Estela Carlotto racconta i desaparecidos, e 101 nipoti ritrovati, ai giudici della I Corte d’Assise

giovedì, 18 Marzo, 2010

Estela Carlotto e sua figlia Claudia, con una nipote e un’altra ex sequestrata dei militari argentini, hanno fatto 11 mila km per venire a testimoniare in aula davanti alla Prima Corte d’Assise dove si giudica l’ammiraglio torturatore Emilio Massera, un fellone che ora si è dato per matto e che è comunque detenuto in Argentina.
Le abuelas de la Plaza de Mayo hanno fatto così tanti km, i cronisti giudiziari non hanno neanche avuto la forza di fare cento metri per venire a sentire queste donne e le loro storie. Più che loro, sono i loro capidesk che neanche fanno lo sforzo di mettere a fuoco il problema.
Era già successo col processo nel Bunker di Rebibbia, seguito poco o nulla dai media italiani. Sta succedendo di nuovo con questo processo d’assise in corso ora contro i militari argentini e Massera in particolare.
Un anticipo c’era stato già la sera prima alla Casa del Cinema dove si proiettava “Noi che siamo ancora vive” di Daniele Cini. Proiezione molto affollata e commossa, giornalisti però assenti.

Eppure quello che viene a ricordare e a denunciare Estela Carlotto fa male al cuore. Perché i vostri giornali si comportano in questo modo? chiede Estela Carlotto durante una pausa dell’udienza. Che risponderle? Provincialismo, supponenza, cialtronaggine, cripto-fascismo, conformismo. La miscela è certamente preoccupante.
Perché chiede poi in aula il pm Francesco Caporale a questa distinta signora dai capelli ben curati e bianchi, nonna settantanovenne di un nipote che non ha ancora potuto stringere tra le sue braccia, quel Guido che sua figlia Laura poi trucidata dai militari ha certamente partorito dentro la scuola della marina militare, la tristemente famosa Esma dove si torturavano i prigionieri e da dove partivano poi i voli della morte…Perché, ha chiesto dunque Frasncesco Caporale, lei è diventata presidentessa delle Abuelas de la Plaza de Mayo?
Per un’ora Estela ha raccontato di nuovo la sua storia. Lei maestra elementare, il marito Guido che non si occupava di politica e seguiva solo la sua piccola ditta di pittura, due figlie di cui si è salvata solo Claudia che invece erano nella gioventù peronista. Due studentesse, con una differenza d’età di soli due an ni, praticamente coetanee, Claudia che si è salvata e Laura no. Ma di Laura Estela sa che ha partorito in quel lager, però. Glielo hanno detto dieci anni dopo i medici che ne riesumarono il corpo, crivellato di fucilate in tresta e al ventre. Laura si doveva essere anche difesa, aveva un braccio spezzato. Ma ad attirare l’attenzione degli anatomo-patologi erano state soprattutto le microlesioni che si creano nel bacino di una donna al momento del parto. Laura ce le aveva. “Estela, sei una habuela”, le disse allora il capo dell’equipe incaricata della riesumazione,lo statunitense Snow.
Ed è da quel momento che l’impegno di Estela Carlotto è diventato ancor più netto. Ora doveva cercare questi nipoti che sono stati dati ad altre famiglie, ricostruire queste radici spezzate, cercare perciò anche il suo Guido (sa che questo era il nome che sua figlia Laura avrebbe voluto dare al figlio) che però non ha ancora trovato.
“Però, ha detto con orgoglio oggi in aula, i giovani figli dio desaparecidos che attraverso il dna hanno ritrovato ora i loro veri nonni sono ormai 101…”.
Ma quanti sono questi giovani con questo problema oggi in Argentina? “Oltre 500 – ha risposto l’anziana presidentessa -. Con un decreto presidenziale è stato formata la Conadi, la Commisiòn nacional del derecho a la identitad, che accoglie le richieste di tutti coloro che nutrono dubbi sulla propria storia…”.
Estela Carlotto ha riferito poi del drammatico incontro che ebbe in quel 1977 col generale Vignone, segretario del capo della giunta, Jorge Videla. A lei che implorava per la vita della figlia il militare che l’aveva ricevuta con una pistola ben esposta sulla scrivania rispose: “Non ucciderle? Qui bisogna farlo”. Poi Estela Carlotto ha confermato che il reparto di nascita clandestino dell’Esma riceveva donne incinte anche da altre strutture. Un reparto ben pianificato dall’ammiraglio Massera, dove appena nati i bimbi venivano strappati alle loro madri. Ore contate per le povere puerpere, da quel momento in poi, mentre per i bimbi scattava il trasferimento verso nuove famiglie, spesso di militari. Un prete, ha confermato Carlotto, ci disse che in alcuni casi erano state pagate somme non indifferenti dai genitori adottivi. Solo il 15% di questi casi riguarda adozioni legali. Il resto è stato un commercio di bambini vile e scellerato. “Così non crescono come i loro padri, e non divenderanno sovversivi”, avrebbe spiegato un militare golpista.
Il processo davanti alla Corte presieduta da Anna Argento, il giudice che ha bocciato le liste Pdl a Roma, riprenderà il 25 maggio. In due giornate consecuitive saranno sentiti altri otto testi.
Paolo Brogi

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