Dire razzista a un poliziotto non è reato quando si comporta come tale

mercoledì, 29 Settembre, 2010

Prima che con la Cassazione val la pena di complimentarsi col dottorando Christian De Vito, che nmon si limita a studiare (a Pisa) ma ha anche il buonsenso di protestare di fronte a comportamenti inaccettabili.
Ci piacerebbe che ricevesse un premio. Uno qualunque.

Dire razzista ad un poliziotto non e’ reato quando questi si comporta come tale. Cassazione
Claudia Moretti
Aduc 29 settembre 2010
Sara’ capitato a chiunque di assistere a scene di vita quotidiana in cui le forze dell’ordine adottano, nello svolgimento delle proprie funzioni, modi non proprio urbani. Che utilizzino atteggiamenti intimidatori di vario genere, scortesie gratuite e toni di voce impropri. Ed e’ anche possibile, se non probabile che, una volta su due, cio’ sia accaduto ai danni di una persona straniera.
E’ capitato al Sig. Christian De Vito a Firenze, che ha assistito, nel corso di operazioni di Polizia della Questura di Firenze finalizzate al controllo e in contrasto della immigrazione clandestina, ad un abuso immotivato della forza fisica nei confronti di due cittadini nigeriani. I due stranieri sarebbero stati fermati, identificati e, successivamente, spinti con violenza verso una ringhiera di ferro, senza motivo.
Contrariamente a quanto accade in genere, il Sig. De Vito non si e’ solo indignato, ma ha provato ad opporre alla Polizia le proprie ragioni di dissenso. Dottorando in Storia Contemporanea alla Scuola Normale di Pisa, si e’ – coraggiosamente – rivolto agli agenti, argomentando, infatti, per mezz’ora sull’ingiustizia cui aveva assistito e sulle ragioni discriminatorie dell’accaduto. Una lunga serie di pensieri e parole che poi – come era forse prevedibile – sono stati sintetizzati dagli operatori della Questura in una querela nei suoi confronti per ingiuria: avrebbe, a loro dire, dato di “razzista” alla Polizia. Ed e’ passato dalla parte del torto.
Il caso e’ finito nelle aule del Giudice di Pace di Firenze, che laconicamente ha “assolto” i poliziotti, e condannato invece l’osservatore. Questa la pseudoragione: “perche’ mai avrebbero dovuto i poliziotti trattenere gli stranieri se gia’ identificati? Cio’ non e’ credibile, non puo’ esser accaduto” (sigh!).
Inutile apostrofare l’assunto come illogico: se l’abuso e’ privo di ragionevolezza, allora non puo’ esser accaduto (il che’ ovviamente equivale a negare la possibilita’ degli abusi e degli illeciti).
La Corte di Cassazione, ovviamente e per fortuna, ha cassato senza rinvio la sentenza del giudice fiorentino, dichiarando che il fatto – la presunta ingiuria -non costituisce reato.
In primo luogo ne ha ritenuto logicamente viziata la motivazione su descritta.
In secondo luogo perche’ il fatto che parti offese siano agenti della Polizia di Stato non giustifica di per se’ una loro “maggior attendibilita’” rispetto al comune cittadino. Spetta al giudice, allora, accertare la verita’ dei fatti, al di là delle qualifiche possedute da chicchessia. Cosa che il giudice non ha fatto, dando per scontato che avessero ragione gli agenti.
Infine, la Corte di Cassazione ha ri-stabilito un principio di profonda civilta’ giuridica e civile, che contrasta con le tendenze legislative che hanno di recente reintrodotto l’oltraggio a pubblico ufficiale: criticare la polizia e’ un diritto.
Rientra, infatti, “nel diritto dei cittadini di sottoporre a controllo e a valutazioni negative l’azione dei pubblici funzionari, che appaiano difformi rispetto a norme di legge e ai supremi principi della nostra Costituzione. Queste valutazioni sono di immediata rilevanza sociale, perche’ dalla loro formulazione, indenne da reazioni punitive da parte dello Stato, dipende la sussistenza e il consolidarsi della democrazia nel nostro paese.”
Parole di grande respiro, che non necessitano di commento. Semplici e dirette. Dirette, anche, a trovare il coraggio di chiamare, sia dentro che fuori di noi, le cose col proprio nome.

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