Processo di Brescia, l’asse tra Milano e il Veneto di Ordine Nuovo. E domani in aula Izzo. Il resoconto di Bresciaoggi

mercoledì, 24 Febbraio, 2010

IL PROCESSO. Novantanovesima udienza davanti ai giudici della Corte d’assise chiamati a giudicare cinque imputati per l’attentato del 1974

Strage, i legami tra Ordine nuovo e la Fenice

Wilma Petenzi

Il milanese Marco Cagnoni ricorda conoscenze e legami con i mestrini

· Mercoledì 24 Febbraio 2010
· CRONACA,
· pagina 17
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I giudici della corte d’assise al processo per la strage di piazza Loggia
Sull’asse Mestre-Milano-Brescia sarebbe maturata la decisione e l’organizzazione dell’attentato che il 28 maggio del 1974 in piazza della Loggia uccise otto persone.
QUESTA TRIANGOLAZIONE negli ambienti della Destra eversiva degli anni Settanta, con la collaborazione dei servizi segreti deviati, è alla base della ricostruzione dei pubblici ministeri Roberto Di Martino e Francesco Piantoni.
Ieri, in aula, alla novantanovesima udienza del processo per la strage di piazza della Loggia è comparso come testimone Marco Cagnoni, chiamato dall’accusa a riferire dell’eventuale legame tra i giovani di destra milanesi e quelli veneti. Cagnoni, 61enne milanese, ha ricostruito l’attività de La Fenice «nato come giornale nell’estate del ’71 e qualche istante prima come gruppo con l’obiettivo di rappresentare la corrente rautiana all’interno del movimento sociale italiano». Leader de La Fenice, come ricordato da Cagnoni, era Giancarlo Rognoni: «era il più anziano, aveva assunto la leadership». Legati alla Fenice, come ricordato da Cagnoni, erano Pietro Battiston, Nico Azzi, Marco De Amici e Pierluigi Pagliai. Sia De Amici che Pagliai frequentavano il collegio S. Orsola di Salò dove andava a scuola anche Silvio Ferrari, morto la notte del 19 maggio ’74 in piazza del Mercato per l’esplosione dell’esplosivo che portava sulla sua Vespa. .
IL GIORNALE doveva essere mensile, ma alcuni problemi, soprattutto di natura economica limitarono le edizioni. «Saranno usciti al massimo una decina di numeri». Il giornale, una volta stampato veniva distribuito ai comizi, ai convegni. La distribuzione portava i giovani della Fenice anche fuori Milano e pure fuori Lombardia. Durante queste trasferte i giovani della Fenice conobbero gli ordinovisti veneti. «Conoscevo Carlo Maria Maggi, Carlo Digilio e Delfo Zorzi. Li colloco tra i rautiani. Ricordo che Zorzi era un patito delle arti marziali e del Giappone, era una persona molto schiva e taciturna, non eravamo in confidenza. L’ultima volta che l’ho visto fu a Milano, mi chiamò e ci incontrammo in piazza Cinque giornate: voleva sapere se conoscevo qualcuno con una fabbrica di pellame». Tra le conoscenze di Cagnoni anche Massimiliano Fachini e Elio Massagrande, del gruppo di Ordine nuovo di Padova. «Massagrande l’ho visto quando sono stato in Grecia e sono passato da Atene per salutare Battiston: erano in due appartamenti attigui».
I giovani de La Fenice furono legati anche a Brescia: «Qui usciva il giornale Riscossa e ci incontrammo per capire le procedure da seguire per dare vita a un giornale».
RAPPORTI NORMALI tra giovani interessati alla politica, nulla di eversivo secondo Cagnoni che ha voluto precisare che il gesto di Nico Azzi (ebbe un incidente con una bomba nella primavera del ’73 su un treno Milano-Torino) era assolutamente inatteso. «Non ne sapevo nulla, non me l’aspettavo proprio» ha voluto precisare.
In aula ieri, davanti ai giudici anche un uomo dei servizi segreti, Federigo Mannucci Benincasa, che alla fine degli anni Settanta raccolse alcune confidenze di Adalberto Titta, uomo di spicco di Anello, il super servizio segreto che, secondo alcune confidenze di Titta, sarebbe stato voluto da Giulio Andreotti. Mannucci ha fatto risalire la nascita di Anello al periodo immediatamente successivo alla fine della seconda guerra mondiale. «Titta mi accennò a un gruppo di persone che erano unite dal desiderio di fare qualcosa per l’Italia. Mi parlò di Anello come di una struttura vecchia, che non esisteva più. Si trattava di un braccio non ufficiale di qualche istituzione voluto da una parte della politica, da Giulio Andreotti».
PER MANNUCCI c’era una sorta di connessione e di parallelismo tra Anello e la P2, in cui figuravano anche i vertici del servizio segreto «ma quando ne parlai con Titta lui non reagì, quasi sembrava ignorare la storia della loggia P2. Non ho potuto approfondire l’argomento perchè è morto nel novembre dell’81».
E NELL’UDIENZA di domani, la centesima di questo lungo processo, è atteso in aula Angelo Izzo, noto per essere stato responsabile del massacro del Circeo insieme a Gianni Guido (già sentito in aula)
e Andrea Ghira e per aver ucciso nel 2004, mentre si trovava in regime di semilibertà la moglie e la figlia di un pentito della Sacra Corona che aveva conosciuto in carcere. Izzo è stato condannato all’ergastolo e è in carcere a Velletri. Fra qualche giorno (il 10 marzo) si sposerà in carcere con Donatella Papi, giornalista romana.
Durante il periodo di detenzione Izzo ha manifestato più volte interesse a collaborare con la magistratura fornendo versioni sulla strage di piazza Loggia, di piazza Fontana e di Bologna e anche su altri episodi di terrorismo e di mafia. Tutte le deposizione finora si sono rivelate assolutamente infondate.
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