Il giornalista francese Nicolas Henin ex ostaggio: “Non serve a nulla bombardarli…”

giovedì, novembre 19th, 2015

Un giornalista francese, Nicolas Henin, già ostaggio dell’Isis e poi scampato, scrive su quello che ha visto. E giudica i suoi carcerieri, con i quali però mantiene a quanto pare relazione (dice di chattare). Li giudica dei cialtroni. Spiega il suo punto di vista. Dice che le bombe non risolveranno niente. Ricorda che a Raqqa mezzo milione di persone sono in ostaggio dell’Isis. L’articolo non è uscito in Francia ma in Inghilterra, sul Guardian. Lo ripropone anche Internazionale. Vale la pena di leggerlo.

Sono stato ostaggio del gruppo Stato islamico e so di cosa hanno paura

Nicolas Hénin,

The Guardian, GB, 17 nov 2015

 

Sono orgoglioso di essere francese, pertanto sono sconvolto quanto chiunque altro dopo i fatti di Parigi. Ma non sono né scioccato né incredulo. Conosco i jiadisti dello Stato islamico (Is), mi hanno tenuto in ostaggio per dieci mesi e so per certo che il nostro dolore, il nostro strazio, le nostre speranze, le nostre vite non gli interessano. Il loro è un mondo a parte.

La maggior parte delle persone li conosce solo per i loro materiali di propaganda, ma io ho visto cosa c’è dietro. Quando ero prigioniero, ne ho incontrati diversi, compreso Mohammed Emwazi: “Jihadi John” era uno dei miei carcerieri. Mi aveva soprannominato Pelato.

Ancora oggi a volte chatto con loro sui social network e posso garantirvi che gran parte di ciò che voi pensate di loro è il risultato del loro lavoro di marketing e pubbliche relazioni. Si presentano come supereroi, ma lontani dalle telecamere sono piuttosto patetici: ragazzi di strada ubriachi di ideologia e potere. In Francia abbiamo un modo di dire: stupidi e cattivi. Io li ho più trovati stupidi che cattivi. Ma non significa sottovalutare il potenziale omicida della stupidità.

Totale indottrinamento

Tutti quelli decapitati nel 2014 sono stati miei compagni di cella, e i miei carcerieri si divertivano a torturarci psicologicamente dicendoci un giorno che saremmo stati saremmo stati liberati, per poi dirci due settimane dopo: “Domani uccideremo uno di voi”. Le prime volte gli abbiamo creduto, poi però abbiamo capito che raccontavano balle per divertirsi a nostre spese.

Inscenavano esecuzioni finte. Una volta con me hanno usato il cloroformio. Un’altra volta si trattava di una scena di decapitazione. Un gruppo di jihadisti che parlavano francese urlavano: “Vi taglieremo le teste, ve le metteremo sul culo e caricheremo il video su YouTube”. Avevano preso una spada in un negozio di antiquariato.

Ridevano e io stavo al gioco urlando, ma volevano solo divertirsi. Una volta andati via, mi sono voltato verso un altro ostaggio francese e mi sono messo a ridere. Era davvero ridicolo.

Mi ha colpito vedere quanto siano connessi dal punto di vista tecnologico; seguono le notizie in modo ossessivo, ma sempre commentandole attraverso i loro filtri. Sono completamente indottrinati, si aggrappano a teorie cospirative di ogni genere, non ammettono contraddizioni.

Saranno rincuorati da qualsiasi segno di reazione esagerata, di divisione, di paura, di razzismo, di xenofobia

Qualsiasi cosa serve a convincerli di essere sulla via giusta e di essere parte di una specie di processo apocalittico che porterà a uno scontro tra un esercito di musulmani provenienti da tutto il mondo e gli altri, i crociati, i romani. Ai loro occhi tutto ci spinge in quella direzione. Di conseguenza, tutto è una benedizione di Allah.

Dato il loro interesse per le notizie e i social network, noteranno ogni singola reazione al loro assalto omicida a Parigi, e secondo me proprio in questo momento il loro slogan sarà “Stiamo vincendo”. Saranno rincuorati da qualsiasi segno di reazione esagerata, di divisione, di paura, di razzismo, di xenofobia.

Centrale alla loro visione del mondo è la convinzione che le comunità non possono vivere insieme ai musulmani e ogni giorno vanno a caccia di prove a sostegno di quest’idea. Le immagini dei tedeschi che hanno accolto i migranti di sicuro li avranno sconvolti. Coesione, tolleranza: non è ciò che vogliono vedere.

Perché la Francia? Le ragioni sono probabilmente molte, ma penso che abbiamo identificato il mio paese come un anello debole in Europa, un luogo in cui è molto facile seminare divisioni. Ecco perché quando mi chiedono come dovremmo reagire, io rispondo che dovremmo agire in modo responsabile.

I bombardamenti peggiorano solo le cose

E invece la nostra risposta saranno le bombe. Non sono un difensore dell’Is. E come potrei? Ma tutto quello che so mi dice che questo è un errore. I bombardamenti saranno vasti, simbolo di una rabbia legittima. A 48 ore dagli attacchi del 13 novembre, degli aerei da combattimento hanno condotto il più spettacolare dei bombardamenti aerei attuati in Siria fino a oggi, lanciando più di venti bombe su Raqqa, una delle roccaforti dell’Is. Forse la vendetta era inevitabile, ma servirebbe una maggiore cautela. Temo che questa reazione non farà che peggiorare una situazione già brutta.

Mentre cerchiamo di distruggere il gruppo Stato islamico, che ne è dei 500mila civili che vivono ancora intrappolati a Raqqa? Che ne è della loro sicurezza? Che ne è della prospettiva reale di trasformarne molti in estremisti, proprio agendo in questo modo? La priorità dovrebbe essere proteggere queste persone, non portare più bombe in Siria. Ci servono no fly zone, spazi aerei chiusi ai russi, al regime, alla coalizione. I siriani hanno bisogno di sicurezza, oppure a loro volta si uniranno in gruppi come l’Is.

Il Canada si è ritirato dalla guerra aerea dopo l’elezione di Justin Trudeau. Vorrei con tutto me stesso che la Francia facesse lo stesso, e la razionalità mi dice che potrebbe accadere. Ma il pragmatismo mi dice che no, non accadrà. Il punto è che siamo in trappola: l’Is ci ha messo in trappola. Sono venuti a Parigi con i kalashnikov, sostenendo di voler mettere fine ai bombardamenti, ma sapendo fin troppo bene che il loro attacco ci avrebbe costretti a continuarli o a intensificare questi attacchi controproducenti. È quello che sta succedendo.

Non c’è alcuna strategia politica né alcun piano per confrontarsi con la comunità araba sunnita

Emwazi ormai è scomparso, ucciso in un raid aereo della coalizione, e la sua morte è stata festeggiata in parlamento. Io non lo piango. Anche lui ha seguito questa strategia del doppio bluff. Dopo aver ucciso il giornalista statunitense James Foley, ha puntato il coltello verso la telecamera e, rivolgendosi alla successiva vittima designata, ha detto: “Obama, devi smetterla di intervenire in Medio Oriente, o lo ucciderò”. Sapeva molto bene quale sarebbe stato il destino dell’ostaggio. Sapeva bene come avrebbero reagito gli statunitensi: altri bombardamenti. È quel che vuole l’Is. Ma dovremmo darglielo?

Cacciare Assad dovrebbe essere la priorità

Sulla crudeltà del gruppo Stato islamico non ci piove. Ma dopo tutto quello che mi è successo, ancora non riesco a pensare che sia l’Is la priorità. A mio modo di vedere, è Bashar al Assad la priorità. Il presidente siriano è responsabile dell’ascesa dell’Is in Siria e finché il suo regime sarà al potere, i jihadisti non potranno essere sconfitti. Né potremo fermare gli attacchi nelle nostre strade. Quando la gente dice “Prima l’Is, poi Assad”, io vi dico di non crederci. Vogliono solo tenere Assad al potere.

In questo momento non c’è alcuna strategia politica né alcun piano per confrontarsi con la comunità araba sunnita. Il gruppo Stato islamico crollerà, ma accadrà per un processo politico. Nel frattempo c’è molto da guadagnare all’indomani di queste atrocità, e la chiave è mantenere cuori forti e resilienti, perché è proprio quello che loro temono più di tutto. Io li conosco: si aspettano i bombardamenti. Ciò che temono è l’unità.

I was held hostage by Isis. They fear our unity more than our airstrikes

Nicolas Hénin

The Guardian 17 nov 2015

s a proud Frenchman I am as distressed as anyone about the events in Paris. But I am not shocked or incredulous. I know Islamic State. I spent 10 months as an Isis hostage, and I know for sure that our pain, our grief, our hopes, our lives do not touch them. Theirs is a world apart.

Most people only know them from their propaganda material, but I have seen behind that. In my time as their captive, I met perhaps a dozen of them, includingMohammed Emwazi: Jihadi John was one of my jailers. He nicknamed me “Baldy”.

Even now I sometimes chat with them on social media, and can tell you that much of what you think of them results from their brand of marketing and public relations. They present themselves to the public as superheroes, but away from the camera are a bit pathetic in many ways: street kids drunk on ideology and power. In France we have a saying – stupid and evil. I found them more stupid than evil. That is not to understate the murderous potential of stupidity.

Those have beheaded last year were my cellmates, and my jailers would play childish games with us – mental torture – saying one day that we would be released and then two weeks later observing blithely, “Tomorrow we will kill one of you.” The first couple of times we believed them but after that we came to realise that for the most part they were bullshitters having fun with us.

They would play mock executions. Once they used chloroform with me. Another time it was a beheading scene. A bunch of French-speaking jihadis were shouting, “We’re going to cut your head off and put it on to your arse and upload it to YouTube.” They had a sword from an antique shop.

They were laughing and I played the game by screaming, but they just wanted fun. As soon as they left I turned to another of the French hostages and just laughed. It was so ridiculous.

It struck me forcefully how technologically connected they are; they follow the news obsessively, but everything they see goes through their own filter. They are totally indoctrinated, clinging to all manner of conspiracy theories, never acknowledging the contradictions.

After all that happened to me, I still don’t feel Isis is the priority. To my mind, Assad is the priority

Everything convinces them that they are on the right path and, specifically, that there is a kind of apocalyptic process under way that will lead to a confrontation between an army of Muslims from all over the world and others, the crusaders, the Romans. They see everything as moving us down that road. Consequently, everything is a blessing from Allah.

With their news and social media interest, they will be noting everything that follows their murderous assault on Paris, and my guess is that right now the chant among them will be “We are winning”. They will be heartened by every sign of overreaction, of division, of fear, of racism, of xenophobia; they will be drawn to any examples of ugliness on social media.

Central to their world view is the belief that communities cannot live together with Muslims, and every day their antennae will be tuned towards finding supporting evidence. The pictures from Germany of people welcoming migrants will have been particularly troubling to them. Cohesion, tolerance – it is not what they want to see.

 Mindless terrorists? The truth about Isis is much worse

Scott Atran

 

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Why France? For many reasons perhaps, but I think they identified my country as a weak link in Europe – as a place where divisions could be sown easily. That’s why, when I am asked how we should respond, I say that we must act responsibly.

And yet more bombs will be our response. I am no apologist for Isis. How could I be? But everything I know tells me this is a mistake. The bombardment will be huge, a symbol of righteous anger. Within 48 hours of the atrocity, fighter planes conducted their most spectacular munitions raid yet in Syria, dropping more than 20 bombs on Raqqa, an Isis stronghold. Revenge was perhaps inevitable, but what’s needed is deliberation. My fear is that this reaction will make a bad situation worse.

While we are trying to destroy Isis, what of the 500,000 civilians still living and trapped in Raqqa? What of their safety? What of the very real prospect that by failing to think this through, we turn many of them into extremists? The priority must be to protect these people, not to take more bombs to Syria. We need no-fly zones – zones closed to Russians, the regime, the coalition. The Syrian people need security or they themselves will turn to groups such as Isis.

Canada withdrew from the air war after the election of Justin Trudeau. I desperately want France to do the same, and rationality tells me it could happen. But pragmatism tells me it won’t. The fact is we are trapped: Isis has trapped us. They came to Paris with Kalashnikovs, claiming that they wanted to stop the bombing, but knowing all too well that the attack would force us to keep bombing or even to intensify these counterproductive attacks. That is what is happening.

Emwazi is gone now, killed in a coalition air strike, his death celebrated in parliament. I do not mourn him. But during his murder spree, he too followed this double bluff strategy. After murdering the American journalist James Foley, he pointed his knife at the camera and, turning to the next intended victim, said: “Obama, you must stop intervening in the Middle East or I will kill him.” He knew very well what the hostage’s fate would be. He knew very well what the American reaction would be – more bombing. It’s what Isis wants, but should we be giving it to them?

The group is wicked, of that there is no doubt. But after all that happened to me, I still don’t feel Isis is the priority. To my mind, Bashar al-Assad is the priority. The Syrian president is responsible for the rise of Isis in Syria, and so long as his regime is in place, Isis cannot be eradicated. Nor can we stop the attacks on our streets. When people say “Isis first, and then Assad”, I say don’t believe them. They just want to keep Assad in place.

At the moment there is no political road map and no plan to engage the Arab Sunni community. Isis will collapse, but politics will make that happen. In the meantime there is much we can achieve in the aftermath of this atrocity, and the key is strong hearts and resilience, for that is what they fear. I know them: bombing they expect. What they fear is unity.

  • Nicolas Henin is author of Jihad Academy, The Rise of Islamic State
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