Delle Chiaie: non siamo stati noi, vorrei saqpere invece come è stato ucciso Esposti

mercoledì, 3 Marzo, 2010

Da Bresciaoggi del 3.3.2010:

 

 

STRAGE, IL TERZO PROCESSO.Il fondatore di Avangiardia Nazionale respinge qualsiasi coinvolgimento nell’attentato. «Non perdonerò chi ha offeso il mio onore»

Delle Chiaie: «Lo stragismo? Un’infamia»

Mara Rodella

«Dopo piazza Fontana abbiamo svolto anche noi un’indagine Ci concentrammo sulla strana morte di Giancarlo Esposti»

·         Mercoledì 03 Marzo 2010
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Stefano Delle Chiaie in una fotografia d’archivio
«Ho sopportato l’infamia dello stragismo per anni, e non perdonerò chi ha voluto offendere il mio onore»: a mettere subito le cose in chiaro è Stefano Delle Chiaie, fondatore storico di Avanguardia Nazionale, chiamato a deporre dai pm nel terzo processo per la strage di piazza Loggia. 
Imputato e assolto in primo grado per le stragi di piazza Fontana e Bologna, e in appello per il golpe Borghese, su di lui resta una condanna per tentata ricostituzione del partito fascista. E un alone di testimonianze che legherebbero parte degli avanguardisti al terrorismo nero degli anni ’70. Comprese quelle dei collaboratori di giustizia che ricondurrebbero Delle Chiaie agli Affari Riservati, inquadrando anche l’attentato del 28 maggio 1974 nel «patto» tra la destra eversiva e apparati statali deviati. 
«Non ho mai avuto nulla a che fare con le stragi – afferma Della Chiaie -. Lo stragismo non era concepibile per Avanguardia Nazionale, nemmeno dal punto di vista ipotetico. Un attentato dimostrativo, magari ad un palo della luce, era una cosa, ma lo stragista è un criminale che condanno senza appello». Ricorda un’udienza per la strage di Bologna: «Ero in gabbia, mi passarono davanti i parenti delle vittime. Non perdonerò mai il loro sguardo, che si chiedeva se io fossi il boia dei loro cari, come non perdonerò mai magistrati e depistatori. Ho sentito pentiti che hanno parlato di me, e non so nemmeno chi fossero». 
Un richiamo del presidente della corte d’Assise, Enrico Fischetti, tenta di contenere lo «sdegno» del teste, e riporta l’attenzione su Brescia, e sul clima politico di quegli anni. «Noi per primi volevamo saperne di più – dice Delle Chiaie – e proprio la notte del 12 dicembre ’69 iniziammo ad indagare per capire l’origine della strage di piazza Fontana». 
UNA SORTA di commissione d’inchiesta nata all’interno di “Avanguardia” quindi, «per evitare che al nostro gruppo fossero attribuite, come poi è successo, azioni che invece non ci appartenevano». Non solo, perchè stando al teste (e anche alle dichiarazioni di Carlo Digilio) sarebbe stata proprio Avanguardia Nazionale a sventare l’attentato all’arena di Verona, sempre nel ’74. 
Saperne di più, dunque, anche su Brescia. Quando scoppia la bomba in piazza Loggia Delle Chiaie è latitante a Madrid (dove quell’anno incontra anche Maggi, che tenta un avvicinamento politico), ma le informazioni dall’Italia lo raggiungono puntualmente. «Notizie preoccupanti, soprattutto dal Veneto: temevamo che singoli provocatori si infilassero nelle sedi locali di An. Non volevamo cellule impazzite». < /span>
Ed è sempre in Spagna che, con Vincenzo Vinciguerra, ordinovista friulano, Delle Chiaie organizza una sorta di «interrogatorio» a Gaetano Orlando, vice di Carlo Fumagalli, fondatore del Mar. «Credevamo fosse Guido Giannettini, ma alla fine gli chiedemmo comunque spiegazioni, anche sulla strage di Brescia. Sentivamo il dovere di sapere. Non capivamo come e perchè fosse morto Giancarlo Esposti, che ci era stato indicato come autore dell’attentato in piazza Loggia – racconta Delle Chiaie -. Volevamo vederci chiaro sui contatti tra questi gruppi e i servizi segreti: Orlando confermò i rapporti operativi con i servizi, ma senza specificare quali, parlò del contatto con gli ufficiali dei carabinieri Dogliotti e Santoro e di una rivoluzione in Valtellina, con la complicità del Ministero degli Interni, e la copertura delle forze dell’ordine. Ma su Brescia, nel dettaglio, non ci rivelò nulla». 
MA PERCHÈ tutto questo interessamento alla morte di Esposti, ucciso in una sparatoria con i carabinieri il 30 maggio ’74? «Perchè era strana: per il contrassegno utilizzato per oltrepassare i posti di blocco a Pian del Rascino, per la conformazione dei gruppi paramilitari, per il verbale non firmato da parte di una guardia forestale. Collegando questo episodio alla strage di Brescia, ci sembrava necessario indagare per difendere l’identità di An, contro l’attività di qualche guerrigliero, come Spiazzi, che cercava di adescare i nostri giovani con le armi. Anche l’attentato al Psi di Brescia, nel ’73, eravamo convinti fosse una provocazione con la regia di Orlando».

Evocati Ermanno Buzzi
e il pianto di Giuseppina

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Pierluigi Concutelli nell’88
Nel terzo processo sulla strage torna il nome di Ermanno Buzzi: del neofascista bresciano (condannato all’ergastolo in primo grado per l’attentato e assolto in appello dopo essere stato ucciso nel carcere di Novara da Mario Tuti e Pierluigi Concutelli nell’’81) parleranno le dichiarazioni rese a verbale da Liberato Delle Piaggi, una delle parti lese, che ieri sono state acquisite dalla corte. 
AL MOMENTO dello scoppio Delle Piaggi era in piazza, a un passo dall’ordigno: subì lesioni gravissime. Sentito più volte negli anni, ha dichiarato che poco prima dell’esplosione avrebbe visto un uomo appoggiato al cestino dentro il quale fu collocata la bomba: robusto, alto un metro e settanta circa, capelli neri, basette lunghe, vestito di grigio con un dolcevita nero. Figura che Delle Piaggi identificherebbe con Ermanno Buzzi. Spetterà ai giudici, ora, verificare l’attendibilità e il peso di questi ricordi. 
Ma il nome di Ermanno Buzzi, ieri, è stato citato anche da Giuditta Balduzzi, madre di Giuseppina Marinoni (venuta a mancare 9 anni fa) che, all’epoca, aveva 18 anni: conosceva i neofascisti Silvio Ferrari e Marco de Amici, legati a Buzzi, indagati e assolti nell’inchiesta bis. «Mia figlia mi diceva sempre di non sapere nulla nè sulla strage nè sulla morte di Ferrari – ricorda la teste -. Quando tornava a casa dopo gli interrogatori era scossa e commentava: mamma, quello che dovevo dire l’ho detto. Niente di più. Solo una volta aggiunse che gli inquirenti volevano farle dire cose di cui non era a conoscenza». Una sera poi, mentre la ragazza si trovava davanti al giudice istruttore Domenico Vino, intorno alle 23 il padre chiamò in tribunale: «Era in lacrime, mio marito le disse semplicemente di dire la verità». Nel ’78 Buzzi ammise di aver conosciuto Giuseppina tramite Ombretta Giacomazzi: gli dissero che la ragazza era incinta e gli chiesero 200mila lire, forse per abortire. «Falso – dichiara la madre -. Forse quei soldi servivano a Ombretta». M.RO.
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