Il 12 maggio del 1977 morì Giorgiana Masi

venerdì, 7 Maggio, 2010

Giorgiana Masi è morta a 19 anni, davanti a Ponte Garibaldi, colpita alla schiena da una pallottola che proveniva dalla parte del ponte. Era la sera del 12 maggio del 1977, poco prima delle 20. In quel momento infatti Giorgiana Masi stava allontanandosi in direzione di viale Trastevere, sul ponte c’erano state delle piccole scaramucce tra i carabinieri che presidiavano l’ingresso di via Arenula e i manifestanti che transitavano dall’altra parte provenienti da Campo de Fiori e ponte Sisto. Giorgiana Masi giunge morta al vicino ospedale del Fatebenefratelli. Frequentava la Va del liceo Pasteur, partecipava a un collettivo femminista, la domenica distribuiva il quotidiano Lotta Continua.

L’inchiesta sulla sua morte fu archiviata nel 1981 dal pm Claudio d’Angelo. In  epoca successiva lo stesso D’Angelo querelò l’avvocato radicale Luca Boneschi che lo accusava di aver insabbiato l’inchiesta. Boneschi si dimise da parlamentare per affrontare quel processo, un processo che è finito chissà dove in qualche scartoffia dimenticata. “Mi dimisi ma nessuno mi disse grazie per ilo mio gesto”, ha ricordato Boneschi.
In anni più recenti l’allora ministro dell’interno Francesco Cossiga, poi presidente della repubblica, ha rilasciato varie dichiarazioni stupefacenti. La più brutta di tutte ha spinto nel 2008 la  parlamentare radicale Donatella Poretti a chiedere l’apertura di una nuova inchiesta.

« In una intervista sul Quotidiano Nazionale del 23 ottobre – ha scritto la parlamentare – , il Presidente emerito Francesco Cossiga ha consigliato al ministro dell’interno di gestire le manifestazioni e le occupazioni delle scuole in corso in questi giorni infiltrando provocatori che suscitino violenza sì da giustificare l’uso contro di loro della forza pubblica…”.
Torniamo al 12 maggio 1977: la Questura di Roma e il ministero dell’interno vietano tassativamente al Partito Radicale di tenere una manifestazione a piazza Navona per celebrare la vittoria del referendum sul divorzio. Dal 21 aprile, giorno in cui è stato ucciso un agente di polizia, vige un divieto di manifestazione su Roma. I radicali mantengono l’appuntamento, polizia e carabinieri intrervengono direttamente in piazza per sgomberare le attrezzature montate, vengono trasportati via di peso Gianfranco Spadaccia e altri radicali, in corsia Agonale vengono malmenati alcuni radicali e il deputato di Dp Mimmo Pinto, militante di Lc. La manifestazione ha  il sostegno attivo del quotidiano Lotta continua, che dopo lo scioglimento dell’organizzazione avvenuto nell’autunno precedente, sta promuovendo varie iniziative insieme ai radicali.
Sono da poco passate le 16, da quel momento in poi si moltiplicano le aggressioni in tutto il centro storico, soprattutto intorno all’asse di Corso Vittorio Emanuuele. e cominciano adf essere notati poliziotti in borghese che impugnano pistole. 
In piazza della Cancelleria un agente in divisa viene ripreso dalla cinepresaa din un residente mentre spara ad altezza d’uomo numerosi colpi di pistola in direzione di Campo de Fiori. Il filmato verrà poi mostrato pubblicamente e proiettato anche a Montecitorio dai parlamentari radicali.
Un agente con una maglietta attraversata da una striscia scura e la pistola in mano, appartenente alla Squadra Mobile si saprà in seguito, diventerà l’emblema di quell’intervento “sporco” contro i manifestanti. Non è l’unico, nelle foto che poi affluiranno in massa alla redazione di Lotta Continua che per prima pubblica molte immagini scabrose chiedendone conto al ministro Cossiga ci sono altri agenti e funzionari come il commissario Gianni Carnevale. Alcuni fotografi vengano picchiati, gli altri fotoreporter quel giorno cercano invano di dare le foto a vari giornali ma il clima è tale che nessun giornale tranne Lotta Continua le pubblicherà il giorno dopo. Le foto che escono sul quotidiano Lotta Continua sono portate in redazione da molti fotografi che normalmente lavoravano per altri giornali. In quel momento l’ukase  lanciato dal ministro Cossibga sembra aver decimato le capacità di documentazione della stampa italiana.
La notizia della morte di una giovane studentessa piomba come un macigno negli uffici di via del Vicario dove alle otto di sera siamo riuniti con Marco Pannella, Adelaide Aglietta e qualche altro. Per tutta la giornata sono state fatte pressioni sul ministro dell’interno, per fargli revocare il divieto. Hanno telegrafato anche i segretari confederali di Cgil, Cisl, Uil. Marco Pannella vedendo alle quattro del pomeriggio l’intervento in piazza Navona era corso a Montecitorio informandone tra gli altri anche il presidente della camera Pietro Ingrao. Alla luce di quel che senilmente si permette di dire ora Francesco Cossiga, aldilà delle sue strampalate elucubrazioni su fuoco amico, quel che resta di quella giornata è stato un ìnusitato spiegamento di forze impiegato anche in forme decisamente irregolari. 
Ma in quel momento il ministro di quello strano governo monocolore Andreotti sostenuto dalle astensioni esterne si permette di negare a spada tratta qualsiasi evidenza. Una  risposta arrogante che dura per tutto maggio, martellata giorno dopo giorno dalle foto che con insistenza vengono pubbliucate e ripubblicate a quel punto non solo più da Lotta Continua ma anche dagli altri giornali, e che su Lotta Continua vengono affiancate dalle vignette di Vincino. E’ una campagna di verità che sembra non arrivare mai al dunque ma che alla fine , allargata all’insieme delle forze democratiche, costringe il ministro ad ammettere la presenza di agenti in borghese e armati.
Dunque, i regimi vengono da lontano e la capacità di negare con tracotanza l’evidenza non è figlia solo dei reggenti del momento. In più, per sua stessa insinuazione il ministro di allora ha reintrodotto oggi provocatoriamente ricette che appaiono il frutto di un’esperienza consumata. Altrimenti che consiglio sarebbe mai quello dato da poco dall’ex ministro al suo successore, se non un consiglio dettato dall’esperienza vissuta in prima persona?
Chi ha sparato a Giorgiana Masi? E’ importante saperlo? Sì, lo è. Giorgiana Masi aveva solo 19 anni, uscì di casa dicendo alla madre “non preoccuparti, sarà una festa”, è stata colpita alla schiena, il suo ragazzo dopo la sua morte tentò il suicidio. Di lei ci resta un bel volto nonostante la fototessera. 

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