1815, gli effetti del vulcano Tambora in Abruzzo

mercoledì, 5 Maggio, 2010

Ancora sul vulcano Tambora e sui terribili effetti che nel 1815-1817 furono scaricati sul mondo e sull’Europa dall’eruzuione vulcanica dell’Indonesia. Questo è il resoconto di cosa è successo in Abruzzo, attraverso la ricostruzione stoirica fatta dal comune di Montedorisio (http://monteodorisio.xoom.it/monteodorisio/storia/carestia_del_1817.htm)

La carestia del 1817

La stagione agricola 1814-1815, non soltanto a livello europeo, si era conclusa con un raccolto cerealicolo sensibilmente inferiore alla media, tanto da rendere necesssaria l’adozione di alcune misure legislative. Nel Regno delle due Sicilie, già dal mese di giugno 1815, il re Ferdinando IV con il regio decreto 26 luglio 1815, a distanza di appena un mese, vietò l’estrazione per due mesi dell’olio. Il 9 novembre 1815 con un altro decreto il medesimo sovrano prorogò il divieto di esportare qualsiasi tipo di granaglie, biade, legumi e paste lavorate fino a tutto giugno 1816. I provvedimenti dovevano servire ad economizzare il consumo ed il commercio di derrate alimentari fino al nuovo raccolto. Senonchè, a partire dai primi mesi del 1816, funeste condizioni atmosferiche pregiudicarono il futuro raccolto, preludendo ad una terribile carestia. Durante la primavera del 1816, infatti, nelle tre province dell’Abruzzo si verificarono fenomeni che, pur manifestandosi altrove, raggiunsero per intensità e per durata nel comprensorio vastese i livelli più alti. In primo luogo si trattò di un freddo eccezzionale, che si protrasse fino a giugno 1816 e che non solo bloccò ogni produzione agricola, ma danneggiò le stesse piante, soprattutto ulivi e viti. Inoltre, periodiche grandinate devastarono il terri-torio riducendo in gran miseria quasi tutto il contado. Infine, impetuosi e costanti venti completarono l’opera nel desolato settore agricolo. Si ebbe una raccolta molta scarsa per quantità e qualità di prodotti, si dovette ridurre il patrimonio zootecnico e si constatò una lievitazione eccezzionale dei prezzi delle merci.
Le conseguenze, infatti, dell’irregolare svolgimento stagionale, furono di natura duplice: da un lato la mancanza quasi totale di biade, di paglia, di ghiande e addirittura delle erbe spontanee provocò una vera e propria falcidia di pecore, capre e maiali; dall’altro, le rigide temperature e le frequenti grandinate determinarono un raccolto scarsissimo di grano tenero, di orzo, di ceci, di lenticchie, di fagioli come pure di mosto e di olio. Pertanto, a partire dal mese di febbraio 1816, il re Ferdinando IV continuò a promulgare decreti: il 14 febbraio 1816, infatti, con Regio Decreto prorogò fino a tutto aprile 1816 l’esenzione dal dazio ed il premio di carlini due per ogni tomolo di grano immesso nel Regno delle due Sicilie. L’ulteriore peggioramento della situazione, a mano a mano che le scorte cerealicole anadavano progressivamente riducendosi in tutto il Regno, impose l’adozione di un importante provvedimento: la creazione in Napoli di una Commissione Annonaria, alla quale attribuire vasti poteri circa l’approviggionamento della capitale e dell’intero Regno delle due Sicilie la circolazione interna di tutti i generi cerealicoli e la loro importazione dall’estero. Se la situazione generale nell’intero regno era preoccupante, anche a Monteodorisio era sicuramente grave. Infatti lo scarssissimo raccolto di grano aveva fatto lievitare i prezzi. Se poi si pensa agli inevitabili tentativi di accaparramento e di speculazione, risulta chiaro che i più colpiti non erano i pochi benestanti che in un modo o in un altro, erano riusciti a mettere da parte già negli anni precedenti quantità più o meno cospicue di grano, che gelosamente conservavano, bensì gli abitanti comuni del paese e della campagna, i quali, abituati già in condizioni di normalità a vivere alla giornata, vedevano diventare la loro situazione estremamente precaria in tempi di penuria. Infatti mentre i prezzi salivano e nel paese il Consiglio decurionale si mostarva incapace, nella maggior parte dei casi, a fronteggiare la situazione, quest’ultima diventava allarmante sotto l’aspetto demografico. Se, a Monteodorisio, il 1815 si era concluso con 44 morti e il 1816 con 43 morti il 1817 fu un anno terribile. Tra il primo gennaio ed il 31 dicembre morirono ben 119 persone.
Il raccolto del giugno 1817 ebbe indubbiamente positivi riflessi sulla situazione generale, ma essi non interessarono tutte le famiglie. In alcune, infatti dove nei mesi precedenti erano venuti a mancare i membri più validi e tenaci, le difficoltà perdurarono ancora a lungo. A volte, anzi, peggiorarono. Ben più gravi e durature furono le conseguenze di un altro fenomeno, che si verificò in quel periodo: la svendita, da parte di tanti assegnatari, delle quote di immobili ricevute negli precedenti. In tal modo, molte persone vennero a perdere la privilegiata condizione di piccoli proprietari, mentre poche famiglie facoltose, in grado di disporre di somme di denaro anche modeste, trasssero i maggiori vantaggi, entrando in possesso delle quote di quanti, con un piede nella tomba, avevano nella svendita dei loro beni l’unica possibilità di sopravvivere.
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