Informazioni che faticano a trovare spazio

Edith de Hody Dzieduszycka ricorda il padre Camille morto a Mauthausen

NELLA   NOTTE    UN  TRENO
DANS  LA  NUIT  UN  TRAIN
di Edith  de  Hody  Dzieduszycka
Introduzione del Prof. Salvatore Malizia
Edizioni  il Salice – Locarno
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Mostra di fotografie
HISTOIRES  D’ EAU
 Introduzione nel catalogo di Stefania Severi
Interverranno Miriam Mafai
Prof. Salvatore Malizia
         Stefania Severi
 Anna  Teresa Rossini  e  Silvia Siravo
leggeranno alcune poesie
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Martedì 2 marzo 2010 alle 18,30 Da Bibli  (Via dei Fienaroli, a Trastevere)
                                       La mostra durerà fino al 18 marzo
Edith Dzieduszycka, francese di nascita, vive in Italia da molti anni, prima a Firenze e Milano, poi dal 1979 a Roma dove è attiva nel campo dell’arte  con numerose mostre personali e collettive in Italia e all’estero. “Nella notte un treno” è la sua ultima opera. Si tratta di una raccolta di poesie scritte nel corso di molti anni. Inizialmente pensate in francese, sono state dall’autrice tradotte in italiano le prime, scritte direttamente  in italiano e tradotte poi in francese le ultime, e pubblicate nelle due lingue.
Scrive il Prof. Malizia nella sua introduzione : “…sono versi taglienti che scorrono con un ritmo sincopato come singhiozzi trattenuti in gola, doloroso ricordo di un episodio drammatico che, opprimendone l’anima, ha segnato profondamente l’infanzia della piccola Edith : … mezzogiorno livido/della festa dei morti/bambina ancora allegra/bene lo ricordi/al cancello del cortile/violenti/hanno suonato/soldati grigio-verdi…
Nei versi le immagini della violenza subita quando, in seguito alla delazione del vicino di casa miliziano, la madre Geneviève e il padre Camille de Hody, membro attivo nella resistenza francese contro il nazismo e il governo di Vichy, vengono arrestati dalla Gestapo nel novembre 1943. La madre verrà miracolosamente rilasciata mentre il padre, deportato a Mauthausen come prigioniero politico, vi morirà il 12 aprile 1945, tre settimane prima della liberazione del campo da parte degli americani
Tra i numerosi documenti relativi a questo periodo in possesso di Edith (cartelli di minacce  del delatore alla famiglia affissi agli alberi del villaggio, minute del processo e della condanna inflittagli alla fine della guerra per tradimento, cartoline di suo padre dal campo, testimonianze di sopravissuti, ecc.), esiste anche un lungo testo scritto e battuto a macchina  da Geneviève de Hody dopo il suo ritorno dalla  prigione di Clermont-Ferrand dove passò circa quattro mesi insieme a suo marito prima che lui venisse deportato a Fresnes, poi a Mauthausen.
         Si tratta di una cronaca molto ampia e dettagliata nella quale la madre dell’autrice narra la sua esperienza quasi giorno per giorno, analizzando gli eventi, dall’arresto alla sua liberazione, con precisione e sensibilità, dedicando capitoli alle  differenze esistenti tra Wehrmacht e Gestapo, alla coabitazione con gli ufficiali e i guardiani, alla convivenza con gli altri prigionieri alcuni dei quali traditori, alle condizioni di vita dei reclusi, non dimenticando di partecipare il lettore dei suoi pensieri e delle sue angosce.
         Edith ha presentato per la prima volta il suo libro nell’estate 2009 alla Mediateca del Comune di Brioude, sotto-prefettura della Haute-Loire in Auvergne, a 4 chilometri del villaggio di nemmeno 500 anime nel quale ha passato l’infanzia con la famiglia venuta d’Alsazia e rifugiata lì nell’autunno 1939. A questa presentazione erano presenti numerose persone che si ricordavano ancora della sua famiglia e delle sue vicissitudini.
Anche in quella occasione Edith aveva abbinato alla presentazione del libro una mostra di fotografie a colori sul tema dell’acqua. Ne presenta a Bibli una dozzina, scattate durante vari viaggi in Italia e all’estero.

Traduzione di estratti dal racconto “Ricordi di prigionia” scritto da Geneviève de Hody dopo la sua liberazione dalla prigione 92 di Clermont-Ferrand – Auvergne

“… Non appena la notizia del nostro arresto, che suscitò una certa emozione nella zona, venne a conoscenza della Resistenza, alcuni dei suoi membri decisero di fare saltare la sera stessa, la casa del miliziano nostro dirimpettaio, giacché nessuno dubitava che fosse stato lui ad averci denunciati. Si arrivò a caricare una macchina di esplosivo destinato a questo scopo, ma alcuni amici pensarono che le nostre figlie sarebbero state in pericolo e che l’esplosione avrebbe probabilmente danneggiato, oltre alla casa del miliziano, anche la casa in cui abitavamo, di cui per inciso il miliziano era anche proprietario.
I membri della Resistenza spinsero (e aiutarono) le nostre bambine a partire con la massima rapidità ed incaricarono altre persone di mettere al sicuro alcune cose di valore…
…Una volta introdotti nella cella n. 7, ci furono portati due pagliericci e potemmo riflettere sulla nostra sorte. Avevamo l’impressione di essere stati buttati in un grande forno nero, perché questa cella, come le altre, non prevedeva alcun tipo di illuminazione. Sentendo la pesante porta rinchiudersi dietro di noi, la chiave girare nella serratura e il catenaccio scivolare rumorosamente, provai la tremenda sensazione di venire murata in una cripta mortuaria…
…Facemmo subito conoscenza con le pulci che ci avrebbero divorati senza tregua nel corso delle settimane a venire. Mi capitò di contare fino a 500-600 punture…
…La mattina un chiarore livido penetrò nella nostra cella attraverso le inferriate delle alte finestre che ci sovrastavano. Eravamo completamente esausti quando sentimmo delle grida acute e ripetute che sembravano provenire dal piano superiore. Ci scambiammo degli sguardi carichi di incredulità e orrore. Non potevamo e soprattutto non volevamo credere che proprio lì, vicinissimo a noi si stesse picchiando, o peggio torturando un prigioniero. Però le grida continuavano. E nella nostra mente si faceva strada la consapevolezza della terribile verità. Sconvolta mi tappai le orecchie con una pressione, che per quanto sostenuta non riuscì ad attutire l’orrore della consapevolezza che quei suoni disumani provenivano da un uomo che la Gestapo stava massacrando senza pietà. All’inquietudine che provavamo, si univa adesso un’angoscia che non ci avrebbe più abbandonato e che in seguito si sarebbe trasformata in puro terrore…

… Possedevamo una coperta da viaggio, bruna da un lato, verde, viola e grigia dall’altro. La stendevo invariabilmente dal lato colorato al fine di rallegrare un po’ la nostra cella. In altri momenti della mia vita avevo letto e sostenuto l’influenza dei colori sul morale dell’essere umano. E tra questi alti muri grigi, disperatamente grigi, mi sembrava di vivere in fondo ad un pozzo o molte miglia sotto il mare. Aspiravo freneticamente a ritrovare i toni squisiti della natura, la gamma meravigliosa e le sfumature di un tramonto, di un giardino fiorito, di vasti campi di grano dorato distesi sotto monti verdi e blu. La vista del minimo oggetto dotato di forma e di colore mi procurava una viva soddisfazione ed avrei dato molto per incontrare sul mio strada qualunque cosa mi avesse sorriso con del rosso, del blu, del giallo, o del verde, purché non fosse grigioverde…

…Vivevamo in uno stato d’allarme e d’incertezza continui giacché non trascorreva un solo giorno senza che un incidente penoso, una scena sconvolgente ci strappassero brutalmente dalla calma che tentavamo di mantenere per resistere. Avevamo imparato per esempio, che dopo alcuni mesi passati nella stessa cella senza che nessuno si occupasse di voi, la vostra sorte poteva venire decisa nel breve spazio di pochi minuti e nel modo più imprevedibile.
Si viveva dunque sempre in una condizione di intensa precarietà; la notte apparteneva al mistero e al terrore: rannicchiati sotto povere coperte seguivamo il rumore più tenue per cercare di intuirne il senso. Perché dappertutto strisciavano la sofferenza e la morte.”

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