tunisini che dal 2010, per sfuggire alle violenze del regime, sono scomparsi tentando la fuga verso l’Italia.

Stasera sto viaggiando sul traghetto per Lampedusa insieme alla Carovana italiana per i diritti dei migranti, come portavoce di tutte le mamme tunisine che cercano i propri figli e che vogliono sapere dove si trovano.”

Mounira Chagroui

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500 tunisini scomparsi tra il Mediterraneo e l’Italia, nel silenzio di media e istituzioni

Il primo è stato Amin Ben Hassine, partito da Tunisi il 9 settembre del 2010. I suoi familiari sono certi sia arrivato in Italia, perché lo hanno riconosciuto nelle immagini dei notiziari, ma da allora non hanno più sue notizie, Come loro, altre 500 famiglie stanno cercando i loro ragazzi
Redattore sociale, 20-11-2014
TORINO – Amin Ben Hassine è un giovane della sinistra laica tunisina, quella che quattro anni fa accese la miccia che avrebbe poi portato al propagarsi delle rivoluzioni in gran parte del mondo arabo. Il 9 settembre del 2010, per sfuggire agli ultimi colpi di coda del regime di Ben Ali, è salito con altri quattro uomini su una piccola imbarcazione di famiglia, dirigendosi verso le coste siciliane. Tre giorni dopo, una motovedetta dei carabinieri li ha raccolti, scortandoli fino a Lampedusa, dove sono stati identificati prima di essere mandati nel Cie di Caltanissetta. Dopodiché, il buio. Le notizie sui suoi spostamenti, sul suo stato di salute o perfino sul fatto che sia ancora in vita, si interrompono a quel punto.
Amin è il primo di almeno 500 cittadini tunisini che dal 2010 a oggi sono scomparsi tentando la fuga verso l’Italia. Il corridoio migratorio del Mediterraneo, che avrebbe dovuto portarli in salvo dalla miseria e dalle violenze di regime, li ha condotti invece verso un buco nero che li ha inghiottiti da qualche parte tra il mare e le coste siciliane. È certo che molti di loro erano già arrivati in Italia prima di svanire: amici e parenti li hanno riconosciuti nelle immagini dei notiziari italiani, e a volte i loro nomi sono perfino comparsi nei rapporti della croce rossa o della protezione civile. Per questo, da quattro anni i loro cari continuano a cercarli, nel silenzio di media e istituzioni. Hanno raccolto i loro nomi in un libretto bianco e blu, stampato in un’unica copia e consegnato nelle i mani di Mounira Chagraoui, la madre di Amin. Che è arrivata in Italia due anni fa, giurando di non andarsene finché non avesse scoperto cosa fosse accaduto a suo figlio.
“Per un anno – racconta – abbiamo creduto che Amin fosse morto in mare. Poi, però, un suo amico ha trovato un articolo su internet. Era stato pubblicato il 13 settembre sul sito del Giornale di Sicilia,  quattro giorni dopo la sua partenza. C’era scritto che una motovedetta dei carabinieri aveva raccolto cinque tunisini a largo di Lampedusa, su un’imbarcazione lunga appena sei metri. Circa un mese dopo, il mio altro figlio, Ahmed, è partito per Lampedusa, in cerca del fratello”. Ahmed Ben Hassine arriva in Italia il 28 gennaio del 2012. Subito dopo, visionando un servizio d’archivio del Tg5, riconosce il fratello con i suoi quattro compagni di viaggio su una banchina del porto di Lampedusa. Nel frattempo, il nome di Amin spunta in un rapporto della Croce rossa, ed è così che i familiari scoprono che il ragazzo è stato mandato nel centro di identificazione ed espulsione di Caltanissetta.
A quel punto, mamma Chagraoui non riesce più a darsi pace. Per quattro mesi, ogni giorno è di fronte all’ambasciata italiana di Tunisi. Vuole che le autorità italiane la aiutino a trovare quel figlio che al suo arrivo era stato bollato dai giornali come “clandestino”, nonostante fosse tecnicamente idoneo allo status di titolare di protezione internazionale. “Quando il vostro presidente Napolitano è venuto in visita ufficiale a Tunisi – continua Mounira  – ci ha promesso di aiutarci. Noi a quel punto eravamo già decisi a venire in Italia;  e così, subito dopo, siamo partiti. Ma nessuno finora ci ha mai davvero aiutati. Napolitano lo abbiamo incontrato anche in un’altra occasione, durante la visita di Obama in Italia. Ha di nuovo promesso di aiutarci, ma non ci ha mai ricevuti in via ufficiale. Nel frattempo abbiamo parlato anche con un sottosegretario agli Esteri e con un funzionario del ministero degli Interni. Ogni volta ci fanno promesse, ma la sensazione è che non siano affatto interessati alla vicenda”.
Nel frattempo, la lista dei desaparecidos tunisini comincia a prendere forma. Dopo il crollo del regime di Ben Alì, molti dei loro genitori vengono a sapere che a fagocitare le vite dei loro ragazzi non è stato il Mediterraneo. Nel 2012, a Tunisi, prese dalla rabbia e dallo sconforto, due madri si danno fuoco nella pubblica piazza. “Si chiamavano Jeanette Heimi e Ouahida Callel – racconta Mounira – e sono morte senza sapere cosa fosse successo ai loro figli”. Sono in molti però, a non rassegnarsi. Alcuni, come Noureddine Mbarki, hanno raggiunto Mounira in Italia dopo aver a loro volta riconosciuto i figli nelle immagini dei notiziari italiani. “Mio figlio Karim – racconta Mbarki – è fuggito da Tunisi il 20 marzo del 2011. Qualche tempo dopo, un conoscente mi ha chiamato da Palermo, dicendomi di averlo visto in un servizio del Tg5; allora ho deciso di muovermi anch’io”.
Per tre anni, Chagraoui e Mbarki hanno vissuto tra dormitori, istituti di carità e sistemazioni di fortuna, spostandosi tra Lampedusa, Caltanissetta e Roma. È qui che, un mese fa, i volontari della Carovana dei migranti – un coordinamento interassociativo che comprende Amnesty Italia, Asgi e Acmos –   li hanno trovati. “A segnalarceli – spiega Gianfranco Crua, tra i promotori della cordata – è stata un’associazione che ha sede ad Aprilia (Roma), la Palma del sud. Quella storia ci è sembrata quasi inverosimile, così siamo andati a incontrarli. Quando li abbiamo trovati erano accampati alla stazione Termini, perché da giorni erano rimasti senza un posto dove dormire. Così abbiamo deciso di portarli con noi a Torino”. Agli operatori della Carovana, Mounira e Noureddine hanno mostrato quel libro bianco e blu, che raccoglie in ordine alfabetico i nomi di 501 tunisini scomparsi. A fianco di ogni nome, la data e l’età al momento della sparizione:  Amine Ben Hassine,  partito a 23 anni  il 9 settembre del 2010; Hosem Jeljli partito a 19 anni il 6 maggio del 2011; Ajeim Ajari partito a 21 anni il 14 marzo del 2011; Karime MBarki aìpartito a 22 anni il 29 marzo del 2011; Mouhamed Soltani partito a 24 anni il primo di marzo del 2011; Rahali Ahmed partito a 20 anni il 29.3.2011. E avanti così per altri 496 nomi.
Come altri genitori, Noureddine e Mounira hanno continuato a ricevere notizie sporadiche e a volte contraddittorie, sulla sorte dei loro figli. L’ultima volta, tre settimane fa; “abbiamo ricevuto una telefonata da alcuni ragazzi usciti dal Cie di Caltanissetta” spiega Mounira, “Dicevano che i ragazzi erano vivi, e che in passato erano trasnitati entrambi dal centro. A quel punto abbiamo di nuovo chiesto conferma ai Carabinieri, gli abbiamo chiesto di aiutarci a rintracciarli. Ma non hanno voluto aiutarci”. “Nelle prime settimane dopo la partenza di Amin – conclude Mounira – abbiamo inoltre ricevuto alcune chiamate da un cellulare italiano. All’altro capo, però, non rispondeva mai nessuno”.
Sabato 22 novembre, Mounira e Noureddine si metteranno in viaggio da Lampedusa con la Carovana dei migranti, in rappresentanza dei genitori dei desaparecidos tunisini. Per quattordici giorni attraverseranno l’Italia in direzione Torino, in una marcia simbolica in onore dei migranti morti, sfruttati o scomparsi negli ultimi anni. Chi volesse sostenerli o ritenga di poterli aiutare, può mettersi in contatto con loro utilizzando questo link

www.carovanemigranti.org/contatti

oppure la pagina Facebook Carovana Migranti

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