Carlo Lucarelli sul film su piazza Fontana: così si rischia di oscurare la verità

domenica, aprile 1st, 2012

Carlo Lucarelli sul film di Giordana. Rischio di oscurare la verità. Da l’Unità:

Credibile? Lo chiediamo a Carlo Lucarelli, scrittore, autore soprattutto di una storia di Piazza Fontana, un docu-film (insieme con Giuliana Catamo). A Lucarelli toccò d’essere tra i primi a leggere il libro di Cucchiarelli (che presentò pubblicamente, con «dichiarato contrasto con l’autore», ricorda oggi). Credibile o no, dunque?

«Già molti hanno smentito la fondatezza di una simile versione. In generale, è accaduto che a proposito di una vicenda come quella di piazza Fontana si siano costruite negli anni, e sono quarant’anni, una verità storica e una verità giudiziaria. Può succedere che qualcuno si provi a smentirle, magari sulla base di una voce anonina o di chissà quale imprevedibile documento riemerso da chissà quale cassetto».

Come è capitato di recente per misteriosi e futuri attentati vaticani…

«Cucchiarelli, nel caso di Piazza Fontana, non è stato l’unico. Peccato che la sua tesi sia sostenuta dal nulla o quasi di una voce anonima, smentita dalla mancanza di altri documenti e persino da quella logica e da quel buon senso che dovrebbe guidare le azioni e la loro interpretazione: perché mai servizi segreti internazionali avrebbero dovuto ricorrere ad una simile tattica per compiere quella strage, perché mai inventarsi le due bombe. Cucchiarelli sostiene che questa ipotesi darebbe spiegazione ai buchi, alle incertezze che lui rileva nelle indagini, ai depistaggi, agli inquinamenti possibili. Ma questo è un “a posteriori” inaccettabile: prima la teoria della doppia bomba, poi la giustificazione tra le pagine dell’inchiesta».

In realtà circolò a un certo punto la voce di Valpreda fattorino inconsapevole di una bomba di morte, mentre pensava ad un attentato dimostrativo e basta… Voce, peraltro, con scarsissimo seguito.

«Sono pienamente convinto dell’innocenza di Valpreda e siamo da capo: quali documenti a sostegno?».

Viene da chiedersi perché un film che nasce con l’ambizione di rappresentare la storia, ricostruita peraltro con cura in molte parti, accetti alla fine di sostenere una così mal fondata «verità»?

«Lo vorrei chiedere al regista, autore di ottimi film, e agli altri sceneggiatori, Rulli e Petraglia, di lunga esperienza. Vorrei incontrare Giordana per chiederglielo. Perché si è assunto una responsabilità così grande nel raccontare non un episodio qualsiasi, ma un momento fondamentale, di svolta, nella nostra storia del secondo novecento. Che si sia persa o meno l’innocenza, allora. Perché moltiplicare ambiguità, quando di quella strage, e di alcune delle sue conseguenze, si sa moltissimo, molto di più di quanto si sappia per qualsiasi altra strage, documenti, testimonianze, sentenze passate in giudicato, immagini».

Sì, ci sono anche le immagini, quelle vere, di fortissima comunicazione, come quelle che hai usato per la tua ricostruzione. Come quelle dei telegiornali dell’epoca con Vespa in primo piano.

«Immagini che parlano moltissimo, anche attraverso particolari che paiono irrilevanti: Vespa, ad esempio, che annuncia la colpevolezza di Valpreda, il “mostro”, mentre si leggono insofferenza e perplessità sul volto di un funzionario di polizia sullo sfondo, oppure ministri e generali intimiditi che testimoniano in un’aula di tribunale a Catanzaro, a colpi di “non so”, “non ricordo”. Tuttavia, chi immagina una fiction ha l’ambizione di ricostruire le scene e ne ha tutto il diritto. Però nel caso della storia, e di una storia così dentro ancora la nostra coscienza, la responsabilità è enorme. La narrazione, anche quella cinematografica, diventa a sua volta documento nelle mani di chi non c’era o di chi non ha capito e vuol capire».

Una domanda circolava appunto dopo la visione del film: che cosa potrà capire un ragazzo d’oggi?

«C’è il rischio di oscurare verità storiche che sono state accertate: che la bomba fosse fascista, che corpi dello stato avessero tramato. Per questo di storie così ci si dovrebbe occupare con estrema delicatezza».

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