Shlomo Venezia e i suoi terribili ricordi

lunedì, ottobre 1st, 2012

Auditorium di Roma, un 27 gennaio di qualche anno fa. La sala Sinopoli è piena di ragazzi, sul palco si susseguono interventi, c’è a volte un po’ di brusio. Poi prende il microfono Shlomo Venezia e la sala piomba in un silenzio totale. Ciò che racconta fa trattenere il respiro alla platea che non aveva mai incontrato un reduce dei “Sonderkommando” di Auschwitz, uno dei pochissimi sopravvissuti a quell’infernale struttura in cui i nazisti avevano inserito giovani ebrei per il trasporto dei cadaveri dalle camere a gas alla fossa comune. Sonderkommando significa “unità speciale”, Shlomo raccontò quel giorno ancora una volta per chi lo stava ad ascoltare ciò che aveva visto con i suoi occhi di giovane ventenne strappato con la sua famiglia da Salonicco per finire nel più grande mattatoio della storia moderna. Shlomo quel giorno ha fatto rivivere quelle giornate col cielo grigio e piovigginoso della Polonia del ’44, con quei poveri corpi che insieme ad altri giovani doveva andare a gettare nelle fosse. E’ un racconto che ha fatto cinque anni fa quando ha pubblicato “Sonderkommando Auschwitz” per Rizzoli editore.

In quel bellissimo testo pieno di nostalgia per la vecchia Salonicco, dopo la sua famiglia della diaspora aveva vissuto fino all’aprile del ‘44, Shlomo aveva ricostruito in dettaglio quella fase orribile della sua vita che poi per anni e anni è andato a porgere, come una estrema testimonianza, in centinaia di luoghi, scuole, trasmissioni, visite ai campi. Shlomo ha vissuto da uomo semplice, con un piccolo negozietto dalle parti di Fontana di Trevi, in via delle Muratte, dove insieme alla moglie vendeva souvenir per i turisti. Chissà quanti tedeschi sono passati da quel negozietto senza sapere chi fosse quel gentile venditore. Un giorno gli si era presentato Roberto Benigni, voleva e ottenne che gli facesse da consulente per “La vita è bella”, l’altro è stato lo storico ebraico Marcello Pezzetti. Immagino le risate amare con Benigni, perché Shlomo era oltre che coraggioso anche spiritoso e allegro. L’allegria è il carattere che ci consegna proprio nel suo libro di memorie quando all’inizio ricorda la vita a Salonicco con la sua famiglia della diaspora, un sentimento che presto deve misurarsi con lo “strappo” inferto dai nazisti che registra anche la codardia e il tradimento di militari italiani fascisti in quel momento sul suolo greco.

Poi l’allegria si spegne e subentra la notte profonda dell’incubo dei lager. Ha ricordato Shlomo che una volta entrati nelle camere a gas con gli altri addetti del Sonderkommando sentirono un rumore. Un neonato era sopravvissuto ed era ancora attaccato al seno della madre, che era morta. “La mamma era morta e il bambino era attaccato al seno della mamma. Finché riusciva a succhiare stava tranquillo. Quando non è arrivato più niente si è messo a piangere, si sa che i bambini piangono quando hanno fame. Il bambino era quindi vivo e noi l’abbiamo preso e portato fuori, ma ormai era condannato. C’era l’SS tutto contento: “Portatelo, portatelo”. Come un cacciatore, era contento di poter prendere il suo fucile ad aria compressa, uno sparo alla bocca e il bambino ha fatto la fine della mamma. Questo è successo una volta in quella camera a gas…”.

L’ha scritto Primo Levi in  “Se questo è un uomo”. “L’istituzione di queste squadre speciali rappresentò il più grave crimine del nazionalsocialismo, perché le Ss cercarono attraverso il Sonderkommando di scaricare (o quantomeno condividere) il crimine sulle vittime stesse. Un giorno Shlomo Venezia mi volle raccontare anche questo. “Non so se devi scriverlo, mi disse, però devi saperlo…”. E forse ora va scritto. “Anche noi dei Sonderkommando venivamo tenuti alla fame – mi ha raccontato quel giorno Shlomo Venezia -. Una mattina non ho resistito. Nella bocca aperta  di un povero corpo di un uomo che stavo trasportando ho intravisto due denti d’oro traballanti. Traballavano durante il trasporto. Allora li ho tirati via e più tardi li ho dati a un guardiano in cambio di un pezzetto di pane e di una fetta di salame…”. La moglie di Shomo che era lì accanto mi ha subito detto: “Shlomo è un uomo buono…”. Non c’era bisogno di dirlo. Ha accompagnato questa frase con un tenue e smarrito sorriso di chi ha condiviso i giorni e la memoria con una delle povere vittime di una delle più tragiche pagine della storia.

Paolo Brogi

(nella foto Shlomo a Cracovia durante un viaggio della memoria)

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