Due processi sui desaparecidos da seguire. Parla la figlia di Omar Venturelli, scomparso in Cile il 4 ottobre 1973…

domenica, 2 Maggio, 2010

Sono in corso a Roma due processi di corte d’assise, la stessa tra l’altro (presidente Anna Argento), su desaparecidos in Argentina e in Cile. Due processi sui cui è necessario richiamare l’attenzione, insomma da seguire.
Il primo riguarda i desaparecidos in Argentina, dove nei sette anni di dittatura tra il 1976 e il 1983 sono “scomparsi” trentamila oppositori.
Il processo vede imputato in contumacia l’ammiraglio argentino Emilio Eduardo Massera capo della famigerata scuola della marina militare Esma. Il processo si celebra in Italia paese di origine di tre desaparecidos, Angela Maria Aieta, Giovanni e Susana Pegoraro. Le prossime udienze sono previste il 25 e 27 maggio.
Il secondo processo riguarda invece un desaparecido cileno: Omar Venturelli, un prete sospeso a divinis per il suo impegno a fianco dei contadini mapuche contro nil latifondismo e poi militante del Mir, attivo a Mapuco nel sud del paese, arrestato il 25 settembre 1973 e scomparso il 4 ottobre dalla carceri di Mapuco.
Venturelli era nato in Cile da una famiglia originaria di Pavullo (Modena). In Italia vive oggi sua figlia Paz, che all’epoca della 2scompoarsa” del padre aveva solo due anni.
L’accusato è Alfonso Podlech, procuratore militare di Temuco in Cile, regione in cui è scomparso Venturelli. Podlech, un golpista, è stato arrestato in  Spagna dal giudice Balthasar Garzon, Podlech stato poi estradato in Italia ed è detenuto a Rebibbia.
Il processo iniziato nell’autunno del 2009 va avanti abbastanza nella disattenzione generale, lo stesso si può dire del processo parallelo per i desapareciodos argentini.

Qui di seguito pubblico la memoria che mi ha inviato Paz Venturelli:

Mi chiamo Maria Paz Venturelli  e sono nata a Temuco in Cile nel 1971 durante gli anni dell’Unidad Popular. In quegli anni mia madre Fresia Cea, cilena, era insegnante al liceo e mio padre Omar Venturelli, italiano, era professore di pedagogia all’Università Cattolica di Temuco.
Il mio nome significa pace e i miei genitori lo hanno scelto perché a quei tempi potevano sognare per me e per tutti i bambini del Cile un presente e un futuro più sereni, liberi dall’angoscia della fame e dalla schiacciante povertà in cui erano costretti a vivere i ceti più umili del paese.
Il Presidente Salvador Allende fu eletto nel 1970 a suffragio universale, non solo dalla popolazione più emarginata, che vedeva in lui finalmente la possibilità di sopravvivere in modo più degno, ma anche da quella classe di professionisti ed intellettuali che vedevano nella politica della sinistra la realizzazione di una società più giusta e solidale.
Erano anni di grande lavoro e molto impegno, bisognava “organizzarsi”. Verso gli ultimi mesi la parola d’ordine che più chiaramente si udiva era “organizzarsi per difendere le conquiste del popolo”; fermare il colpo di stato che non a tutti sembrava così vicino, molti non avevano chiaramente messo a fuoco questo pericolo che si palesava con tanta forza, nelle azioni e nella manifestazioni delle organizzazioni di estrema destra.
A tutti è noto il colpo di stato che l’11 settembre 1973 ha rovesciato le sorti dello stato e del popolo cileno.
In quell’anno avevo 2 anni e due genitori ricercati dall’11 settembre stesso attraverso di bandi pubblici con minaccia di condanna a morte.
Mia madre ed io siamo rimaste in quella che era la nostra città, Temuco, fino al 4 ottobre dello stesso anno.
La situazione era già da tempo insostenibile, abbiamo quindi preso asilo all’ambasciata italiana a Santiago.
Qui abbiamo appreso la notizia secondo cui mio padre, lo stesso giorno della nostra partenza verso la capitale,  il 4 ottobre, era scomparso dal carcere in cui era detenuto dal 25 settembre.
Dopo più di trent’anni,  finita la dittatura e finito l’esilio a cui entrambe siamo state condannate dalla inumana repressione del Generale Pinochet, morto nella più completa tranquillità del proprio letto senza aver dato conto di nessuno dei crimini perpetrati, cerchiamo giustizia, verità e qualsiasi resto possa regalarci la pace e il riposo di tanti anni vissuti con l’ombra di un padre torturato, dilaniato attaccata alle caviglie.
Solo nel 1993 ho potuto mettere piede sul suolo cileno e conoscere i parenti che avevo fino ad allora solo immaginato, ho potuto conoscere persone adulte, altri figli di prigionieri politici scomparsi e vedere come riflesse in uno specchio, le speranze di mia madre e le mie di poter costruire una vita affrontando il dolore, la rabbia, l’immensa tristezza di tutti coloro che hanno pagato e pagano tutt’ora tutti i giorni il prezzo di aver sognato una società migliore.
Voglio raccontarvi cosa ho trovato di mio padre in questi anni ed in particolare nel mio breve rientro in Cile.
Omar Venturelli Leonelli, come ben si può capire dal nome, ha le sue radici nel modenese, nella comunità montana del pavullese. E’ nato in piena estate, il primo febbraio del 1942, adesso avrebbe 68 anni.
La regione dove è nato e dove anch’io sono nata, è la Regione dell’Araucania, a circa 700 km a sud di Santiago, ultima porzione di terra indigena annessa allo stato cileno, è la regione in cui sopravvive il maggior numero di persone mapuche, popolo originario delle terre dove si è insediata l’attuale repubblica.
E’ una regione basata fortemente sulle produzioni agricole e pertanto una delle regioni più conservatrici del Cile. La classe di proprietari terrieri da sempre reprime ogni forma di progresso per garantire il perpetrare del proprio potere basato sullo sfruttamento di grandi appezzamenti. Potete immaginare il furore cieco che ha mosso questi potenti personaggi senza scrupoli la legge di riforma agraria voluta dal Governo di Unidad Popular.
Essendo mio padre, da giovane, sacerdote cattolico, fu con la chiesa dei poveri che conobbe ed iniziò, insieme agli indigeni, il suo cammino  di servizio ai suoi fratelli contadini, mapuche, oppressi e sottoposti alle minoranze bianche e straniere insediatesi nell’Araucania per riappropriarsi delle terre.
Questa sua scelta gli costò a breve la sospensione A Divinis da parte della gerarchia ecclesiastica che non vedeva di buon occhio il suo impegno nel sociale a fianco della parte più emarginata della società cilena. Quindi nel 1968 entra all’Università Cattolica e vi rimane fino al 1973, quando il Generale Pinochet pose fine alla democrazia e insediò il suo regime di terrore.
Mio padre insieme a molti professori della sua facoltà fu considerato individuo pericoloso per la sicurezza dello stato.
Fu detenuto dai militari della caserma Tucapel dove rimase  giorni in regime di isolamento senza né cibo né acqua e soffrendo i continui interrogatori e le torture da parte delle forze di repressione.
Quindi fu tradotto al carcere pubblico di Temuco dove sia a mia madre che a suo padre che andava tutti i giorni a trovarlo il carcere fu sempre negata la possibilità di vederlo.
Dal carcere riusciva a scrivere piccole lettere, in particolare io ne ricordo una che scrisse a me il 30 settembre del 1973.
Siamo perciò sicure della sua permanenza in quel carcere e delle sue condizioni. Ho anche conosciuto il suo amico e compagno di cella in quel luogo terribile, che mi ha raccontato coma ha visto che lo portavano via militari, o civili travestiti da militari, il 4 ottobre dal carcere.
Anche i documenti ufficiali, tra cui il rapporto della Commissione Rettig, si fermano al 4 ottobre 1973, Omar Venturelli compare come prigioniero politico scomparso e probabilmente assassinato dalle forze militari.
Questa è l’ultima notizia certa, stiamo ancora cercando di ricomporre la trama della sua storia.
Da qui ha avuto inizio la storia della ricerca della verità e della giustizia dei familiari:
E’ stata aperta una prima inchiesta penale, originata dalla denuncia formulata da parte di mio nonno, il papà di mio papà, sig. Josè Venturelli Zanotti presso la corte di appello di Temuco nel Novembre del 1979 per presunta disgrazia in occasione della visita nella regione del Ministro Maynet. Il processo penale fu trasferito alla corte di Valdivia e il giudice si dichiarò incompetente nell’effettuare le indagini in quanto aveva verificato l’implicazione di personale militare nei fatti. Il giudice catalogò il caso come “scomparsa presunta di persona” e il 24 ottobre 1980 il giudice militare decretò la sentenza di assoluzione totale e definitiva di questa causa in base al D.L. di amnistia n° 2.191 approvato nel 1979  dalla giunta militare di Pinochet. La corte marziale del 3 settembre 1981 ha confermato l’assoluzione totale benché la situazione di scomparsa di mio papà, ovviamente, permaneva.
Questa legge, tutt’ora vigente, concede l’amnistia a tutte le persone che siano state autrici materiali, complici o abbiano fornito copertura a persone implicate in fatti delittuosi durante la situazione di stato d’assedio dall’ 11 settembre  1973 al 10 marzo 1978.
Dopo la fine della dittatura nel 1990, il 14 febbraio 1991, la Comision Nacional de Verdad y Reconciliacion, creata dal governo democratico per indagare sulla violazione dei diritti umani avvenuti durante la dittatura, ha denunciato presso la seconda corte di appello di Temuco, il caso di mio papà Omar Venturelli e altre 21 persone detenute-scomparse. Il tribunale aprì il procedimento per presunto incidente, scomparsa ed eventuale omicidio delle vittime. Nonostante ciò la sentenza fu chiusa prima temporaneamente e poi definitivamente nel 1992 per assenza di prove fino a quando non risultassero nuovi elementi.
Mio papà rimane tutt’ora scomparso.
Mia mamma, Fresia Cea ed io abbiamo portato avanti da sempre attività per il riconoscimento della memoria, della verità e della giustizia, siamo testimoni dirette della violazione dei diritti umani che ha significato la scomparsa di mio papà e di più di 3.000 altri uomini e donne in Cile.
Questo lavoro ha portato, oltre che a molte iniziative pubbliche sul tema dei diritti umani, ad una prima delibera del Consiglio regionale della Regione Emilia Romagna nel 1994 ed una successiva nel 1999 a favore della ricerca della verità e della giustizia per il cittadino di origine emiliano romagnola Omar Venturelli Leonelli.
Grazie alla campagna “Un passato ancora presente” per la ricerca della verità per i desaparecidos italiani in Cile, cui aderirono molte organizzazioni e istituzioni locali, la Regione nominò un avvocato ad hoc, Giuseppe Giampaolo, che però non fu nelle condizioni di aprire alcun procedimento giuridico in Italia, come noi speravamo. Questo perché la scomparsa di persone benché sia riconosciuto un crimine contro l’umanità non ha una sua forma giuridica come reato nel codice penale italiano, avremmo dovuto tentare un processo per omicidio aggravato, ma avremmo avuto bisogno del corpo…più volte quindi mi è stato ripetuto che non si poteva fare niente…
Nel corso di tutti questi anni abbiamo incrociato il nostro lavoro di ricerca con le madri degli scomparsi italo argentini e la rete di persone che con loro collabora. Questo ci ha permesso di entrare in contatto con due persone umanamente straordinarie, i due avvocati Giancarlo Maniga e Marcello Gentili. Questi due professionisti hanno offerto la loro assistenza gratuita ai familiari degli scomparsi italo argentini e anche a me e mia mamma. Questo incontro ha significato per noi l’inizio di un percorso di giustizia vero poiché grazie alle sentenze sugli scomparsi argentini sono riusciti a porre la metodologia della scomparsa forzata come aggravante della repressione, aprendo uno spiraglio alla possibilità di celebrare processi in assenza del corpo della vittima.
Grazie a tutto il lavoro fatto nel corso degli anni, il caso di mio papà è uno dei casi di cittadini italiani scomparsi in Cile più conosciuti e, in seguito al fermo di Pinochet a Londra nel 1998, Amnesty International ha indicato tre casi di cittadini italiani scomparsi dopo il golpe: Omar Roberto Venturelli Leonelli, Bruno Delpero Panizza e Juan Maino Canales. A presentare la denuncia presso la Procura di Roma è stato il senatore Stefano Boco, responsabile esteri dei Verdi e vicepresidente della Commissione esteri del Senato. Nel novembre dello stesso anno il ministro della Giustizia, Oliviero Diliberto, ha chiesto ai magistrati romani di procedere.  La seconda volta che Pinochet viene iscritto nel registro degli indagati a Roma, è in conseguenza della denuncia presentata il 9 giugno 1998 dai familiari di otto persone italiane scomparse in Cile, fra queste io e mia madre. Si suppone che le vittime siano cadute nell’ambito del cosiddetto “Piano Condor”, un piano di cooperazione contro gli oppositori, coordinato dall’allora dittatore cileno Pinochet, a cui avrebbero collaborato le dittature militari di Cile, Paraguay, Uruguay, Brasile e Argentina. Il fascicolo è stato messo  al vaglio del pubblico ministero Giancarlo Capaldo, il quale, come previsto dal codice per reati subiti da cittadini italiani residenti all’ estero, ricevuta l’ autorizzazione a procedere da parte del ministro della Giustizia, ha iniziato le procedure. Le due indagini sono state unificate e adesso si sono nuovamente disgiunte. Sappiamo il triste epilogo delle indagini riguardanti Pinochet in Spagna che si sono concluse con un nulla di fatto poiché mettendo il dittatore nelle mani della giustizia cilena il governo di Londra ne ha di fatto garantito l’impunità.
Questo è il preambolo, che nel mio caso copre l’intero arco della mia vita, alla vicenda giudiziaria aperta dal Tribunale di Roma l’estate scorsa. Cullato dall’ impunità di cui gode in patria, Alfonso Podlech Michaud, 73 anni, ex procuratore militare di Temuco, non ha dato peso a un mandato di cattura partito da Roma ad opera del suddetto Capaldo, contro 140 responsabili del piano Condor. E ha lasciato le frontiere «protette» del Cile per consegnarsi nella mani del nemico numero uno della dittatura di Santiago: quel Baltasar Garzón che nel ‘ 98 bloccò lo stesso Pinochet agli arresti a Londra e che – di turno all’ Audiencia Nacional, appena rientrato dalle ferie – si è trovato sulla scrivania il dossier Podlech e ha firmato la detenzione. Al momento è in corso il processo a Roma per il quale ci siamo costituite parte civile, io mia mamma, un mio giovane cugino attualmente residente in Italia, Il Comune di Pavullo, grazie al paziente lavoro dell’assessore Antonio Parenti e la Regione Emilia Romagna, grazie al tempestivo e solidale intervento del Consigliere Gianluca Borghi.
Illustre assente l’unica altra istituzione competente: la Provincia di Modena, presieduta dall’illustre pidiessino Emilio Sabattini. In maniera del tutto inattesa da parte mia, la provincia originaria della famiglia Venturelli, non ha trovato alcuna forma di partecipazione a questo procedimento in atto contro gli assassini di un cittadino originario di un proprio territorio.
Il fatto che il processo che si sta celebrano in questi giorni a Roma sia un processo politico e un processo storico per la costruzione di strade percorribili per la difesa dei diritti umani e evidente a tutti. Forse è per questo che i consiglieri della Lega Nord si sono astenuti dal votare la risoluzione per la costituzione di parte civile della Regione. Siamo quindi ancora nella situazione in cui un cittadino che è stato torturato e fatto scomparire per ragioni puramente legate all’impegno sociale e politico non merita l’appoggio incondizionato e pro attivo delle istituzioni?
Ho citato i nomi di molti che hanno lavorato con me e con mia mamma in tutti questi anni, fuori e dentro le istituzioni perché mi sono convinta che le istituzioni sono fatte di persone e che è solo l’impegno delle persone che ci ha permesso di arrivare al processo di oggi.
Come ha detto Ruth Kriess, moglie di scomparso e testimone al processo di mio papà, di tutte quelle persone che anche se non hanno vissuto in prima persona la repressione hanno agito e hanno lavorato come se tutto questo fosse accaduto a loro.
Infatti benché gli avvocati prestino il loro lavoro senza richiesta di onorario rimangono però tutte le spese vive collegate alla realizzazione del processo e grazie alla presa di posizione della Regione Emilia Romagna siamo nelle condizioni di coprire la parte concernente l’avvocato Maniga, mentre rimangono scoperte quelle dell’avvocato Gentili, grazie alla presa di posizione esattamente contraria della Provincia di Modena.

 

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