L’esplosione del vulcano Tambora e i suoi effetti sul clima:

domenica, 18 Aprile, 2010

La più famosa eruzione del Tambora fu quella che ebbe luogo nell’aprile 1815.
Il tutto iniziò intorno al tramonto dell’11 aprile, con una serie di potenti boati, simili a tuoni o cannonate, che misero sull’avviso le truppe britanniche che da non molto tempo si erano stanziate nella regione dopo averne scacciato gli olandesi. Questa prima serie di esplosioni cessò tuttavia rapidamente; un nuovo fenomeno parossistico, questa volta molto più intenso, cominciò il giorno 19, con esplosioni più intense (tali da far tremare le abitazioni)[2] e abbondanti emissioni di cenere che oscurarono il cielo dell’intera regione per giorni e provocarono pesanti accumuli in tutti i villaggi circostanti. Le navi incontrarono anche dopo 4 anni dall’eruzione la cenere in mare nella forma di isolotti galleggianti di pomice.
Tre mesi di convulsioni simili provocarono nel Tambora una diminuzione di quota di 1.300 metri; dai più di 4.100 metri originari, la montagna era passata agli attuali 2.850. Secondo Thomas Stamford Raffles, all’epoca luogotenente governatore di Giava, l’area in cui si osservarono gli effetti immediati dell’eruzione (tremori, rumori, ecc…) si allargava per circa 1.600 km intorno all’isola di Sumbawa.[3]

L’eruzione del 1815 è stata, a detta dei vulcanologi, una delle più potenti, almeno dalla fine dell’ultima Era glaciale; l’emissione di ceneri fu, quantitativamente, circa 100 volte superiore a quella dell’eruzione, pur rilevante, del monte Sant’Elena del 1980, e fu maggiore anche di quella della formidabile eruzione del Krakatoa del 1883.[4] Complessivamente, vennero proiettati in aria circa 150 miliardi di metri cubi di roccia, cenere e altri materiali.[5] L’eruzione, o meglio l’esplosione, creò disastri di proporzioni bibliche, con una stima di 60.000 morti dovuti sia direttamente all’esplosione che alle pesanti carestie che seguirono il disastro.[5] L’eruzione del Monte Tambora è una delle più potenti che l’uomo possa ricordare. L’esplosione coinvolse un’area enorme, comprendendo le isole Maluku, Giava e parte di Bali e Lombok. Morirono almeno 10mila cittadini a causa del flusso di gas caldo, della cenere e delle rocce. In totale oltre 117mila persone, negli anni successivi, a causa di epidemie e carestie.

L’eruzione del Tambora non fu l’unica, in quel periodo: nel 1812 esplose con violenza il vulcano Soufrière, nei Caraibi, mentre l’anno prima fu il vulcano Mayon, nelle Filippine, ad entrare in attività. Tutte queste eruzioni vomitarono enormi quantitativi di cenere e polvere nell’atmosfera, producendo un denso “velo” di polvere vulcanica nella stratosfera. Questo velo schermò una discreta parte dei raggi solari negli anni successivi, provocando uno dei periodi dal clima più freddo della (già di per sé fredda) piccola era glaciale.
La polvere restò per molti anni nell’atmosfera diminuendo la quantità di radiazione solare che abitualmente colpisce il suolo della terra. Il pianeta conobbe un’epoca di estati mancate ed inverni freddissimi, che ebbero come conseguenza scarsissimi raccolti e un impoverimento importante di vaste aree del pianeta. Il 1816, l’anno successivo all’eruzione, fu poi ricordato come l’anno senza estate.

Global effects

The 1815 eruption released sulfur into the stratosphere, causing a global climate anomaly. Different methods have estimated the ejected sulfur mass during the eruption: the petrological method; an optical depth measurement based on anatomical observations; and the polar ice core sulfate concentration method, using cores from Greenland and Antarctica. The figures vary depending on the method, ranging from 10 to 120 million tons S.[5]
In the spring and summer of 1816, a persistent dry fog was observed in the northeastern United States. The fog reddened and dimmed the sunlight, such that sunspots were visible to the naked eye. Neither wind nor rainfall dispersed the “fog”. It was identified as a stratospheric sulfate aerosol veil.[5] In summer 1816, countries in the Northern Hemisphere suffered extreme weather conditions, dubbed the Year Without a Summer. Average global temperatures decreased about 0.4–0.7 °C (0.7–1.3 °F),[3] enough to cause significant agricultural problems around the globe. On 4 June 1816, frosts were reported in Connecticut, and by the following day, most of New England was gripped by the cold front. On 6 June 1816, snow fell in Albany, New York, and Dennysville, Maine.[5] Such conditions occurred for at least three months and ruined most agricultural crops in North America. Canada experienced extreme cold during that summer. Snow 30 centimetres (12 in) deep accumulated near Quebec City from 6 to 10 June 1816.
1816 was the second coldest year in the northern hemisphere since CE 1400, after 1601 following the 1600 Huaynaputina eruption in Peru.[17] The 1810s are the coldest decade on record, a result of Tambora’s 1815 eruption and other suspected eruptions somewhere between 1809 and 1810 (see sulfate concentration figure from ice core data). The surface temperature anomalies during the summer of 1816, 1817 and 1818 were −0.51, −0.44 and −0.29 °C, respectively.[17] As well as a cooler summer, parts of Europe experienced a stormier winter.
This pattern of climate anomaly has been blamed for the severity of typhus epidemic in southeast Europe and the eastern Mediterranean between 1816 and 1819.[5] Much livestock died in New England during the winter of 1816–1817. Cool temperatures and heavy rains resulted in failed harvests in the United Kingdom of Great Britain and Ireland. Families in Wales traveled long distances as refugees, begging for food. Famine was prevalent in north and southwest Ireland, following the failure of wheat, oat and potato harvests. The crisis was severe in Germany, where food prices rose sharply. Due to the unknown cause of the problems, demonstrations in front of grain markets and bakeries, followed by riots, arson and looting, took place in many European cities. It was the worst famine of the 19th century.[5]

WASHINGTON, Usa — Una Pompei dell’Oriente. Nel 2004 alcuni archeologi americani hanno scoperto i resti di una civiltà seppellita dalla storica eruzione del vulcano Tambora nel 1815.
E’ sepolta sotto tre metri di roccia e cenere sull’isola indonesiana di Sumbawa. Si tratta di una città scomparsa che i ricercatori hanno ritrovato dopo aver esplorato una fossa scavata nella giungla circostante il monte Tambora.
I primi frammenti sono stati ritrovati immediatamente. Usando una specie di radar che riesce a esplorare sottoterra, poi, gli archeologi hanno trovato una casa seppellita sotto tre metri di cenere.
“La casa era totalmente carbonizzata – spiega il professore Sigurdsson dell’Università del North Carolina – ma dentro erano conservati due corpi carbonizzati insieme a tutte le loro suppellettili personali. Il resto della città è ancora perfettamente conservato qui sotto”.
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