Parlano i profughi afgani che arrivano a Roma. Le loro storie raccolte da “Terra”

martedì, 2 Marzo, 2010

Quarantasei ore dentro una cassa, senza mangiare, bere, orinare. Due giorni di viaggio da Patrasso a un porto italiano che non ha mai saputo quale fosse perché Reza Hussaini, afghano di etnìa azara, poteva a mala pena respirare da quattro fori. Condivideva quella specie di bara larga un metro con un altro giovane, i passeurs li avevano avvertiti su come comportarsi, però la prevista traversata di sette ore fino a Bari sembrava durare un’eternità.

Reza
Racconta “Mi accorgevo che era trascorso un giorno e ne iniziava un altro, solo successivamente ho compreso che eravamo stati rinchiusi per due giornate intere. Ci avevano avvertiti di far passare almeno un’ora da quando il camion si fosse mosso dopo lo sbarco, in modo da spostarci da porti e dogane dove potevano arrestarci. Quando battemmo sulla cassa con tutta la forza che avevamo il Tir si fermò. Il conducente parlava una lingua ignota, forse era italiano ma allora non lo conoscevo. L’uomo urlava quindi riprese la marcia. Aveva capito che eravamo clandestini però non ci aveva fatto scendere e temevamo ci consegnasse alla polizia. Così abbiamo ribussato disperati, lui s’è rifermato. In quel momento era più calmo, ci aiutò ad aprire la cassa e ci fece segno di andare. Quasi non lo guardammo in faccia, temevamo reazioni e fuggimmo dietro una siepe. Sulla strada passavano molti camion, noi camminavamo nei campi. Non sapevo dov’eravamo, i trafficanti ci avevano detto Italia, ma noi non conoscevamo l’Italia, avevo paura di finire in una zona desertica (…) Camminammo per un’ora e più ai lati della strada poi comparve una pompa di benzina. Eravamo affamati, sporchi di grasso, impauriti, avevamo qualche decina di euro cuciti dentro i pantaloni – in questi casi devi sempre conservare un po’ di denaro sennò sei fottuto – divorammo dei biscotti comperati nel market. L’altro afghano, che parlava un poco d’inglese, chiese dov’era una stazione ferroviaria, la raggiungemmo per prendere un treno e poi un secondo per Roma Termini. Era una delle mete del viaggio. Se ci avessero imbarcato su un cargo francese dovevamo andare a Marsiglia o Parigi”. L’Odissea di Reza Hussain pastore di Urozgan, oggi diciannovenne che gode dal 2007 dello status di rifugiato in Italia, fa il fornaio e ora parla un buon italiano, è stata in fondo breve e poco costosa, tre mesi di viaggio per 4.000 euro. Altri impiegano anche un anno nei passaggi da Stato a Stato.

“Un giorno pascolavo le mie capre quando mi raggiunse una pattuglia taliban coi kalashnikov in mano. Cercavano mio padre. Volevano gli dicessi dove fosse e io non lo sapevo. Mi tennero sotto tiro per alcune ore, mi picchiavano, avevo paura ma non potevo dire nulla: davvero non sapevo dov’era. Lo cercavano perché era un militare e aveva combattuto contro di loro. Per fortuna se ne andarono e mia madre gli mandò la notizia delle minacce. Lui decise che dovevo andarmene e per evitare vendette predispose una fuga anche per mia madre e mia sorella. Finii in Iran dove uno zio fa il muratore. Mi aiutò, ricevemmo dei soldi e comprammo un passaggio verso l’Europa. L’attraversamento della Turchia fu faticoso, fatto con mezzi di fortuna, carretti, cavalli, passavamo di notte in certe zone montuose per non essere intercettati dalla polizia che è terribile. Però il vero pericolo è stata la traversata verso l’isola di Samos. Provata tre volte sempre su un gommoncino perché avevo pochi soldi e non potevo permettermi un’imbarcazione più sicura. Eravamo in dieci e dovevamo remare. La prima volta il mare era grosso e presto rinunciammo, la successiva stavamo quasi per approdare quando s’alzo una burrasca che spingeva indietro il gommone. Noi remavamo con la forza della disperazione ma un vento maledetto ci riportava verso la Turchia. Gridavamo perché la salvezza svaniva. Io non avevo mai visto il mare e quel mare faceva paura. Rischiammo due volte di finirci dentro, solo uno di noi diceva di saper nuotare ma a cosa sarebbe servito in quelle condizioni? Il terzo tentativo riuscì. Fummo intercettati da una nave della Marina greca, enorme, che però ci lasciò arrivare a riva. Ci portarono in un Centro per l’immigrazione poi in traghetto ad Atene e a Patrasso dove aspettai per quasi un mese la nave giusta”.

Saber
Saber Akhoonzade il suo cargo a Patrasso l’ha atteso per cinque mesi, il viaggio dalla nativa Larman a Roma è durato quasi un anno ed è costatato molto di più: 12.000 dollari. Certe tappe, soprattutto le ultime in Grecia, sono state le stesse: il porto del Pireo e l’altro del Peloponneso, egualmente i passaggi per Turchia e Iran anche se i risvolti cambiano. L’allora ventitreenne Saber fuggiva perché direttamente coinvolto nella guerra, era un combattente che lo zio fece rifugiare in Pakistan. Stette lì per due settimane e appena comperato il passaggio per l’Europa versò metà della quota pattuita e fu spedito insieme ad altri in Iran. “Ci alloggiarono a Teheran in un grande condominio ben organizzato. Vestivamo e mangiavamo bene, non abbiamo mai dovuto lavorare. Ci facevano girare in gruppo di dieci persone, nessuno ci chiedeva documenti. Ho visto solo una volta la polizia in divisa verso la frontiera. Per attraversare il territorio iraniano impiegammo due mesi. Diversa fu la situazione in Turchia: lì c’erano maggiori controlli, dovevamo muoverci di notte, facevamo marce a piedi e dormivamo all’aperto. Dopo due mesi arrivammo a Istanbul quindi a sud di Smirne per il passaggio nell’isola greca di Chio. Lo scegliemmo costoso ma più sicuro dei soliti gommoni anche se quell’imbarcazione a motore procedeva lenta a pelo d’acqua perché aveva caricato quasi cento persone. Per evitare d’esser rapinati abbiamo dovuto dividere il denaro in piccoli quantitativi e nasconderlo. L’unico episodio accadde in Pakistan: ci minacciarono con la pistola, io dichiarai d’avere solo cinquanta dollari, ad altri ne furono prelevati cento e duecento”. Trascorso un mese nel Centro migranti dell’isola ellenica per il timore d’essere rimpatriato Saber fuggì. Solo grazie all’aiuto di connazionali ebbe un posto sul traghetto che lo portò ad Atene e a Patrasso. Lì, aspettando il Tir assegnatogli, stazionava con la folta comunità afghana nel mega accampamento attorno al molo che offre manodopera per il locale lavoro dei campi “Raccoglievo le arance, mi davano 30 euro al giorno”, il doppio della paga delle isole dove al massimo si strappano 15 euro. Anche per Saber scattò l’ora ics: entrò nella cassa e raggiunse Bari con una traversata ordinaria di sette ore. “Telefonai a un numero indicato per sapere dove andare, mi dissero di prendere il treno per Roma Termini e il metrò per Piramide”.

Patrizia e Margherita
Il capolinea del viaggio diventava un dormitorio di fortuna nei pressi della Stazione Ostiense dove Patrizia Fiocchetti lo trovò nell’agosto 2007 insieme a un centinaio di afghani, quasi tutti pashtun come lui. L’iniziativa da lei avviata col Centro di accoglienza di Pietralata, tuttora presente nel cuore del popolare quartiere romano dei trascorsi pasoliniani, iniziò casualmente proprio per quell’emergenza migranti. La giunta comunale stava affrontando un altro bisogno di alloggi per gli sfrattati ai quali pensava di destinare un edificio del Cnr che cambiò in corsa destinazione d’uso. Mentre le famiglie romane andarono in un’altra zona lì giunsero centoventi clandestini. Ricorda Fiocchetti, che per oltre un anno è stata la coordinatrice prima di passare il testimone a Margherita Taliani, “Erano ragazzi delle quattro etnìe (pashtun, azara, tagiki e uzbeki) fra i 19 e 25 anni, c’erano anche otto minori e un sessantenne. I bambini dopo due settimane vennero sistemati in case-famiglia. Il Centro si rapporta all’Ufficio migrazione comunale e dà lavoro a nove dipendenti, è una struttura aperta tutto il giorno diversamente da quelle che funzionano dalle 17 alle 9 del mattino. L’impostazione dell’attività è stata sin dall’inizio molteplice, ci siamo interessa
ti dell’accoglienza con vitto e alloggio, della situazione legale per la definizione dello status di rifugiato e della formazione per provvedere al più rapido inserimento nel mondo del lavoro”. “Talune amministrazioni provinciali e regionali – ricorda Taliani – ci hanno dato un sostegno formidabile, penso al Piemonte, rapido ed efficiente nel fornire corsi di saldatore, o la città e la provincia di Udine dove gli assessorati alla migrazione e al lavoro fanno rete sul territorio con le aziende per richiedere quali figure lavorative servono e orientare la preparazione degli addetti”. “Abbiamo avuto a che fare prevalentemente con giovani di sesso maschile – precisa Fiocchetti – perché la diaspora afghana prevede che le famiglie si sforzino a pagare il viaggio al primogenito maschio, un viaggio difficile, rischioso, il cui successo dipende dalla quantità di denaro di cui si dispone e dalle capacità d’adattamento individuali. Soggettive sono anche la possibilità e la volontà d’inserimento visto che tutti i giovani hanno una scarsa alfabetizzazione che corrisponde al nostro ciclo elementare, c’è chi in due mesi inizia a parlare la nostra lingua e chi dopo un anno è ancora bloccato. Tutto sta nell’interesse ad accettare una nuova vita in un ambiente diverso, superando atavici retaggi etnici che coinvolgono gli stessi ragazzi”.

Afferma Taliani “Offriamo a tutti strumenti e opportunità, le scelte e le conseguenze diventano personali. Le resistenze si verificano più che su questioni culturali, che pure esistono, su fattori economici. Non è un segreto che ogni etnìa ha nel Paese che accoglie i rifugiati anche bande dedite all’illegalità, costoro propongono facili guadagni. Chi entra in questi giri non riuscirà a emanciparsi e integrarsi, vivrà in una marginalità sociale che lo renderà sempre dipendente dai nuovi padroni”. Dai ‘signori della guerra’ ai ‘signori della droga’ seppure i ruoli dentro e fuori l’Afghanistan diventano complementari. Ma certi giovani che a neppure vent’anni hanno più volte incrociato lo sguardo della morte come Reza dicono “Ho visto morire civili che nulla avevano a che fare con la guerriglia taliban. La guerra c’era prima che loro arrivassero e c’è adesso ma non è rivolta solo contro i taliban, la morte tocca tutti gli afghani. Questo governo voluto dagli americani cosa fa? Non ho visto nessuna iniziativa a favore del popolo, l’invasione occidentale rafforza chi vuole la guerra perché gli offre motivi per farla. L’etnìa pashtun che raccoglie taliban, signori della guerra, governanti alla Karzai persegue l’uso della forza e mantiene aperti i conflitti, sono anni che va avanti così. Ognuno sfrutta la destabilizzazione a proprio vantaggio, ci rimette la gente che a mala pena sopravvive”. Strizza gli occhi minuti Reza e guarda una carta geografica del Medio Oriente affissa su una parete del Centro “Vorrei che tutto finisse, vorrei tornare a vivere nel mio Paese. E’ la mia speranza più grande”.

Enrico Campofreda (Terra)

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