La morte di cinque marinai sul peschereccio “Francesco Padre”, un altro “muro di gomma”

giovedì, 11 Febbraio, 2010

La tragedia insabbiata del “Francesco Padre”. Cinque marinai morti dopo essere stati mandati a picco davanti al Montenegro, nel ’94. Di Sandro Provvisionato, del Tg5, segnalo questa ricostruzione scritta per “Voce delle voci” su una seconda, piccola Ustica che è costata la vita a cinque persone e che nessuno più ricorda, ma che il giornalista Gianni Lannes di cui ci siamo già occupati in questo blog a proposito del suo sito terranostra  e delle sue denunce sulle ecomafie ha ricostruito in un libro “Nato, colpito e affondato” uscito da pochi mesi.

Una dato ormai scontato è che la storia d’Italia più recente, diciamo dal dopoguerra ad oggi, è piena di buchi neri. Molti sono misteri a cui la Giustizia non ha saputo dare risposte, ma che la Storia ha ben inquadrato ed analizzato. Altri sono effettivamente dei grandi punti interrogativi. Poi ci sono i misteri troppo a lungo ignorati, vuoi per una cattiva circolazione dell’informazione, vuoi perché il fatto e i suoi protagonisti, ovvero le vittime del misfatto, non avevano per l’opinione pubblica una rilevanza degna di nota. Se cinque pescatori a bordo di un peschereccio finiscono in fondo al mare il cinismo dell’informazione li relega nella cronaca locale e nelle pagine interne della stampa nazionale. Se poi, con la complicità di magistrati non proprio motivati, periti che vogliono evitare grane e la strapotente forza di persuasione della Nato il caso viene archiviato come incidente, quel fatto diventa un non-mistero, e quelle vittime vengono di nuovo uccise dall’indifferenza.
Di recente, per iniziativa di una piccola casa editrice, le edizioni La Meridiana, è uscito un bellissimo e documentatissimo libro intitolato “Nato: colpito e affondato”, scritto da un giornalista che questa volta davvero può essere definito investigativo: Gianni Lannes. Il libro ricostruisce, con pazienza certosina e la verve che guida i giornalisti migliori, la tragedia insabbiata (letteralmente) del “Francesco Padre”, un motopeschereccio italiano di Molfetta prima mitragliato e poi affondato con un missile nel mar Adriatico orientale, al largo del Montenegro, il 4 novembre 1994 ad opera di unità navali che sotto l’egida della Nato “gestivano” lo scenario marittimo della sporca guerra che porterà da lì a poco alla dissoluzione della Jugoslavia.
Che quell’attacco selvaggio ad un’innocua imbarcazione da pesca sia stato generato dal solito eccesso di zelo guerriero da parte di una nave in pattugliamento nell’Adriatico, per garantire il mantenimento dell’embargo e a guardia delle coste, non lontano dalle quali era in corso uno scontro fratricida tra croati, bosniaci e serbi, è fuor di dubbio. Che all’origine della tragedia ci si stata la fretta e comunque un grave errore di valutazione anche. Quello che lascia interdetti e che attorno ad una vicenda come questa negli anni si sia alzato il solito muro di gomma stile strage di Ustica che in qualche modo, con tutte le debite proporzioni, ci riporta al mistero ancora fitto sugli effettivi esecutori della strage di Bologna, alle verità negate per l’assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, alla tragedia del Cermis, al disastro della Moby Prince, fino al sequestro dell’imam Abu Omar. Con in più la grave diffamazione che quei cinque innocui pescatori non fossero lì per procurarsi con la pesca di che vivere, ma che fossero trasportatori clandestini di esplosivo. Con un filo rosso che lega tutte queste vicende nere: il fatto che l’Italia sia stata e sia inesorabilmente ancora un paese a sovranità limitata.
Già perché, nel silenzio dei media, con un decreto pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 6 luglio 2009, il governo in carica ha di fatto messo, sulla scomparsa del “Francesco Padre” e su vicende simili che vedono compromesse le forze armate della Nato o di Paesi amici, il segreto di Stato. Dopo che i governi che l’hanno preceduto hanno sempre ostacolato la ricerca della verità su questa specifica vicenda.
Il contenuto del decreto del 6 luglio 2009 è quanto mai interessante. In parole povere stabilisce che nulla possa essere rivelato in merito alle attività che coinvolgano la Nato o Paesi aderenti alla Nato. Come dire che i militari della Nato, se commettono reati nell’esercizio delle loro funzioni, non sono né indagabili, né processabili. Una sorta di  rivoluzione nell’opposizione del segreto di stato che se finora era opponibile su fatti specifici concernenti la sicurezza nazionale, ora diventa automatico, al di là dei fatti specifici, per determinate categorie di persone: i militari.
Oggi una pietra tombale è stata messa definitivamente sulle cinque vittime di un tragico errore, sempre negato con ostinazione degna di miglior causa.
Il libro cerca di penetrare, nell’immediatezza dell’accaduto, ora dopo ora, la coltre di spessa nebbia che nasconde ciò che è successo: perché un peschereccio possa essere esploso all’improvviso. Fin da subito ciò che ancora sorprende è la capacità di mentire, senza sbavature, di un’intera catena di comando militare.
Come il Dc9 di Ustica non volava in un cielo deserto, così il “Francesco Padre” non navigava in acque solitarie. Il motopeschereccio pugliese era finito dentro un triangolo di mare dove era in corso un’esercitazione militare dell’Alleanza Atlantica non denunciata da alcun bollettino. Qualcosa di assolutamente segreto. Il primo ad avvistare l’esplosione del “Francesco Padre” fu un aereo americano. La prima nave ad arrivare in pochi istanti nell’area dell’esplosione fu una fregata spagnola. Quel tratto di acqua pullulava di imbarcazioni superprotette da radar. Eppure nessuno vide quello che era successo al motopeschereccio. Nessuna unità navale. Neppure italiana. Perfino il sommergibile olandese “Walrus” ed il sottomarino iberico “Tramontana” videro nulla, pur essendo entrambi specializzati nella guerra elettronica e fossero operativi nella zona del disastro. E i resti recuperati vennero immediatamente distrutti. Proprio come si cercò di fare – senza riuscirci – nella tragedia di Ustica con il Mig 23 precipitato sulla Sila.
C’è poi il capitolo più spinoso. Quello del comportamento della magistratura di Trani che a differenza di quella romana su Ustica ha preferito chiudere in quattro e quattro otto l’inchiesta. Del comportamento di quei magistrati, procuratore e sostituto, Lannes fa un’analisi molto attenta per giungere a conclusioni degne di un intervento, anche a distanza di anni, del Consiglio superiore della magistratura. Con una domanda forse ingenua: possibile che esistano magistrati tanto tremebondi e così coercibili?
L’aspetto del libro che più mi ha allarmato è l’elenco spietato che Lannes fa degli altri “incidenti” ad opera di unità navali militari avvenuti nel corso degli anni in quel piccolo mare che è l’Adriatico.
11 luglio 1993, nelle reti calate del “Francesco Padre”, impegnato in una battuta di pesca, si impiglia un sommergibile della marina statun
itense, l’“Uss Belknapp”. Il giorno dopo il comandante del peschereccio, Giovanni Pansini, che 16 mesi dopo resterà ucciso nella tragedia, denuncia l’accaduto ma viene subito indagato dalla procura di Trani. Poco più di un mese dopo gli americani lo indennizzano con un assegno di 9.554 dollari chiedendo in cambio il silenzio più assoluto.
30 novembre 1994, appena 19 giorni dopo l’annientamento del “Francesco Padre”, un altro peschereccio molfettese, il “Modesto Senior”, viene fatto segno da raffiche di mitragliatrice sparate da un elicottero francese della Nato. Meno di un anno più tardi, a fine settembre 1995, al largo delle coste del Montenegro, un peschereccio molfettese, il “Sirio”, viene travolto da un sommergibile dell’Us Navy che si incaglia nelle sue reti. La tragedia, solo sfiorata, avviene sotto gli occhi dei marinai di altri cinque pescherecci che si trovano in zona.
Tragedia dolorosa invece nemmeno quattro anni prima, il 12 dicembre 1991, quando in pieno giorno si inabissa senza alcun motivo apparente al largo di Gallipoli il “S. Cosimo II”, trascinando con sé tre uomini. Un’inchiesta dimostrerà che il fasciame del peschereccio era intatto e quindi nessun cedimento strutturale.
Ma veniamo ad anni più vicini. 22 giugno 2001, ore 14.03. Il peschereccio “San Pietro” di Monopoli viene “agganciato”da un sommergibile americano a propulsione nucleare, il più piccolo della flotta Usa, ad appena 11 miglia dalla costa di Brindisi.       
Vogliamo ricordare le vittime innocenti del mitragliamento e del siluramento del “Francesco Padre”. Sono: Giovanni Pansini, comandante, 45 anni; Luigi De Giglio, 56; Savero Gadalta, 42; Francesco Zaza, 31; Mario De Nicolo. 28. A bordo c’era anche un cane lupo. Si chiamava: Leone.    
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