A Lashargar abbiamo curato 66 mila persone…La lettera di una volontaria di Emergency

martedì, 13 Aprile, 2010

Mi è giunta questa lettera di una volontaria di Emergency. La pubblico. Giudicate voi. Sessantaseimila interventi medici a Lashargar, che oggi Emergency ha dovuto abbandonare…

“Le notizie dall’Afganistan si susseguono incontrollabili. Letteralmente, incontrollabili: la maggior parte delle notizie citano generiche “fonti afgane”o fonti anonime; l’unica fonte citata per nome e cognome, finora, è il portavoce del governatore di Helmand, che però non parla a nome della polizia, né dei servizi segreti che trattengono i nostri colleghi.

Quindi, ad ora, non esistono ancora notizie ufficiali sullo status dei nostri colleghi: sono in stato di fermo? Sono stati arrestati? Di cosa sono accusati? Se sono accusati di qualcosa, avranno diritto a vedere un avvocato? Dove si trovano? Quando potranno parlare le loro famiglie o con la sede di Emergency?

Si dice che c’è stato un “corteo contro Emergency, manifestanti davanti all’ospedale”. La prova è un video di poche decine di secondi. Nell’inquadratura più affollata, ho contato ventitré persone, ventiquattro con quello che arringa la folla, in un campo di calcio. Ventiquattro? Ne abbiamo curate 66mila in quell’ospedale. Scusate, quella notizia e quella prova non mi fanno venire il benché minimo dubbio sui  sentimenti della popolazione verso un’organizzazione che ha curato 66.000 persone, bene e gratis.

A chi conosce personalmente i nostri colleghi in queste ore verrebbe da ridere, se la situazione non fosse drammatica. Rideremmo perché le accuse, per chi li conosce, sono grottesche, assurde. Mi rendo conto che non tutti hanno la fortuna di conoscerli, ma chi può pensare veramente che persone che da anni lavorano in questo settore, conosciuti e stimati in Italia e all’estero, con figli piccoli, mogli e genitori, potrebbero decidere di rischiare la loro vita, la loro famiglia, la loro carriera, la loro reputazione per vendersi a un piano criminale?

Avrebbero organizzato un attentato contro il governatore nel proprio ospedale? Dopo una vita così, per aiutare gli altri, per uccidere il governatore avrebbero fatto saltare in aria il proprio ospedale, uccidendo i propri pazienti, i loro parenti, i colleghi, gli amici?

Si dice che i nostri tre colleghi italiani siano accusati di avere preso 500mila dollari per partecipare a un attentato contro il governatore di Helmand. Perché pagare 500mila dollari a uno straniero per fare un lavoro che un delinquente afgano farebbe per cinquanta dollari? A me sembra antieconomico.
E le notizie si fanno sempre più grosse, più ridicole, più inverosimili. Viene fuori che, secondo le solite fonti, i nostri colleghi sarebbero ora accusati di avere ucciso Ajmal Naqshbandi, l’interprete di Daniele Mastrogiacomo, nell’aprile 2007. Peccato però che, come è facilmente verificabile da chiunque e soprattutto dalle autorità, nell’aprile 2007 Marco Garatti fosse in Sierra Leone, Matteo Pagani in Italia e Matteo Dell’Aira in Sudan, dove – nota di colore – è stato tra i protagonisti di un film su Emergency presentato poi alla Mostra del Cinema di Venezia.

Le notizie si susseguono, a ripetizione. L’ultima me la segnalano mentre sto scrivendo: il portavoce del governatore ha dichiarato che “lo staff di Emergency ha amputato senza motivo le mani dei soldati dell’esercito afgano per renderli disabili”. E questo no, non lo dovevano dire: accusarci di un crimine in sala operatoria? A chi posso consegnare tutte le cartelle cliniche dei nostri pazienti  dal 2004 a oggi? Un perito di fama internazionale che goda della fiducia di tutti, ad esempio, che possa dimostrare carte alla mano che non si è mai svolto un singolo intervento inutile. Amputazioni non necessarie? Avete presente la chirurgia di guerra? Oppure, semplicemente, perché le autorità e i giornalisti non provano a chiederlo ai soldati, come erano conciate le loro mani quando (se) i nostri chirurghi hanno dovuto amputarle, esattamente come in Afganistan bisogna amputare tante, troppe mani di bambini, vittime di tutti i delinquenti che fanno la guerra.

L’accusa è che curiamo i talebani? Leggete sul sito di Emergency le storie dei pazienti ricoverati. A nove anni si è talebani?

E se anche fossero talebani, i maschi adulti a cui non chiediamo la carta d’identità quando si presentano feriti nel nostro ospedale? Li cureremmo comunque, come curiamo i soldati afgani, le donne e gli uomini, i sunniti e gli sciiti, quelli a cui piace il football e quelli a cui piace la

buskashi. Li cureremmo perché siamo medici e questo è il nostro dovere. Non lo dico io, non lo dice Emergency: lo dice la Convenzione di Ginevra, il giuramento di Ippocrate, il diritto, l’umanità.

Forse ho tralasciato qualche accusa: scusate, sono stanca, e preoccupata. E sapete come funzionano queste cose, no? La smentita di una bufala non ha mai lo stesso rilievo della bufala quando esplode nei nostri televisori. Il danno rimane. Forse è questo che vogliono, anche se poi saranno costretti – perché i nostri sono innocenti – a lasciare cadere ogni accusa: avranno screditato Emergency, pensano.

No. Chi ci conosce non è stupido. Emergency non si farà screditare così.

Prima di chiudere il computer, uno sguardo al sito di Emergency per guardare quante persone hanno risposto al nostro appello. E’ su da 20 ore, ma per la maggior parte del tempo il sito non è stato accessibile per via dei troppi contatti: sono oltre 70.000 firme. Eh sì, chi ci conosce non è stupido, Emergency non si farà screditare così…”.

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