Fosse comuni in Colombia

martedì, 10 Agosto, 2010

– di Stella Spinelli –

Mentre una delegazione europea prende atto della fossa comune con i 2000 cadaveri della Macarena, un paramilitare confessa: ‘Per disfarci dei corpi usavamo spesso forni crematori fai da te’

Una delegazione europea, con sei eurodeputati, ha certificato durante un sopralluogo pubblico a La macarena, dipartimento centrale del Meta, culla dei Falsos Positivos, l’esistenza di una fossa comune contenente circa duemila cadaveri. A guidarla, il sacerdote gesuita Javier Giraldo, figura d’eccezione nella lotta per i diritti umani in Colombia, rappresentante del Centro di indagine ed educazione popolare (Cinep), fondazione no profit da sempre impegnata nella denuncia dei crimini di Stato e dei soprusi paramilitari. Che ha spiegato come tortura e omicidio generalizzato siano i tragici comun denominatori della normalità colombiana, anticipando come il prossimo settembre saranno presentati altri casi documentati di sparizioni forzate e omicidi in altre regioni del paese.

In una atmosfera surreale, i delegati europei hanno ascoltato, attoniti, le tragiche testimonianze dei sopravvissuti, contadini stroncati da fatica e terrore, che hanno finalmente deciso di rompere il silenzio denunciando come l’esercito colombiano usasse gli elicotteri per gettare nelle fosse i corpi di civili massacrati e spacciati per guerriglieri, con l’intento di ottenere qualche licenza speciale. Erano in tanti, circa 800, i campesinos, venuti da tutte le regioni in cui l’esercito ha agito indisturbato, ingannando, illudendo e ammazzando, a sangue freddo. Con loro anche la senatrice Piedad Cordoba, simbolo di quella mediazione con la guerriglia in nome di una pace che sembra sempre così lontana. È stata lei a tracciare il parallelo fra la gravissima crisi umanitaria che interessa le estese regioni orientali e il Plan Colombia, unito al Plan Patriota, i due programmi governativi sostenuti dagli Usa per combattere il narcotraffico e sconfiggere la guerriglia. Dei quali è conseguenza. Effetto collaterale. Mezzo giustificato dal fine: sfollare e spadroneggiare in territori preziosissimi dal punto di vista sia strategico sia naturalistico. Il tutto con un altro vantaggio: colpire le comunità dalle quali la guerriglia trae vita e sostegno, facendo piazza pulita.

Anche la eurodeputata della commissione per i diritti umani, Ana Gómez, non ha potuto che sottolineare l’aberrazione dell’assassinio di un popolo da parte di un esercito fratello. Parole, segni, da parte europea, dopo lunghi anni di colpevole silenzio, che ha permesso all’establishment colombiana di essere accolta con tutti gli onori nei loro tanti giri diplomatici nel Vecchio Continente. Dichiarazioni che forse inaugurano un’era di cambiamento nei rapporti verso uno Stato che finora ha orchestrato il paramilitarismo e complottato con il narcotraffico, nell’indifferenza generale.

E quanto questo complotto fosse fondato sul sangue e l’orrore emerge unendo come in grandi puzzles testimonianze e ricordi appartenenti a una parte e all’altra della barricata. L’ultima testimonianza shock in ordine di tempo è quella che ha rilasciato il paramilitare Iván Laverde Zapata, che davanti ai magistrati ha raccontato che per smaltire il numero impressionante di cadaveri che facevano a destra e a manca, cadaveri insostenibili perché avrebbero gonfiato in maniera inspiegabile le statistiche ufficiali, hanno funzionato per anni veri e propri forni crematori. Una maniera sbrigativa e pulita per far sparire le tracce di mattanze inenarrabili contro il popolo. Una pratica barbara, che ha subìto un’impennata proprio durante i due mandati di Uribe e della sua sicurezza democratica. Non solo. Zapata ha spiegato come in Antioquia, mentre Uribe era governatore, molti cadaveri venisero fatti sparire anche nel fiume Cauca. Stessa pratica anche nel dipartimento di Santander. Mentre altrove, si ricorreva a pratiche da macelleria: cadaveri fatti a pezzi e nascosti in varie fosse comuni, di cui La Macarena ne è eclatante esempio.

Questa è una parte della testimonianza del paramilitare: “Ci sono molti morti che non sono stati ritrovati perché qui nelle vicinanze di Medellín, ad un’ora, si trovavano dei forni crematori. Molta gente è stata bruciata. Io ho assistito a questi fatti […]. Tra il 1995 ed il 1997 le vittime venivano buttate nel Cauca, dopo aver aperto i corpi e averli riempiti di pietre […], avendo l’ordine di far scomparire le vittime, è sorta l’idea dei forni crematori […]. Dell’istallazione del forno si è occupato Daniel Mejía, era delle Auc e della Oficina de envigado. Il forno lo faceva funzionare un tale detto Funeraria, credo si chiamasse Ricardo, mentre due signori si occupavano della manutenzione delle griglie e delle ciminiere, perché si ostruivano col grasso umano […]. Portavamo al forno tra le 10 e le 20 vittime a settimana, vive o morte, e c’era un procedimento preciso da seguire: quando arrivavamo bisognava suonare e ci dicevano ‘Questa spazzatura portatela giù’, allora andavamo dentro e le portavamo in sacchi di plastica per non sporcare di sangue. Dopo aver dissanguato il cadavere, ci chiedevano: ‘Chi lo manda questo?’. Avevano una cartella in cui annotavano tutto. Noi entravamo e dovevamo aspettare le ceneri… poi si mostravano a Daniel e si buttavano al fiume o dove ci dicevano. Il forno fu inaugurato gettandovi dentro una persona viva, perché aveva rubato dei soldi “.

http://www.stampalibera.com/?p=14537

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