Il giudice Guido Salvini sulla Banda della Magliana

venerdì, 14 Maggio, 2010

Questo l’intervento scritto inviato dal Pm Guido Salvini alla presentazioone del libro di Angela Camuso “Mai ci fu pietà” presentato mercoledì davanti alla basilica di Sant’Apollinare. L’intervento non è stato letto perché alla fine della presentazione è iniziata una pioggia molto intensa che si è abbattuta sulla manifestazioone all’aperto. Salvini ricorda quii alcuni elementi fondamentali della Banda, compresi i legami con parte della Chiesa.

Mi è  dispiaciuto non aver potuto partecipare, per una seria e improvvisa ragione personale, a questa presentazione pubblica del libro di Angela Camuso come invece avevo potuto fare lo scorso mese di marzo in un affollato dibattito a Milano. 
Voglio con questa comunicazione essere comunque presente per dire che “Mai ci fu pietà” è un racconto di una parte della storia della vostra città e della vita sommersa di questo Paese, che attrae sin dalle prime pagine e rende difficile abbandonarne la lettura. 
Questo per due ragioni essenziali.  
Si basa in modo preciso su atti processuali, ma non è la piatta ricopiatura di atti giudiziari, una loro divulgazione senza vita come talvolta accade. E’ un libro scritto in presa diretta in cui personaggi e fatti sembrano visti da vicino e dal di dentro comunicandoci tutta la loro durezza.
Il secondo pregio, per me fondamentale, del racconto e che lo rende un racconto civile ed educativo nonostante la sequela di atrocità, è il fatto che non indulge e non suggerisce, come purtroppo hanno fatto altri scrittori e autori cinematografici, alcuna visione romantica degli uomini della banda della Magliana, col rischio di mitizzare in qualche modo le loro gesta, i loro stili di vita come se fossero eroi maledetti e negativi ma sempre eroi. 
Ciò che il libro comunica, e rende impossibile essere in qualche modo attratto dai suoi protagonisti, è solo malvagità, tradimento, vigliaccheria sino a farsi scudo, in un episodio raccontato, di donne e bambini, uccisione dei propri stessi amici, mancanza di ogni scrupolo morale.
“Mai ci fu pietà”, appunto. 
Proprio questa disponibilità a commettere qualsiasi nefandezza, per sete di denaro o di un piccolo potere, rese negli anni ’80 la banda della Magliana uno strumento utile per forze ben più strutturate che stavano al di sopra di essa e che si rapportavano in qualche modo con le istituzioni per inquinarne la vita democratica. 
Nel libro infatti ho trovato, e non potevano mancare, i richiami a quei rapporti organici tra la Magliana e gli ambienti dell’estrema destra eversiva che sono stati per molti anni oggetto delle mie indagini. 
Per gli ideologhi della destra eversiva romana, tra di essi il defunto prof. Semerari, la banda doveva diventare il “braccio armato” di un progetto di disordine e di guerra civile e in cambio delinquenti pluriomicidi, come Marcello Colafigli, avrebbero avuto e hanno avuto perizie compiacenti che, con l’aiuto anche di ambienti giudiziari, li avrebbero salvati da pesantissime condanne. 
Per anni, poi, i terroristi dei Nuclei Armati Rivoluzionari, la banda dei fratelli Fioravanti, hanno riscosso i crediti presso le vittime degli usurai della Magliana, hanno ricevuto da essa l’indicazione di obiettivi, hanno riciclato presso le sue agenzie gioielli e assegni provenienti dalle rapine. 
E il deposito di armi della banda, ben nascosto nello scantinato del Ministero della Sanità, fu al centro, insieme ad estremisti di destra, di quell’operazione di depistaggio che si concretizzò facendo ritrovare sul treno Torino-Milano, nel gennaio 1981, armi ed esplosivi in modo tale da inquinare le indagini sulla strage di Bologna. 
Per questa operazione, denominata “terrore sui treni”, sono stati condannati con sentenza definitiva gli ufficiali del c.d. SuperSismi che la concepirono.
Banda della Magliana significò non solo persone prelevate a casa e massacrate, con uno stile che ricorda quello dei narcotrafficanti messicani di oggi, usura spietata sino a togliere alle vittime i loro esercizi commerciali, perizie e atti giudiziari falsificati, ambigui contatti addirittura con magistrati famosi vicini al mondo della politica, ma la costituzione di un gruppo d’appoggio, a Roma, per le cosche mafiose che intendevano estendere la loro influenza  sulla capitale.
Ospite e alleato a lungo della Magliana fu a Roma, negli anni ’70, quel Pippo Calò, il cassiere delle cosche palermitane, che riciclò e investì in questa città in affari edilizi ingenti somme di denaro sporco: l’attività iniziale della mafia imprenditrice, quella dei colletti bianchi quindi.
E nella Magliana trovarono validi alleati anche faccendieri e mestatori della P2 come Flavio Carboni e Francesco Pazienza. 
Grazie a questa scuola, imprenditori della Magliana come Enrico Nicoletti arrivarono ad ottenere prestiti dalle banche impossibili per i comuni cittadini, a fare affari edilizi con l’Università di Torvergata e con il Vicariato quali l’acquisto sottocosto di una villa ceduta nel 1983, come ci racconta il libro, con l’avallo del Cardinale Ugo Poletti, lo stesso prelato che autorizzò la sepoltura di Renatino De Pedis a Sant’Apollinare.
Ma la storia della Magliana, per quanto istruttiva, non è storia solo di ieri, non è solo archeologia giudiziaria. 
Quasi tutti i capi militari della Magliana sono morti, oggi si spara di meno, ma i loro ingenti patrimoni, affidati alle menti imprenditoriali del gruppo, ancora circolano, e se ne trovano tracce, come ci racconta Angela Camuso nell’ultima parte del libro, nei finanziamenti ai “furbetti del quartierino” e nelle attività di riciclaggio del clan dei casalesi.
Concludo con una piccola provocazione. 
Copie di questo libro dovrebbero essere vendute dinanzi alla Basilica di Sant’Apollinare e regalate a chi è responsabile di quella imponente Basilica per ricordare che la sepoltura di De Pe
dis offende un luogo di culto e i sentimenti civili di questa città.
 
Vi ringrazio.
Guido Salvini
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