Alfano evita il carcere ai criminali tedeschi condannati dai tribunali italiani. Napolitano lo sa?

sabato, 9 Luglio, 2011

Riprendo dal Manifesto questa denuncia sul comportamento a favore di criminali nazisti da parte del ministro Alfano che non chiede a nome del nostro paese l’esecuzione delle pene sanzionate nei tribunali italiani e scontabili, se richiesto, in Germania

IL MANIFESTO, 8 LUGLIO 2011

Stragi naziste. Sant’Alfano, l’angelo custode

di Guido Ambrosino

Ora che il tribunale militare di Verona ha condannato sette reduci della divisione Hermann Göring per stragi commesse 67 anni fa, i quietisti intoneranno la solita lamentela contro «l’accanimento» ai danni di vecchietti, vicini ai novanta o oltre.
Il partito del «mettiamoci una pietra sopra» è l’erede dei governi democristiani che – sempre per amore del quieto vivere – nascosero i fascicoli d’indagine sulle stragi nazifasciste nell’«armadio della vergogna». Se solo adesso si arriva a sentenze, lo si deve proprio a questo decennale insabbiamento. E non per «accanimento», ma perché si tratta di crimini imprescrittibili.
 Stiano tranquilli, i compassionevoli: sui vecchietti stragisti veglia Angelino Alfano. La Germania non estrada i propri cittadini, né se imputati, né se condannati all’estero, a meno che non accettino spontaneamente un soggiorno carcerario esotico. Il ministro della giustizia potrebbe invece chiedere l’esecuzione delle sentenze italiane in Germania. Ma Alfano, con tutto il da fare che ha per salvare Berlusconi dai processi, se n’è dimenticato.

Nel frattempo si sono accumulate in qualche suo cassetto, abbiamo parlato di «cassetto della vergogna» per analogia con l’armadio reso celebre da Franco Giustolisi, le pratiche di 16 tedeschi condannati in via definitiva all’ergastolo, vegliardi ma ancora vivi, liberi e «impregiudicati» in Germania, dove il riconoscimento delle sentenze italiane non è mai stato sollecitato. Sono in vita otto dei condannati per Sant’Anna di Stazzema (560vittime), tre per Marzabotto (770), uno per Civitella, Cornia e San Pancrazio (244), uno per Branzolino e San Tomè (10), uno per la certosa di Farneta (oltre 60 morti).
Un 17esimo caso costituisce un’eccezione. Il 93enne Josef Scheungraber, che fece saltare con la dinamite a Falzano di Cortona dieci persone, è l’unico ex soldato condannato, in via definitiva, anche da un tribunale tedesco. Afflitto da diversi acciacchi, Scheungraber resta a casa, senza altre limitazione ai suoi movimenti se non quelle che gli vengono dalla vecchiaia. Dunque non c’è rischio di asprezze. C’è solo la possibilità, importante per le vittime, che la colpevolezza sia riconosciuta anche in Germania. Ma non se ne farà nulla, se Alfano continuerà a tener chiuso il suo cassetto. Né le vittime saranno risarcite, se il parlamento reitererà l’ignobile leggina, in scadenza a dicembre, che blocca l’esecuzione degli indennizzi a carico della Germania.

IL MANIFESTO, 8 LUGLIO 2011

Stragi naziste. Sette condanne

di Paola Bonatelli

Un lungo applauso liberatorio ha accolto la sentenza della Corte del Tribunale militare di Verona, presidente Vincenzo Santoro, pronunciata tra le 9 e le 10 di mercoledì sera dopo undici ore di camera di consiglio. Hans Georg Karl Winkler, Fritz Olberg, Wilhelm Karl Stark, Ferdinand Osterhaus, Helmut Odenwald, Alfred Luhmann, Erich Köppe, tutti appartenenti alla Divisione Corazzata Paracadutisti «Hermann Göring», responsabile di una serie di massacri di civili sull’Appennino tosco-emiliano tra i mesi di marzo e maggio 1944, imputati per «concorso in violenza con omicidio contro privati nemici pluriaggravata e continuata», sono stati condannati alla massima pena, con 17 ergastoli comminati, perché qualcuno è responsabile di più stragi. Poi le pene accessorie, la degradazione, il pagamento delle spese processuali. Infine le provvisionali in vista del risarcimento dei danni ai familiari delle vittime e agli enti costituiti in parte civile, per cui è stata chiamata a rispondere anche la Repubblica federale tedesca, oltre alle spese da rifondere allo Stato italiano per la difesa d’ufficio di alcune delle vittime. Gli altri due imputati ancora viventi, Herbert Wilke e Karl Friedrich Mess, sono stati invece assolti per non aver commesso il fatto. Tre dei dodici imputati, Günther Heinroth, Horst Günther Gabriel e Wilhelm Bachler, nel frattempo sono morti e quindi i reati loro ascritti sono stati estinti.
Una giornata pesante, quella trascorsa nell’aula delle udienze del Tribunale militare, in un’attesa ancora colma, a 67 anni dai fatti, di sofferenza e dolore, tra i figli e le figlie, allora bambini, di quei 400 uomini (e qualche donna) massacrati da soldati arrivati nelle contrade sperdute della montagna con l’aiuto di qualche «spia» italiana, per cercare e punire i «banditi», i partigiani. Da Reggio e da Modena sono arrivati due pullman, altri sono venuti in auto e adesso sono là, dignitosamente seduti, volti di gente vissuta nella memoria delle stragi, mai riconosciute dai governi della Repubblica nata dalla Resistenza, sepolte nella vergogna, non solo del famoso «armadio», ma dell’indifferenza della «politica» di palazzo, che ieri, all’indomani della sentenza, si è svegliata, per ora nella sola persona di Vannino Chiti, presidente del Senato, il quale ha espresso «soddisfazione» per le condanne.
Paola Fontana, figlia di Santina Vannucci, che sull’aia di Cervarolo ha perso il padre e un fratello, rispettivamente di 56 e 32 anni; Italia Costi, figlia di Ennio Costi, 45 anni, e sorella di Lino, 20 anni, ammazzati in casa la mattina della strage. Lei aveva 6 anni, sopravvissuto anche un fratello di 13 anni; Talide Vannucci, figlia di Giovanni Vannucci, 32 anni, ucciso sull’aia e nipote di Agostino Vannucci, anche lui fucilato. Lei aveva 8 anni e una sorellina di 11 mesi, erano chiuse in casa con la mamma, la nonna e la zia. Seduta accanto alla figlia Esterina Giovanna Manfredi: «Dopo la strage, hanno fucilato tutti gli uomini – racconta Talide – le case sono state bruciate, ci hanno mandato via con quello che avevamo addosso, siamo rimasti senza niente». Anche Artura Croci, figlia di Adolfo Croci, ucciso sull’aia quando lei aveva 13 anni, siede accanto alla figlia, Graziana Alberghi. Le hanno ucciso gli zii, Marco ed Egisto Alberghi. Marco era un reduce del fronte russo, dove aveva perso un occhio. Vicino a lei Natalina Maestri, che oggi ha 80 anni, figlia di Sebastiano Maestri, ucciso a 68 anni. Allora aveva 13 anni e dice di ricordare tutto «come se fosse adesso, certe cose non si possono più dimenticare. Siamo venuti a sentire se questi signori saranno condannati per tutto il male che hanno fatto. Che ci resti almeno la soddisfazione di sentire se saranno puniti. Dopo la strage – racconta – hanno bruciato le case, per noi qualcuno ha costruito una baracca di legno, altri sono stati ospitati dai parenti, ne abbiamo passate di tutti i colori. Nessun riconoscimento né dallo Stato italiano, né da quello tedesco». Accanto a loro, con la fascia tricolore, i sindaci dei comuni colpiti dai massacri, i rappresentanti delle Province e delle Regioni costituitesi parte civile, e gli instancabili attivisti dell’Istoreco, l’Istituto storico per la Resistenza di Reggio Emilia, che per tutti questi anni – sei, dall’inizio dell’istruttoria – li hanno accompagnati alle udienze, confortati nel dolore delle testimonianze, mantenendo viva la memoria con le tante iniziative intraprese. L’ultima loro fatica, la preparazione di un docu-film sulle stragi e sul processo, di cui hanno ripreso ogni udienza, vedrà al più presto la luce. Dopo la lettura della sentenza è iniziata l’interminabile lista dei risarcimenti per le parti civili, enti e istituzioni – Anpi, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Regioni Emilia-Romagna e Toscana, Province di Modena, Arezzo Firenze e Massa, Comuni di Palagano, Villa Minozzo, Arezzo, Vaglia, Sesto Fiorentino, Poppi, Pratovecchio, Bibbiena, Stia, S. Godenzo, Fivizzano – e poi tutti i familiari, nominati uno per uno, in un elenco straziante, e per ogni strage, la rifusione delle spese per i legali di parte civile, una trentina. Andrea Speranzoni, avvocato di parte civile di una novantina di familiari era ottimista: «Questa sentenza – dice – avrà una ricaduta. La politica, italiana e tedesca, non potrà ignorare ancora per molto questi processi e comunque, dopo settant’anni, una parola di giustizia è stata detta».
Intanto i sette condannati, che hanno dormito (pare) sonni tranquilli nelle loro case per sette decenni, da oggi potrebbero assistere a manifestazioni davanti alle loro dimore. Così almeno hanno promesso gli antifascisti tedeschi, come è stato fatto per i boia di Marzabotto e di Sant’Anna di Stazzema.

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IL MANIFESTO, 8 LUGLIO 2011

La scheda. Quella lunghissima scia di sangue

di (G.A.)

Hermann Göring, designato da Hitler come suo successore, amava cumulare cariche: ministro dell’aeronautica militare, commissario del Reich per le foreste e per la caccia (con tenute a sua disposizione in Brandeburgo e in Prussia orientale), coordinatore del riarmo come responsabile del piano economico quadriennale, presidente del consiglio di difesa del Reich. Famoso come pilota della prima guerra mondiale – nel 1918 comandava la squadriglia di caccia dedicata al «barone rosso» von Richthofen – tenne sempre a farsi «intestare» unità militari. Prima un reggimento, poi una brigata, infine – dopo essere stato nominato Reichsmarschall nel luglio 1940, maresciallo del Reich – una divisione che concentrava un conglomerato di capacità militari, dai carri armati a reparti aviotrasportati, la «divisione corazzata paracadutisti (Fallschirm-Panzer-Division) Hermann Göring».
Con fama di truppa d’élite, la divisione accettava solo volontari, attratti dalla promessa degli armamenti più moderni. Costituita nel 1943, fu schierata in Italia: in Sicilia, a Cassino, a Anzio, poi nell’Appenino, dove si distinse lasciando un’impressionante scia di sangue, a maggior gloria del Reichsmarschall (condannato a morte a Norimberga, Göring si sottrasse all’impiccagione suicidandosi).
Di quei massacri si macchiò in particolare il reparto esploratori della divisione Göring, oggetto del processo a Verona. Il reparto Aufklärungsabteilung (strano destino delle parole: Aufklärung, oltre che perlustrazione, significa illuminismo), entrò in azione il 18 marzo 1944, con l’appoggio di milizie fasciste, a Monchio (provincia di Modena), alle pendici del monte Santa Giulia, dove si presumeva agisse «un gruppo di banditi». A Monchio, Costrignano e Susano, frazioni del comune di Palagano, si contarono 132 morti tra i civili. Il comandante del reparto, il comandante di cavalleria Kurt-Christian von Loeben, scrisse nel suo rapporto che gli abitanti «cercarono di farsi passare per civili inermi (…). Furono accusati di complicità e sterminati, le case incendite o fatte saltare».
Loeben proponeva a modello quest’azione: «La divisione Hermann Göring ha indicato il modo il modo in cui devono essere combattute bande di questo genere». In effetti Monchio, a metà marzo del ’44, fu il primo «rastrellamento» del genere nell’Appenino (le stragi più note di Sant’anna di Stazzema e Marzabotto seguirono diversi mesi dopo, rispettivamente a agosto e a fine settembre). All’inseguimento dei partigiani, la 3. Compagnia esploratori della Göring, con due compagnie della Gnr fascista, passò il 20 marzo nella provincia di Reggio Emilia, seminando il terrore a Cervarolo (24 civili uccisi) e Civago (altre 3 vittime), frazioni di Villa Minozzo. «Rase al suolo dagli incendi», come assicurò Loeben.
A partire dal 10 aprile toccò alla Toscana. Dapprima attorno al monte Morello, con 14 vittime a Cerreto Maggio e Ceppeto, nei comuni di Vaglia e Sesto Fiorentino.
Tra il 12 e il 17 aprile gli esploratori si spostarono nella zona del monte Falterona. Vallucciole fu la località più colpita, con 107 vittime, con altre frazioni del comune di Stia (Arezzo) come Mulino di Bucchio, Serelli, Croce a Mori. Furono messi a ferro e fuoco anche i comuni di Bibbiena (Soci, Partina, Moscaio) e Poppi (Badia Prataglia, Moggiona). Complessivamente furono circa 200 i civili massacrati nel casentino. Cui vanno aggiunte altre vittime nelle provincie limitrofe: 41 a Passo Mondrioli (comune di Bagno di Romagna, Forlì), 18 a Castagno d’Andrea (comune di San Godenzo, Firenze).
Il 5 maggio gli esploratori completano la loro Strafexpedition a Fivizzano, in provincia di Massa. Qui sono 22 i massacrati nelle località di Mommio e Sassalbo, col contributo dei fascisti.

IL MANIFESTO, 8 LUGLIO 2011

Sant’Anna di Stazzema. Colpevoli impuniti, anche grazie alle omissioni del ministro Alfano

di Gabriele Heinicke[1]

In Germania non si sarebbe mai nemmeno aperta un’indagine per la strage del 1944 a Sant’Anna di Stazzema se non si fosse istruito, presso il tribunale militare di La Spezia, il processo contro Alfred Concina, Karl Gropler, Georg Rauch, Horst Richter, Gerhard Sommer, Alfred Schöneberg, Ludwig Heinrich Sonntag, Werner Bruss, Heinrich Schendel e Ludwig Göring. In seguito alle richieste di rogatoria del procuratore militare Marco De Paolis, alla collaborazione con l’ufficio criminalistico regionale del Baden-Württemberg e con l’ufficio centrale per le indagini sui crimini nazionalsocialisti, nel 2002 anche la procura di Stoccarda si vide costretta a avviare un’inchiesta. Mentre il processo a La Spezia si concluse il 22 giugno del 2005 con la condanna dei 10 imputati, in Germania non successe nulla, sebbene la sentenza italiana sia stata convalidata il 4 marzo 2007 dalla corte di cassazione romana.
Nel 2006 e nel 2007 il dottor De Paolis chiese l’estradizione in Italia dei condannati, secondo le procedure del mandato di cattura europeo. L’estradizione non venne concessa in nessun caso perché, secondo il diritto tedesco, i condannati avrebbero dovuto dichiararsi d’accordo con l’estradizione, il che non avvenne. Inoltre l’inchiesta aperta a Stoccarda costituisce un impedimento all’estradizione, ha quindi l’effetto di tutelare i condannati in Italia.
Il procuratore incaricato del caso a Stoccarda, Häußler, si è mostrato fin dall’inizio assai poco disponibile a collaborare con me, come rappresentante legale di Enrico Pieri, che aveva dieci anni quando a Sant’Anna fu sterminata la sua famiglia. Nel 2005 il procuratore respinse la mia richiesta di prendere visione degli atti, sostenendo che la loro conoscenza da parte delle vittime avrebbe potuto compromettere – a 61 anni dai fatti – l’esito delle indagini. Soltanto un anno dopo, e in seguito all’intervento del tribunale di Stoccarda, ho potuto vedere il fascicolo. Dagli atti, tenuti in modo caotico, non emergevano altri elementi se non quelli da tempo raccolti dalla procura italiana.
Il procuratore Häußler mi dichiarò per telefono già nel 2005 che non avrebbe richiesto un rinvio a giudizio. A suo avviso lo impediva la sentenza pronunciata nel 2004 dalla corte federale, massima istanza penale tedesca, nel caso Friedrich Engel (conosciuto come «il macellaio di Genova»). La corte federale avrebbe fissato criteri così severi per la contestazione dell’aggravante della «crudeltà» – uno dei fattori che rende imprescrittibile l’omicidio – da non poterla provare per Sant’Anna di Stazzema.
Di contro all’argomentazione del procuratore, una condanna per omicidio aggravato (Mord) non è prevista solo in presenza di una particolare «crudeltà» nell’esecuzione, ma anche se si uccide per «motivi abietti». Non sembra che il procuratore abbia esaminato questa seconda ipotesi.
Secondo la giurisprudenza della corte federale, un movente omicida è «abietto» se, sulla base di valori etici condivisi, si colloca al più infimo livello di spregevolezza. Questa connotazione ricorse evidentemente a Sant’Anna di Stazzema. Nessuno degli uccisi, 560 donne, bambini, uomini completamente innocenti, aveva dato ai reparti delle SS un qualche motivo di agire contro di loro. Anche dal punto di vista militare non c’era alcuna ragione per uccidere. Da tempo l’inchiesta di Stoccarda avrebbe dovuto essere chiusa con una richiesta di rinvio a giudizio.
Siccome è improbabile che a Stoccarda si arrivi a un processo, una sanzione per i colpevoli condannati a La Spezia potrà esserci solo se si procederà a eseguire in Germania le sentenze dei tribunali italiani. Le premesse formali in Italia sono espletate. L’estradizione è stata richiesta e respinta dai tribunali tedeschi. La documentazione si trova presso il ministero della giustizia italiano. Da lì dovrebbe venir formulata la richiesta alla Repubblica federale tedesca di assumere l’esecuzione delle sentenze. Starà poi ai tribunali tedeschi valutare se ricorrono, come credo, le condizioni di equivalenza normativa. Ma finora, per quanto mi risulta, nessuna domanda in questo senso è stata avanzata alla Germania dal ministro della giustizia italiano. (Traduzione di Guido Ambrosino).


[1] Avvocatessa, rappresenta in Germania le vittime di Sant’Anna di Stazzema.

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