David Richard, un umanizzatore poco noto di manicomi. Ritrovate le sue regole d’oro del 1840

domenica, 14 Marzo, 2010

Questa è la storia pochissimo nota di un precursore della umanizzazione dei manicomi, David Richard (1806-1859).
Svizzero di nascita, David Richard ha operato a Stephansfeld in Alsazia francese dove per 19 anni fino al giorno della sua morte avvenuta a 59 anni ha cercato di migliorare la vita degli “alienati” introducendo nella vita del manicomio l’ergoterapia, balli, danze, spettacoli teatrali, passeggiate all’esterno, piccoli psicodrammi, lezioni, ecc.
David Richard si preoccupò di far dormire i suoi degenti su letti con buoni materassi protetti da teli di gomma e creò una forma di assicurazione che li aiuta al momento della loro uscita.
Si preoccupò di intrattenere una corrispondenza con le famiglie. Insomma un precursore dei metodi moderni Che sarebbe stato apprezzato da Basaglia.
Qui di seguito, grazie alla segnalazione di una sua discendente Edith de Hody Dzieduszycka, ecco la sua scheda biografica e soprattutto l’interessante programma di principi di gestione di un manicomio, un testo del 1840.
                                  
BIOGRAFIA  DI  DAVID  RICHARD
David RICHARD nasce a Ginevra il primo settembre del 1806: La sua famiglia paterna, d’origine ugonotta, abbandona la Francia durante la revocazione dell’Editto di Nantes e la persecuzione dei protestanti. Sua madre invece è cattolica; vittima di una febbre puerperale in seguito al parto, diventa progressivamente pazza dopo la nascita di David, circostanza che avrà una profonda influenza sul ragazzo e farà nascere in lui il desiderio di venir in aiuto ai malati mentali.
            Studia a Ginevra fino a venti anni poi diventa per tre anni precettore dei figli del principe Argyropoulo a Pisa, e studia scienze e legge all’Università.. Si reca poi a Roma dove studia medicina a La Sapienza.
            Nel 1830 ritorna in Francia e va a vivere a Parigi dove segue i corsi universitari dei Professori Dupuytren, Cruvelhier, Broussais, Velpeau. Nel 1831 entra all’Ospedale della Pietà e si appassiona allo studio della frenologia, dell’antropologia e del magnetismo.
            Partecipa durante quel periodo alla vita intellettuale parigina e ha per amici, tra gli altri, George Sand, Lamennais, Lacordaire, Franz Liszt. Nel 1831 viene fondata la Società Frenologica di Parigi, della quale diventa presto vice-presidente. Scrive numerosi articoli  sulla rivista di quella Società, attività che gli permetterà di venir in contatto con le personalità scientifiche, filosofiche e filantropiche più importanti della capitale. Di lui il Dr. Stark, suo successore a Stephansfeld dirà : “David Richard fu uno dei partecipanti più apprezzati dei salotti dell’aristocrazia intellettuale della capitale del mondo.”
            Nel 1835 conosce per caso una giovane signora, Théodosie Rivoire, che sta per imbarcarsi su una nave verso Cayenne e l’America a scopi umanitari, insieme alla fondatrice dell’Ordine di Cluny. La sposerà al suo ritorno nel 1841. Nasceranno due figli maschi, allevati nella religione cattolica della loro madre. David Richard si convertirà  nel 1854.
            Nel 1840, conoscendo la sua generosità , le sue capacità e le sue predisposizioni per i problemi psichiatrici, il Prefetto del Bas-Rhin, Louis Sers gli propone la carica di Direttore del Manicomio di Stephansfeld. Prima di accettare, David visita vari manicomi per documentarsi : Charenton, Bicetre, La Salpetrière, Ste Anne, vicini a Parigi; altri in provincia, in Svizzera (Ginevra, Losanna, Basilea) e in Italia (Toscana) .
            Prende la sua carica il 10 luglio 1840 e da quel giorno , con uno zelo instancabile, si attacca alla riorganizzazione di tutti i settori del manicomio nonché alla costruzione di nuovi padiglioni, bagni, giardini, infermerie, ecc. Il terreno a disposizione dell’istituzione passa da 8,2 ettari a 30. Già da 1840 a 1841 il numero dei malati passa da 289 a 411 e a 797 nel 1855. . Introduce l’ergoterapia, organizza balli, danze, spettacoli teatrali, passeggiate all’esterno, piccoli psicodrammi, lezioni, ecc. I malati dormono su letti con buoni materassi protetti da teli di gomma. Crea per loro una forma di assicurazione che li aiuta al momento della loro uscita, intrattiene una corrispondenza con le famiglie. Tutto questo aiutato da sua moglie Théodosie, compagna fedele e attiva, che lo seguirà con devozione durante tutto quel percorso. Un medico belga in visita a Stephansfeld dirà ; “Ho trovato a Stephansfeld uno :stabilimento modello… che ha fatto fare un passo da gigante all’assistenza agli alienati”.
            David Richard prosegue intanto una corrispondenza assidua con gli amici conosciuti a Parigi, e soprattutto con George Sand che lo chiama “Angelo” e “Dottor Amabilis” e con Lamennais, malgrado la scomunica di quest’ultimo.
            Nel 1844 gli viene proposto la carica di ispettore generale delle case per alienati di Francia, ma la rifiuta per rimanere in mezzo ai suoi “cari malati”.
Muore l’11 luglio 1859 a 53 anni in seguito ad una pleurite durata poche settimane e verrà seppellito nel cimitero del manicomio del quale aveva tracciato la planimetria. Venerato in Alsazia, la sua reputazione aveva già varcato le frontiere  e il racconto della sua vita esemplare superato ampiamente la cornice della storia locale alsaziana.
           
           
           
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p;                                                           DAVID RICHARD
PROGRAMMA PER ALCUNI  PRINCIPI DI AMMINISTRAZIONE PRATICA
ALL’INTERNO DEI MANICOMI
presentato nel settembre 1840 ai membri della Commissione del manicomio
di Stephansfeld nel Bas-Rhin – Alsazia – Francia
            “ Appena la direzione del Manicomio dipartimentale di Stephansfeld mi venne affidata dal Ministro dell’Interno, ai miei studi anteriori sulle devianze dell’intelligenza umana e sui stretti rapporti interconnessi tra il fisico e il mentale, sentì la necessità di aggiungere una esperienza preliminare del regime amministrativo dei manicomi, sia leggendo le cose pubblicate su quelli funzionanti in Inghilterra e in Italia, sia visitando quelli principali di Francia e Svizzera. Mi era stato detto che in seguito a circostanze incresciose, Stephansfeld non aveva completato il suo programma di organizzazione, e che il primo dovere di un nuovo direttore avrebbe dovuto consistere nel proporre un piano d’insieme che soddisfacesse tutte le esigenze di simili stabilimenti.  Sapevo per altro che l’ultima legge sugli alienati e l’ordinanza che la spiega e la precisa  avevano ricevuto quasi dappertutto soltanto un inizio di esecuzione, e capivo, di conseguenza, che dovevo cercare nei manicomi francesi dei punti di vista, delle indicazioni, piuttosto che una tradizione completa o dei modelli da seguire rigorosamente. Così, mentre raccoglievo con cura dei documenti statistici e studiavo alcune particolarità amministrative, cercavo principalmente ad impregnarmi dei principi che fungono da guida per i direttori e i medici dei manicomi pubblici privati più celebri.
            Dall’esame visuale scrupoloso di quei diversi stabilimenti  ho ricavato una convinzione : ed è che tutto quanto di saggio e di ragionevole esiste nell’organizzazione dei manicomi e nel trattamento degli alienati  può venir riassunto in un piccolo numero di osservazioni e di principi fondamentali :
1.      Ogni facoltà dell’animo umano, istinto, sentimento, intelligenza, è strettamente legata all’organizzazione.
2.      Tutti gli uomini posseggono in partenza la stessa quantità di facoltà fondamentali e in questo senso sono simili. Si differenziano tra di loro per il grado di sviluppo o d’attività di quelle facoltà che sono loro comuni.
3.      Le  circostanze, fortuite o provocate, una cultura indirizzata bene o male, possono sviluppare o deprimere, perfezionare o pervertire le diverse facoltà dell’uomo e allo stesso tempo gli apparati nervosi che ne sono gli strumenti.
4.      Le varie categorie di alienazioni mentali vanno considerate alla pari delle altre malattie, e cioè come fenomeni intimamente legati ad alterazioni e disturbi organici.
5.      L’alienazione mentale segue il corso delle altre malattie e non è più incurabile di loro a condizione che si sappia utilizzare in tempo i rimedi morali e fisici adeguati.
6.      Bisogna assolutamente evitare di ammettere con leggerezza l’incurabilità di una alienazione mentale, poiché trascurando di dedicarsi alla sua cura e alla sua osservazione si potrebbe perdere occasioni preziose per guarirla.
7.      Non esistono rimedi morali per modificare l’organizzazione più efficaci di quelli che imprimano al corpo nuove abitudini e una direzione diversa agli organi cerebrali.
8.      Allorché si manifestano usura o eccitazione di alcune facoltà, bisogna assolutamente far  in modo che gli strumenti organici di queste facoltà siano messi a riposo nel modo più completo possibile.
9.      In caso di atonia o inattività di alcune facoltà, n
on si deve trascurare nulla per rimetterle in funzione e ristabilire così nell’individuo l’equilibrio normale che è condizione di salute morale e intellettuale.
10.  Due modi eccellenti per calmare l’eccessiva eccitazione delle facoltà affettive o intellettuali sono l’isolamento e la distrazione impiegati successivamente o simultaneamente a seconda delle circostanze. Isolare un malato mentale consiste non tanto nell’infliggergli una solitudine assoluta quanto allontanarlo dalla sua famiglia e interrompere il corso delle sue abitudini.
11.  Si può combattere con successo una passione disordinata provocando passioni più forti, tali paura, fame, sete, amore, vita.
12.  La società e l’esempio rappresentano per gli alienati come per i bambini e l’umanità in generale delle spinte potenti verso l’attività e delle barriere efficaci contro la sregolatezza delle passioni.
13.  Alcuni tipi di follia sono fisicamente o moralmente pericolosi da avvicinarsi, mentre altri, di natura opposta, possono venir messi in contatto con successo tra di loro.
14.  Il lavoro, soprattutto quello manuale, solitario o in gruppo secondo le circostanze, rappresenta uno dei mezzi di guarigione più efficaci dell’alienazione, e l’utilizzo di utensili appuntiti o taglienti, allorché sorvegliato attentamente, è lontano dal presentare per gli alienati tutti i pericoli temuti.
15.  La follia conseguenza di lavoro intellettuale, è più rara di quanto si creda generalmente : anzi l’istruzione scientifica, letteraria o industriale, può diventare spesso un metodo eccellente di cura perché mette in attività le principali facoltà dell’intelligenza che sono le moderatrici degli istinti e dei sentimenti.
16.   La relazione che esiste tra le facoltà istintive, le facoltà affettive e le facoltà intellettuali dell’uomo è talmente intima che basta spesso il risveglio di alcune per ravvivare e modificare profondamente le altre.
17.  Tra tutte le occupazioni manuali, quelle che si adattano meglio ai malati mentali sono quelle agricole, lo stare all’aria aperta, lo spettacolo dei fenomeni naturali con  la costanza delle leggi che li regolano, la calma dei campi, la natura degli esercizi ai quali ci si dedica, la traspirazione che ne consegue, infine la stanchezza che li accompagna e che porta il più spesso ad un sonno riparatore, Tutto ciò è calcolato per rinforzare la salute fisica, l’intelligenza e i sentimenti.
18.  Il lavoro dei malati mentali deve ricevere una retribuzione alimentare o pecuniaria stabilita in anticipo. E’ molto positivo tutto quanto indirizza il loro spirito verso idee di giustizia e di ordine. Rappresenta inoltre un modo per confortare in loro il rispetto della proprietà, fondamenta di ogni organizzazione sociale; si  può così accantonare per loro qualche risorsa per il momento così critico della loro uscita.
19.  Gli alienati hanno, al pari degli altri uomini, addirittura più degli altri, necessità di variare le loro occupazioni e i loro esercizi, e di distrarsi con delle passeggiate, delle letture e dei giuochi. La frequenza delle passeggiate all’esterno ha per effetto di diminuire il loro desiderio di evasione, scartando da loro l’idea di una reclusione senza fine.
20.  Gli alienati sono molto portati verso l’imitazione e l’emulazione, ed è possibile abituarli al silenzio e organizzare tra di loro esercizi in comune come la marcia in fila, la corsa, la recitazione, il canto o la musica.
21.  La maggior parte degli alienati non dimentica mai del tutto il principio dell’autorità morale, e conserva una propensione a sottomettersi al regolamento dettato da
una volontà equa.
22.  E’ sempre preferibile dire la verità agli alienati e segnalare loro la loro follia quando la manifestano, piuttosto che ingannarli con una adesione simulata ai loro errori, il che aggraverebbe il loro male trasformandolo in abitudine.
23.  I malati mentali, anche quando sembrano maggiormente indaffarati o agitati, sono molto sensibili al modo di comportarsi delle persone che li circondano, e la vera bontà ha su di loro un enorme influenza; di conseguenza risulta importantissima la scelta dei guardiani, delle infermiere, di tutti quelli che li avvicinano. Troppo spesso piccole angherie hanno esasperato e reso incurabili alcuni malati sul punto di essere guariti.
24.  Con gli alienati più agitati l’apparato della forza dispensa quasi sempre dall’uso della forza stessa.
25.  Spesso il modo migliore per calmare un alienato consiste nel lasciarlo sfogare il suo furore in un luogo isolato dove possa agitarsi liberamente. In questo caso il miglior medico è lo spazio.
26.  Solo eccezionalmente, come nei casi di monomania suicida, omicida o abitudini viziose, ci si deve risolvere ad intralciare la libertà di movimenti di un alienato.
27.  I primi mesi e soprattutto le prime settimane di una alienazione sono il periodo più favorevole per trattarla; per questo motivo i parenti i quali, per incuria, amor-proprio o falsi scrupoli differiscono nell’invocare, per uno dei loro famigliari il soccorso della medicina, hanno gravi rimproveri da farsi.
28.  Dappertutto le famiglie confessano con profonda ripugnanza la presenza di un malato mentale nel loro seno. D’altra parte con pregiudizio ingiusto e crudele, il pubblico rimane diffidente e considera sfavorevolmente le persone anche completamente guarite. La più grande discrezione, il più grande segreto rappresentano dunque per gli amministratori dei manicomi un dovere di convenienza, di prudenza e di umanità.
29.  E’ molto difficile trovare al di fuori di uno stabilimento speciale per alienati i mezzi d’isolamento, di socializzazione, di trattamenti fisici e morali che sono alternativamente indispensabili alla guarigione della follia.
30.  Nessuna ambientazione per un manicomio conviene meglio di una campagna spaziosa, lontana dalla città, a prossimità di foreste ed esposte all’azione libera dei venti.
31.  Credere che gli alienati debbano venir alloggiati soltanto al pianterreno è un pregiudizio. Quello che risulta vero per gli epilettici, i senili ed alcuni monomaniaci suicida non si applica a tutti. Una bella vista, un’aria secca e pura, l’obbligo di salire e scendere presentano spesso grandi vantaggi.
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33.  In generale è preferibile sistemare gli alienati in dormitori piuttosto che in camere singole, perché ciò comporta un’abitudine sociale che ispira loro riguardi reciproci e li mantiene all’interno di una certa decenza.
34.  Se alcuni alienati presentano una capacità calorifica interna notevole o la caratteristica di poter affrontare freddi molto intensi, si tratta di solito di una eccezione. La maggior parte di loro sono al contrario molto sensibili alle vicissitudini atmosferiche e non si bada mai abbastanza a proteggerli dai rigori dell’inverno.

< div class="MsoNormal" style="margin-left: 53.4pt; text-align: justify; text-indent: -18pt;">35.  E’ vero che alcuni alienati rifiutano con ostinazione qualunque tipo di cibo

ma la maggior parte di loro ha invece un appetito vorace. Bisogna dunque evitare di troppo ridurre il loro regime alimentare, sia nei manicomi pubblici sia in quelli privati.
36.  In un manicomio i bagni sono tanto indispensabili per il trattamento medicale quanto lo è la cucina per il regime alimentare.
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39. Bisogna essere molto prudente nell’autorizzare gli incontri tra un alienato e la sua famiglia. Tutto quello che può ricordargli i suoi affetti, le sue antipatie, i suoi problemi passati deve essere evitato con cura per un certo tempo. Arriva poi un momento in cui le visite avranno felici esiti e serviranno di test per apprezzare lo stato morale del malato.
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41.Un manicomio deve presentare l’immagine di una monarchia assoluta nella quale regna però la giustizia. I conflitti d’autorità rappresentano uno spettacolo pericoloso per il morale dei malati che hanno prima di tutto bisogni di allacciare il loro pensiero oscillante ad una volontà unica.
42. Non è vero che la follia sia una difesa contro le altre malattie. La mortalità è relativamente molto alta tra gli alienati. Oltre al problema cerebrale, causa essenziale della follia, essi sono soggetti a tutte le altre malattie. I manicomi hanno pertanto assolutamente bisogno d’infermerie speciali, e i malati devono essere trattati con tutte le precauzioni igieniche imperiosamente dovute ai grandi raggruppamenti umani.
43. L’esercizio del culto religioso è molto importante per la guarigione di alcune malattie mentali. Di fronte ad altre, la religione deve invece astenersi, o per lo meno mostrare soltanto il suo aspetto consolatorio, tacendo sui suoi rigori. Rappresenterebbe in questo caso per lo spirito quello che per uno stomaco malato sarebbe un alimento eccellente ma troppo sostanzioso.
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45. Quando un alienato entra in convalescenza e si avvia verso la guarigione, bisogna modificare il contesto intorno a lui affinché ogni cosa lo riporti insensibilmente alle abitudini della società nella quale sta per tornare.
46. Un manicomio, destinato a tutte le categorie della società, deve il più possibile offrire il riflesso delle sue diverse classi e della società stessa, negli alloggi, nell’alimentazione, nelle conversazioni, nei lavori, nelle passeggiate, nei giuochi, infine in tutti i dettagli della vita.
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48. Esistono stretti collegamenti tra il crimine e la follia, tra le prigioni e i manicomi. Alcuni medici pretendono che non c’è mai follia senza colpa o delitto preliminari, e che bisogna trattare i pazzi come dei criminali. Secondo noi, per non ferire né la verità né l’umanità, bisognerebbe piuttosto considerare i detenuti come un altro tipo di alienati. Non è forse frequente vedere ogni giorno i manicomi fungere da succursale alle case di detenzione ?
49. Quando un alienato è convalescente o guarito, non c’è niente di più importante che preparare l’ambiente nel quale sta per rientrare: le famiglie e la società non mostreranno mai abbastanza sollecitudine su questo punto. Sarebbe opportuno allargare agli alienati indigenti guariti la bella istituzione delle società di patrocinio.
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51. Può essere considerato un assioma amministrativo il fatto che per prosperare, i manicomi pubblici che ricevono molti indigenti devono necessariamente essere organizzati su larga scala e contenere almeno quattro cento malati. In quel caso le spese generali, calcolate su un gran numero, sono relativamente diminuite; si può così facilmente programmare tutte le suddivisioni ed miglioramenti  resi  possibili dai progressi della scienza umana e della medicina.
Con l’esposizione di queste regole, risultato della nostra esperienza, penso di averle svelato, e ne sono felice, i principi  sui quali il Dr. Roederer ed io stesso siamo in piena sintonia; e insieme di averle illustrato la metà verso la quale desideriamo marciare insieme per realizzare il più presto possibile, a Stephansfeld, i benefici promessi alla Francia dalla legge filantropica del 1838 sui malati mentali.
           
            David RICHARD
           
           
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