Processo di Brescia: Zotto riconferma in aula quanto già detto su Tramonte

venerdì, 23 Aprile, 2010

Da Bresciaoggi del 23 aprile:

Strage, Zotto granitico: «Non ho mentito»

IL PROCESSO. Davanti ai giudici l’amico di «Fonte Tritone» che con le sue rivelazioni, secondo l’accusa, confermerebbe alcune delle dichiarazioni dell’imputato
Il teste richiamato dalla corte d’assise dopo la memoria depositata dal difensore Tramonte conferma tutto quanto dichiarato in udienza

  • 23/04/2010

«Quello che ho detto in aula è tutto vero». Maurizio Zotto richiamato ieri in aula al processo per la strage di piazza Loggia dalla corte d’assise ha ribadito, sempre sotto giuramento, di non aver «detto cose non vere». Zotto è stato riconvocato dalla corte dopo una memoria depositata l’altro giorno dall’avvocato Mita Mascialino, difensore di Maurizio Tramonte, imputato per strage con Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi, Francesco Delfino e Pino Rauti.
Nella memoria l’avvocato faceva sintesi di una conversazione avuta con Zotto giovedì scorso, al termine dell’escussione in aula: il teste avrebbe detto al legale di aver raccontato sciocchezze per fare un favore a Tramonte. Per Zotto l’avvocato deve aver frainteso quanto detto e il riferimento alle sciocchezze era relativo alle dichiarazioni di Tramonte, «non certo a quanto detto da me in aula. Posso aver detto sciocchezze nei verbali indotto da Tramonte, ma confermo tutto quello che ho dichiarato in aula».
NON ESSENDO POSSIBILE un confronto tra Maurizio Zotto e il difensore di Tramonte (non può testimoniare in aula, a meno di rinunciare al mandato di difesa), sarà la corte a decidere sull’attendibilità del testimone. Un teste che per l’accusa ha un discreto peso perchè con i suoi ricordi «anche se alcuni indotti dallo stesso Tramonte», come ribadito in aula più volte da Zotto, ci sono conferme ad alcune dichiarazioni di Tramonte (poi ritrattate) e anche alle veline inviate al Sid dall’imputato con il nome in codice di «Fonte Tritone».
E L’ATTENZIONE dei giudici ieri, dopo il veloce passaggio di Zotto, si è concentrata su Cosimo Pano, ufficiale del Ros incaricato dai pm Roberto Di Martino e Francesco Piantoni di effettuare alcuni accertamenti nella fase investigativa. Pano è stato incaricato anche di effettuare accertamenti su Antonio Molinari, teste che l’accusa considera importante perchè evidenzierebbe un legame tra l’ex generale dei carabinieri Delfino e il servizio super segreto «Anello», che aveva l’obiettivo di fermare l’avanzata «dei rossi». I pubblici ministeri Di Martino e Piantoni hanno indagato su possibili relazioni fra «Anello» e la strage di piazza della Loggia attraverso triangolazioni fra l’ufficiale Delfino, Ordine Nuovo e i servizi segreti deviati. Il ruolo di «Anello» per l’accusa è importante, ma non è stato possibile sentire Molinari in aula a causa di gravi problemi di salute. Molinari era chiamato dai pm per riferire di cene di Delfino con esponenti del Mar e di aver accompagnato una persona in via Statuto a Milano, dove c’era la sede di «Anello» nell’ufficio di Sigfrido Battaini per incontrare Delfino. Un teste considerato importante dall’accusa, ma assolutamente inattendibile dagli avvocati Stefano Forzani e Paolo Sandrini, difensori di Delfino.
I DIFENSORI dell’ex generale dei carabinieri hanno fatto evidenziare a Pano tutti gli accertamenti sulle denunce penali accumulate da Molinari, oltre che sulle sue condizioni di salute. In sostanza i difensori hanno fatto mettere a verbale che già nel ’66 venne deciso dal tribunale il non luogo a procedere nei confronti di Molinari per «vizio totale di mente». Molinari, che proprio a causa delle sue condizioni di salute non ha potuto essere presente in aula, per ribadire le sue dichiarazioni, piuttosto pesanti per l’ex generale Delfino, nella sua esistenza avrebbe avuto parecchie degenze – è stato rivelato in aula dall’ufficiale dei Ros – in ospedale psichiatrico. L’ufficiale del Reparto operativo speciale dei carabinieri ha anche evidenziato che Molinari era descritto dai medici curanti come «grafomane, con manie di persecuzione».
IN UNO DEI VERBALI Molinari aveva anche riferito che nella sua abitazione a Brescia, in via Tosio, era stata fatta scoppiare una bomba nel settembre del 1980. Un atto che Molinari aveva descritto come intimidatorio nei suoi confronti. Ma gli accertamenti successivi – è sempre lo stesso Pano a riferirne ieri in aula – non hanno fornito risultati: il 14 settembre del 1980 in via Tosio nè carabinieri, nè questura erano intervenuti per l’esplosione di una bomba.
Inutile dire che gli accertamenti investigativi, che hanno messo in luce una situazione precaria del teste chiamato dall’accusa, sono stati una vera e propria manna per i difensori Delfino.
Pano, infine, è stato pure sentito sul servizio di controllo fatto a Carlo Digilio, il pentito ormai scomparso, sulle cui dichiarazioni si basa buona parte della ricostruzione dell’accusa.
«DIGILIO era una persona molto riservata – ha dichiarato Pano -. Con noi, che facevamo vigilanza sulla sua detenzione extrapenitenziaria, parlava pochissimo, soprattutto delle sue vicende giudiziarie».
Wilma Petenzi
Wilma Petenzi

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