L’Abbraccio: l’incontro clandestino nel 1943 tra un padre e un figlio separati nella Roma occupata dai nazisti

venerdì, ottobre 16th, 2015

Oggi, 16 ottobre, mia moglie Anna Padovani mi ha inviato questo ricordo di suo padre Paolo:

 

Da un quaderno ritrovato tra i diari di mio padre Paolo Padovani ecco il ricordo di una giornata speciale a Roma nel 1943, durante l’occupazione nazista: l’incontro clandestino col padre Riccardo 

L'abbraccio - 23 Novembre 1957

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L’Abbraccio

 

L’abbraccio che mi hai dato,

padre, in quella grigia giornata

d’autunno del quarantatré

lì, nella piazza deserta

di San Pietro in Vincoli,

l’ho desiderato ancora

questa sera che, desolato,

ho sentito l’urto

dell’incomprensione umana

nell’ora dello sconforto

e l’amarezza antica

dell’uomo che non trova

dove appoggiare, fiducioso, il capo

per qualche istante,

quando si sente sperduto

e la speranza è cieca.

Stringerti al petto, padre,

avrei voluto e sentire

il calore forte e vivo del tuo cuore

e vedere occhi

che mi sorressero

quando bambino

avevo timore del buio

e, quando, per colpa degli uomini

la vita già mi appariva

landa desolata e fredda.

Padre mio dolce,

ricordo, come fosse ora,

la tua figura eretta

ed i capelli bianchi

e la voce che prima

commossa, poi più forte,

mi rincuorava alla speranza

“Se ne andranno, i nazisti,

figlio mio – dicevi

tenendomi stretto per mano,

“e torneremo uniti

nel calore della nostra casa”.

Erano i giorni tetri, terribili,

dell’occupazione tedesca e noi,

nascosti, cercavamo

di sfuggire al mostro

sanguinario che

contro ogni legge delle genti

deportava al martirio

crudele di  Mauthausen.

Tu e la piccola mamma

dal corpo paralizzato e stanco

eravate ospitati

dalla Suore dei Poveri

di San Pietro in Vincoli.

Massimo ed io dormivamo

invece in un gelido deposito

tra i tufi oscuri della Garbatella,

braccati, ancora ragazzi, come belve

dalla stupida ferocia dei fascisti.

Quel pomeriggio, ora lontano,

dopo interminabili mesi di paura,

avevamo deciso d’incontrarci

(sospettosi ma increduli ancora

che l’agguato del tedesco

ci fosse teso ad ogni strada)

lì nella piazza solitaria

del San Pietro in catene

(ove fiera s’aderge

per contrasto luminoso

la figura del Mosè

michelangiolesco).

Ed il tuo abbraccio,

che invoco oggi, come allora,

mi aveva ridato la fiducia

ed il coraggio per lottare,

per non lasciarmi andare

allo sconforto e alla vile

rinunzia alla speranza.

Nel pomeriggio ventoso e freddo,

la piazza sembrava irreale,

e lontani i pericoli

dell’odio razziale

e della folle guerra.

Mi sembravi vecchio,

avevi settantasette anni,

padre mio stupendo,

quando da lontano

ti vidi uscire dal cancello

delle piccole suore francesi,

vecchio e cadente,

e venirmi incontro

appoggiato al bastone

e chiuso nel mantello

triste dei ricoverati.

Ma quando mi sei stato accanto

ho visto il calore degli occhi,

ed ho sentito la forza

invincibile e pura

del tuo grande amore.

Un’ondata di luce

gioiosa mi ha investito

e mi ha ridato

disperata voglia

di vivere ancora

e di lottare senza paura.

Il tuo lungo abbraccio,

padre, lo risento ancora

forte e deciso come allora

e per esso avrò la forza,

te lo prometto senza timore,

di non piegare il capo,

di stringere i denti

e, deciso, andare avanti

a testa alta, come tu volevi,

con rinnovato coraggio.

Padre, nobile e vivo,

t’ho ritrovato ancora:

per questo sarò degno, spero,

del tuo cuore splendido

e del tuo unico amore.

 

Paolo Padovani

29 nov. 1957

 

Paolo Padov

Paolo Padovani (nel 1941)

Riccardo Pad

Riccardo Padovani (nel 1948)

 

 

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One Response to L’Abbraccio: l’incontro clandestino nel 1943 tra un padre e un figlio separati nella Roma occupata dai nazisti

  1. Elena Padovani says:

    Carissimi, sono profondamente commossa da questa bellissima poesia, così diretta ed efficace da farmi sentire di essere lì, a S. Pietro in Vincoli, nel vento freddo di quel pomeriggio e nel vento freddo della notte della storia che sembra inghiottire le due figure di padre e figlio, che sono mio zio e mio nonno. Ho sentito che quel vento freddo mi appartiene, perché anche se ci hanno raccontato molto poco, in qualche modo quelle parole le porto scritte in qualche recesso nascosto della mia anima.
    Grazie per averle fatte riemergere….
    Elena

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