A Kobane è in ballo la Carta di Rojava, con la sua parità di sessi…

giovedì, ottobre 9th, 2014

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Internazionale

Ecco perché Kobane è sola

—  Sandro Mezzadra, 8.10.2014

Guerra al califfato. Il vero bersaglio dell’Is, inventato da occidente e petromonarchie, è la straordinaria Carta della Rojava. E i combattenti kurdi sul terreno lottano contro il fascismo puro

Nei giorni scorsi H&M ha lan­ciato per l’autunno una linea di capi d’abbigliamento fem­mi­nili chia­ra­mente ispi­rata alla tenuta delle guer­ri­gliere kurde le cui imma­gini sono cir­co­late nei media di tutto il mondo. Più o meno nelle stesse ore, le forze di sicu­rezza tur­che cari­ca­vano i kurdi che, sul con­fine con la Siria, espri­me­vano la pro­pria soli­da­rietà a Kobane, che da set­ti­mane resi­ste all’assedio dello Stato isla­mico (Is). Quel con­fine che nei mesi scorsi è stato così poroso per i mili­ziani jiha­di­sti oggi è erme­ti­ca­mente chiuso per i com­bat­tenti del Pkk, che pre­mono per rag­giun­gere Kobane. E la città kurda siriana è sola di fronte all’avanzata dell’Is.

A difen­derla un pugno di guer­ri­glieri e guer­ri­gliere delle forze popo­lari di auto­di­fesa (Ypg/Ypj), armati di kala­sh­ni­kov di fronte ai mezzi coraz­zati e all’artiglieria pesante dell’Is. Gli inter­venti della «coa­li­zione anti-terrorismo» a guida ame­ri­cana sono stati – almeno fino a ieri – spo­ra­dici e del tutto inef­fi­caci. Già qual­che ban­diera nera sven­tola su Kobane.

Ma chi sono i guer­ri­glieri e le guer­ri­gliere delle Ypg/Ypj? Qui da noi i media li chia­mano spesso pesh­merga, ter­mine che evi­den­te­mente piace per il suo “eso­ti­smo”. Pec­cato che i pesh­merga siano i mem­bri delle mili­zie del Kdp (Par­tito demo­cra­tico del Kur­di­stan) di Bar­zani, capo del governo della regione auto­noma del Kur­di­stan ira­cheno: ovvero di quelle mili­zie che hanno abban­do­nato le loro posi­zioni attorno a Sin­jar, all’inizio di ago­sto, lasciando campo libero all’Is e met­tendo a repen­ta­glio le vite di migliaia di yazidi e di appar­te­nenti ad altre mino­ranze reli­giose. Sono state le unità di com­bat­ti­mento del Pkk e delle Ypg/Ypj a var­care i con­fini e a inter­ve­nire con for­mi­da­bile effi­ca­cia, pro­se­guendo la lotta che da mesi con­du­cono con­tro il fasci­smo dello Stato islamico.

Sì, per­ché è pur vero che l’Is è stato “inven­tato” e favo­rito da emi­rati, petro­mo­nar­chie, tur­chi e ame­ricni: ma sul ter­reno non è altro che fasci­smo. Ce lo ricorda l’ultima pal­lot­tola con cui si è uccisa l’altro giorno a Kobane la dician­no­venne Cey­lan Ozalp, pur di non cadere nelle mani degli aguz­zini dell’Is. Qual­cuno l’ha chia­mata kami­kaze: ma come non vedere il nesso tra quella pal­lot­tola (tra quell’estremo gesto di libertà) e la pasti­glia di cia­nuro che, dall’Italia all’Algeria e all’Argentina, hanno por­tato in tasca gene­ra­zioni di par­ti­giani e com­bat­tenti con­tro il fasci­smo e il colonialismo?

E come non vedere le ragioni per cui l’Is ha con­cen­trato le pro­prie forze su Kobane? La città è il cen­tro di uno dei tre can­toni (gli altri due sono Afrin e Cizre) che si sono costi­tuiti in «regioni auto­nome demo­cra­ti­che» di una con­fe­de­ra­zione di «kurdi, arabi, assiri, cal­dei, tur­co­manni, armeni e ceceni», come recita il pre­am­bolo della straor­di­na­ria Carta della Rojava (come si chiama il Kur­di­stan occi­den­tale o siriano). È un testo che parla di libertà, giu­sti­zia, dignità e demo­cra­zia; di ugua­glianza e di «ricerca di un equi­li­brio eco­lo­gico». Nella Rojava il fem­mi­ni­smo è incar­nato non sol­tanto nei corpi delle guer­ri­gliere in armi, ma anche nel prin­ci­pio della par­te­ci­pa­zione pari­ta­ria a ogni isti­tuto di auto­go­verno, che quo­ti­dia­na­mente mette in discus­sione il patriar­cato. E l’autogoverno, pur tra mille con­trad­di­zioni e in con­di­zioni duris­sime, esprime dav­vero un prin­ci­pio comune di coo­pe­ra­zione, tra liberi e uguali. E ancora: coe­ren­te­mente con la svolta anti-nazionalista del Pkk di Öca­lan, a cui le Ypg/Ypj sono col­le­gate, netto è il rifiuto non solo di ogni asso­lu­ti­smo etnico e di ogni fon­da­men­ta­li­smo reli­gioso, ma della stessa decli­na­zione nazio­na­li­stica della lotta del popolo kurdo. E que­sto nel Medio Oriente di oggi, dove per ragioni con­fes­sio­nali o etni­che sem­pli­ce­mente si scanna e si è scannati.

Basta ascol­tare le parole dei guer­ri­glieri e delle guer­ri­gliere dell’Ypg/Ypj, che non è dif­fi­cile tro­vare in rete, per capire che que­sti ragazzi e que­ste ragazze hanno preso le armi per affer­mare e difen­dere que­sto modo di vivere e di coo­pe­rare. È facile allora capire le ragioni dell’offensiva dell’Is con­tro Kobane. Ma è facile anche capire per­ché non inter­ven­gano a sua difesa i tur­chi, colonna della Nato nella regione, e per­ché sia così “timido” l’appoggio della «coa­li­zione anti-terrorismo». Vi imma­gi­nate che cosa pos­sono pen­sare gli emiri del Golfo dell’esperimento della Rojava e del prin­ci­pio della parità di genere? E gli “occi­den­tali”? Be’, le ragazze che sor­ri­dono con il kala­sh­ni­kov in mano saranno pure gla­mour, ma per gli Usa e per la Ue il Pkk è pur sem­pre un’organizzazione «ter­ro­ri­stica», il cui lea­der è stato con­se­gnato alle galere tur­che dall’astuzia della «volpe del tavo­liere» (Mas­simo D’Alema, per chi non ricor­dasse). E d’altronde: non è nato come orga­niz­za­zione marxista-leninista, il Pkk? Dun­que, si tratta pur sem­pre di comunisti.

E allora? (…) La guerra lam­bi­sce oggi i con­fini dell’Europa, entra nelle nostre città attra­verso i movi­menti di donne e uomini in fuga, quando non restano sui fon­dali del Medi­ter­ra­neo. Ma, den­tro la crisi, la guerra minac­cia anche di sal­darsi con l’irrigidimento dei rap­porti sociali e con il governo auto­ri­ta­rio della povertà. Guerra e crisi: non è un bino­mio nuovo. Ma nuove sono le forme con cui si pre­senta: nella rela­tiva crisi dell’egemonia sta­tu­ni­tense, che costi­tui­sce un tratto saliente di que­sta fase della glo­ba­liz­za­zione, la guerra dispiega la pro­pria vio­lenza “desti­tuente” senza che all’orizzonte si pro­fi­lino sce­nari rea­li­stici – fos­sero pure a noi avversi – di “rico­stru­zione”. Le vicende della «coa­li­zione anti-terrorismo» sono una pla­stica illu­stra­zione di que­sta impasse.

Rom­pere l’impasse è una con­di­zione neces­sa­ria per­ché le stesse lotte con­tro l’austerity in Europa abbiano suc­cesso. Ed è pos­si­bile sol­tanto affer­mando in modo del tutto mate­riale prin­cipi di orga­niz­za­zione della vita e rap­porti sociali radi­cal­mente incon­ci­lia­bili con le ragioni della guerra: è per que­sto che l’esperienza della Rojava assume per noi carat­teri esem­plari. Men­tre a Kobane si com­batte casa per casa, migliaia di per­sone mani­fe­stano a Istan­bul e in altre città tur­che, scon­tran­dosi con la poli­zia, e cen­ti­naia di kurdi hanno fatto irru­zione nel Par­la­mento euro­peo. Si sente spesso dire che chi parla di un’azione poli­tica a livello euro­peo pecca d’astrazione. Ma pro­vate a imma­gi­nare quale sarebbe la situa­zione in que­sti giorni se a fianco dei kurdi ci fosse un movi­mento euro­peo con­tro la guerra, capace di una mobi­li­ta­zione ana­loga a quella del 2003 con­tro l’attacco all’Iraq ma final­mente con un inter­lo­cu­tore sul ter­reno. Non ve ne sono le con­di­zioni? Ragion di più per impe­gnarsi a costruirle. È un sogno? Qual­cuno diceva che per vin­cere biso­gna sognare.
* euro​no​made​.info

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