Matteo Renzi e Michael Ledeen. Perché il sindaco ha incontrato più volte il “falco” americano, teorico dei Contras e del Nigergate, collaboratore del Sismi, uomo dei tempi bui ecc ecc?

venerdì, febbraio 14th, 2014

Per Matteo Renzi si è fatto in passato un gran parlare del finanziere David Serra. Ma non è lui il personaggio “estero” più inquietante delle frequentazioni Renzi. C’è amche Michael Ledeen, l’ultraconservatore americano, uomo legato agli scenari più bui degli anni ’70 e ’80, compresa l’Italia di Moro.

Quest’uomo è stato oggetto di incontri nei giri americani di Renzi. A consigliare Renzi è Marco Carrai, a quanto pare. Ce lo raccontano qui di seguito il Sole 24 ore (gennaio 2014) e l’Espresso (novembre 2013). Ledeen cresciuto nella scia di Kissinger, un teorico delle operazioni sporche in America Latina e in mezzo mondo. Segue infine la scheda di Ledeen su Wikipedia.

Domanda: perché Renzi si è scelto un interlocutore di questo genere? Aspetto dai renziani qualche delucidazione.

Commenti&Inchieste Italia

I due consiglieri atlantici (e opposti) del sindaco

Matteo Renzi e il suo collaboratore Marco Carrai amano molto l’America. E nella vasta rete di contatti che vi hanno costruito spiccano due figure quasi opposte: Matt Browne e Michael Ledeen.
Browne ha 41 anni, è stato uno dei più stretti collaboratori di Tony Blair in Gran Bretagna e ora fa parte del più vivace think tank neo-progressista americano assieme a John Podesta, l’ex braccio destro di Bill Clinton recentemente ingaggiato da Barack Obama come consigliere.

Attraverso il filtro di Carrai, Browne ha introdotto Renzi a Blair, al fratello dell’attuale leader del partito Labour britannico David Miliband e a molti democratici americani.
Michael Ledeen invece ha 73 anni e ha lavorato nelle Amministrazioni di Ronald Reagan e di George W. Bush distinguendosi in entrambi i casi per le sue iniziative da freelance dell’intelligence. La prima è consistita nello scambio tra missili e ostaggi con l’Iran di Khomeini, un’operazione clandestina passata alla storia con il nome di Irangate. Una commissione di inchiesta parlamentare la definirà “episodio imbarazzante” ed “esemplare dei rischi di iniziative fuori dai canoni”. Anche perché che l’iraniano individuato e patrocinato da Ledeen come perno dell’intera operazione, Manucher Ghorbanifar, era risultato un inaffidabile faccendiere e acclarato bugiardo.

Quindici anni dopo, il nome di Ledeen è riemerso in un’altra inchiesta parlamentare su un’altra operazione da lui escogitata. Parliamo di un “summit” segreto organizzato a Roma nell’ottobre del 2011 tra due funzionari del Pentagono e i vertici del Sismi per valutare un’operazione di spionaggio in Iran. E chi era il perno di quell’operazione? Ghorbanifar. Ça va sans dire che quell’iniziativa aveva un costo – 25 milioni di dollari. E che è finita nell’elenco degli “episodi imbarazzanti”.

Insomma, a Ledeen la serenità della torre d’avorio non è sembrata mai bastare. E ha sempre dimostrato una particolare attrazione per il mondo dei servizi segreti. Incluso quelli italiani. Nel 1980 è stato anche al servizio di Giuseppe Santovito, il generale pidduista all’epoca capo del Sismi. Negli stessi anni, ha inoltre coltivato altre due amicizie di peso. Con Bettino Craxi e Francesco Cossiga.
Non resistiamo alla tentazione e chiediamo allo stesso Ledeen: «Che senso ha per qualcuno che dice di voler cambiare tutto nella politica italiana chiedere consigli a chi, come lei, li scambiava 30 anni fa con Craxi e Cossiga? Scusi, ma lei è il vecchio, non il nuovo».
«È vero», ammette prontamente Ledeen con quella punta di autoironia che lo contraddistingue.

Chiediamo poi a Browne cosa pensa del fatto che quando è a Washington Renzi passi da un progressista come lui a un neocon come Ledeen. «Quando un politico straniero con grandi ambizioni visita Washington è giusto che stabilisca rapporti con tutte e due le parti politiche. Ma gli incontri di quel genere sono diversi da quelli in cui si scambiano idee, valori e modi di far politica. Dubito che discuta di queste cose con conservatori».

Marco Damilano – L’Espresso

Marco Carrai, l’uomo che sussurra a Renzi, è uno scapolo di 38 anni, gracilino, riservato, misterioso. Uno che allontana i fotografi e che si sposta a Firenze su una vecchia Fiat Punto, il massimo della sobrietà, francescana e lapiriana quasi obbligatoria per lui che è un cattolico fiorentino ma è anche molto ricco. Da qualche anno colleziona partecipazioni azionarie e presidenze di municipalizzate, società e consigli di amministrazione: da quando nel 2009 l’amico Matteo è diventato sindaco non si è più fermato.



Una storia partita dal cuore del Chianti, a Greve, comune di 14 mila abitanti a 30 chilometri di Firenze, città del vino, in cui la sua famiglia si è riprodotta e si è moltiplicata riuscendo ad amnistiare la memoria del nonno di Marco, il Carrai su cui pesava l’accusa infamante di aver fatto parte della banda Carità, il gruppo fascista che opera in Toscana tra il ’43 e il ’45 a caccia di partigiani, tra esecuzioni sommarie e torture.

Il capostipite viene messo all’indice, poi lentamente risale negli affari: un’azienda di rivendita del ferro, un’altra di materiale per l’edilizia, infine investimenti immobiliari riusciti, il benessere. Papà ex giocatore di calcio nelle giovanili della Fiorentina, mamma figura forte della famiglia e cattolicissima, nella Toscana rossa i Carrai sono conosciuti per essere moderati, democristiani, fieramente anti-comunisti. Nessuno a Greve si stupisce quando nella campagna elettorale del 1994, tracollato lo Scudocrociato, il 19enne Marco al primo voto politico si impegna nei club della nascente Forza Italia di Silvio Berlusconi. Dura poco, pochissimo, perché ad attendere Carrai c’è il Ppi che si è separato dalla fazione di Rocco Buttiglione, punta sul centrosinistra e sull’Ulivo di Romano Prodi e ha trovato a Firenze un segretario provinciale ragazzino che nel ’94 aveva frequentato le tv berlusconiane da concorrente della “Ruota della fortuna” di Mike Bongiorno: Matteo Renzi.

Matteo e Marco a metà degli anni Novanta cominciano a fare coppia fissa. Uno è il centravanti di sfondamento, l’altro il tessitore di centrocampo. Nel Ppi e poi nella Margherita Renzi è il segretario, Carrai è il braccio organizzativo. Insieme definiscono le liste, le candidature, i convegni: uno congiunto tra i giovani della Margherita e quelli di Forza Italia, nell’abbazia di Vallombrosa, per parlare di «tradizione cristiana nell’impegno politico in Italia e in Europa», Carrai introduce, Renzi conclude.

Quando Matteo, nel 2004, viene eletto presidente della Provincia di Firenze, Marco è il suo capo segreteria. Nel frattempo è entrato a Palazzo Vecchio come consigliere comunale della Margherita, eletto con le preferenze assicurate da Comunione e liberazione e dalla Compagnia delle Opere che in Toscana è presieduta da Paolo Carrai e da Leonardo Carrai, alla guida del Banco alimentare, altra opera ciellina: i cugini di Marco. Dai banchi del Salone de’ Dugento è un mastino che sorveglia la giunta del diessino Leonardo Domenici con la grinta dell’oppositore, anche se fa parte della maggioranza.

Quando il Comune di Firenze decide di conferire la cittadinanza onoraria a Beppino Englaro, il papà di Eluana, Carrai vota contro insieme al consigliere Dario Nardella, oggi deputato renziano, «non per senso religioso, ma per laico senso delle istituzioni». Se si tocca la Chiesa il mite Carrai si trasforma in un crociato. Nel 2006, quando esce il film tratto dal romanzo di Dan Brown, pubblica un agile pamphlet su “Il Codice Da Vinci. Bugie e falsi storici”, con lo storico Franco Cardini e il professor John Paul Wauck, prete dell’Opus Dei, molto felice dell’iniziativa. Nel 2007 si presenta al cimitero degli Allori per deporre un cuscino di fiori in onore di Oriana Fallaci, scomparsa un anno prima.

Nel capoluogo della Toscana rossa si costruisce un profilo cattolico e teo-con che promette bene. Ma nel giugno 2009, quando l’amico Renzi schianta l’apparato Ds alle primarie di Firenze e poi viene eletto sindaco, Carrai si ritira dalle polemiche, dalla politica, dai riflettori. E comincia, a soli 34 anni, la sua second life di uomo d’affari. Pubblico e privato.

Consigliere del sindaco (a titolo gratuito), poi amministratore delegato di Firenze Parcheggi, partecipata del Comune, in quota Monte Paschi di Siena, membro dell’Ente Cassa di Risparmio di Firenze che è azionista di Banca Intesa, regista della nomina alla presidenza di Jacopo Mazzei. Siede nel cda del Gabinetto Vieusseux, tra le più importanti istituzioni culturali cittadine, infine è presidente di Aeroporti Firenze, come racconta Duccio Tronci in “Chi comanda Firenze” (Castelvecchi). Intanto coltiva i suoi interessi: il fratello Stefano Carrai è in società con l’ex presidente della Fiat Paolo Fresco nella società Chiantishire che tenta di mettere su un gigantesco piano di appartamenti, resort, beauty farm nella valle di Cintoia, a Greve, bloccato dal Comune.

Fresco è tra i finanziatori della campagna per le primarie del 2012 di Renzi, con 25 mila euro, insieme al finanziere di Algebris Davide Serra, acclamato anche quest’anno alla stazione Leopolda. A raccogliere i fondi a nome della fondazione Big Bang c’è sempre Carrai. Amico degli amici del sindaco: nel cda della scuola Holden di Alessandro Baricco, immancabile oratore alla Leopolda, e vicino a Oscar Farinetti di Eataly, di cui sta curando lo sbarco a Firenze. L’uomo del governo israeliano, per alcuni («Ho da fare a Tel Aviv», ripete spesso), di certo vicino agli americani di ogni colore. Frequenta con assiduità Michael Ledeen, l’animatore dei circoli ultra-conservatori del partito repubblicano, antica presenza nei misteri italiani, dal caso Moro alla P2. È in ottimi rapporti con il nuovo ambasciatore Usa in Italia John Phillips, amante del Belpaese e della Toscana, proprietario di Borgo Finocchietto sulle colline senesi.

C’è anche Carrai quando Renzi banchetta con Tony Blair o quando va ad accreditarsi con lo staff di Obama alla convention democratica di Charlotte del 2012. E quando tre mesi fa il sindaco vola a sorpresa a Berlino per incontrare la cancelliera Angela Merkel, accanto a lui, ancora una volta, c’è il ragazzo di Greve, Carrai. Che nel silenzio accumula influenza e mette fuorigioco altri fedelissimi renziani. C’è chi ha visto la sua manina dietro la nomina di Antonella Mansi alla presidenza di Mps, osteggiata da altri seguaci del sindaco. Ma non c’è niente da fare: Carrai, per Renzi, è l’unico insostituibile. Per questo bisogna seguirlo, il Carrai, nella strada che porta alla conquista di Roma, nella posizione da cui da sempre si governa e si comanda davvero. All’ombra della luce.

Da wikipedia

Michael Arthur Ledeen (Los Angeles, 1º agosto 1941) è uno storico e giornalista statunitense.

Negli anni ’70 si è occupato della storia del fascismo e ha collaborato con Renzo De Felice. In seguito ha continuato a frequentare spesso l’Italia. Ha lavorato anche come consulente storico per il SISMI. È implicato in alcuni importanti scandali, come lo scandalo Iran-Contra ed il Nigergate[senza fonte]; è stato inoltre accusato di aver collaborato con la P2 di Licio Gelli, nonostante abbia negato qualsiasi implicazione[1].

È membro dell’American Enterprise Institute, noto think tank neoconservatore[2].

Vicino ad ambienti dell’Amministrazione Reagan senza tuttavia ricoprire incarichi ufficiali, fu presente alla Casa Bianca durante il colloquio telefonico tra il Presidente americano e il Presidente del Consiglio Craxi nel pieno della crisi di Sigonella nell’autunno 1985[3], inserendosi nella traduzione simultanea in inglese della conversazione e scavalcando di fatto il traduttore ufficiale Thomas Longo Jr, capo dell’Italian Desk del dipartimento di stato che protestò vivamente ottenendone l’allontanamento.

Per il suo fare intrigante e anche sospetto nella politica italiana poco dopo il Direttore del SISMI dell’epoca Amm. Fulvio Martini lo fece dichiarare persona sgradita in Italia. Ritornò sulla scena e nel nostro paese durante le non chiare vicende che ci coinvolsero nella 2ª guerra contro l’Iraq.

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