Arrestato a Roma Ubaldo Lauro, uomo di collegamento tra ‘ndrangheta e fascisti. E vecchio conoscitore del generale Delfino, che ha accusato in aula a Brescia

mercoledì, 10 Novembre, 2010

Clamoroso scoop del Messaggero trattato però come un trafiletto, con una titolazione anonima. Arrestato a Roma un famoso pentito della ‘ndrangheta, Giacomo Ubaldo Lauro, il cui nome torna nelle più cupe vicende di sangue degli ultimi quarant’anni, da Piazza Fontana alla strage di Gioia Tauro, alla Rivolta di Reggio Calabria e al mancato golpe Borghese, un uomo dai tanti segreti che l’11 febbraio di quest’anno era tornato a puntare il dito in aula a Brescia (sopra una foto della bomba) contro il generale dei carabinieri Delfino: “E’ lui il grande depistatore…”.

La notizia trovata a quanto pare solo dal cronista Marco De Risi è stata presentata in questo modo anodino dal giornale: “Boss evaso, rintracciato al Tuscolano”. Nell’articolo De Risi spiega però: “Un boss a tutto tondo ma anche collaboratore di giustizia storico. Uno dei più importanti pentiti della mafia calabrese. Un colpaccio quello della polizia romana che, qualche giorno fa, ha messo le manette a Giacomo Ubaldo Lauro, 68 anni, originario di Brancaleone, un piccolo comune reggino, fisico minuto e provato per anni di detenzione e una vita vissuta all’insegna del crimine. Il boss è stato trovato in un appartamento anonimo in zona Tuscolana. Era ricercato da giugno quando per cure mediche era riuscito a lasciare il carcere di Sulmona per raggiungere un ospedale romano. Poi di lui si erano perse le tracce. Un lavoro di sinergia fra la squadra mobile e il Servizio Centrale di Protezione che ha dato i suoi frutti. Giacomo Ubaldo Lauro ha bleffato fino all’ultimo dando un documento falso ai poliziotti che avevano fatto irruzione in un bilocale di periferia, poi sono scattati gli accertamenti sulle sue impronte digitali e c’è stata la certezza che si trattava del boss della ‘ndrangheta coinvolto in inchieste come quella dell’omicidio del giudice Antonio Scopelliti nel ‘91 e addirittura alcune dichiarazioni del pentito confluirono nel processo sulla strage di piazza Fontana. Lauro condannato a oltre venti anni di carcere nonostante le sue dichiarazioni da collaboratore di giustizia che gli sono servite a racimolare un bel po’ di soldi e a eludere il 41 bis: il carcere duro per chi è stato condannato per associazione a delinquere di stampo mafioso. A giugno il boss è scomparso dal policlinico Casilino e non ha fatto più rientro nel carcere abruzzese. A tutte le polizie del mondo è stata segnalata la latitanza del bandito calabrese. Sono scattate indagini di vari apparati investigativi considerando che Giacomo Ubaldo Lauro è ancora impegnato come testimone in processi delicati. Negli anni ‘90 l’Antimafia reggina lo arrestò in Olanda. Era accusato di coordinare un esteso traffico di cocaina dalla Colombia, in collaborazione con Julio Jimenez, uno dei più noti narcos sudamericani. Lauro, durante il regime di carcere duro divenne collaboratore di giustizia. Lauro fece luce sulle due guerre di mafia a Reggio Calabria (centinaia di morti) fra le cosche dei De Stefano, gli Imerti e i Condello”.

Vale la pena approfondire un po’. Intanto ecco Lauro agli albori della sua collaborazione, primi anni ’90, l’oggetto è la strage fascista di Gioia Tauro, una bomba al treno il 22 luglio del 1970 che causa 6 morti e 66 feriti.  “Lauro dichiarò il 16 luglio 1993 di avere avuto rapporti con Vito Silverini, un fascista esaltato vicino ai vertici del Comitato d’Azaione  che iun quel periodo stava infiammando i moti di Reggio, nonostante fosse analfabeta – spiegano i giudici -.Lauro aveva assunto Silverini (noto come “Ciccio il biondo”) come operaio tra il 1969 e il 1970 e lo aveva reincontrato in carcere dopo essere stato arrestato per un furto alla Cassa di Risparmio di Reggio. Silverini non era nuovo all’esperienza carceraria, avendo già scontato alcuni mesi per violenze legate all’insurrezione cittadina.  Nel carcere reggino Silverini e Lauro avevano condiviso la cella numero 10.

Silverini aveSva confessato a Lauro di possedere una somma presso la Bnl data dal Comitato proprio per la bomba messa sulla tratta Bagnara – Gioia Tauro, che aveva causato il deragliamento del treno. Silverini aveva portato una carica di dinamite da miniera sul luogo insieme a Giovanni Moro e Vincenzo Caracciolo e l’aveva posizionata con un innesco a miccia a lenta combustione. Lauro in seguito ripeté la sua deposizione a Milano, al giudice istruttore Guido Salvini che stava indagando sull’attività eversiva di Avanguardia Nazionale.Lauro in un interrogatorio dell’11 novembre 1994 confessò di aver avuto parte nella vicenda, e di essere stato lui stesso a consegnare l’esplosivo a Silverini, Moro e Caracciolo. In cambio aveva ricevuto alcuni milioni di lire, provenienti dal Comitato d’azione per Reggio capoluogo…”.

Facciamo un passo idietro A Ferentino (Frosinonone) sull’Autosoloe nella notte del 26 settembre 1970 muiono in uno strano incidente d’auto quattro giovani anarchici calabresi e una tedesca. Stavano portando a Roma all’avvocato Eduardo De Giovanni documenti moloto importanti su ‘ndrangheta e fascisti. Si chiamavano Giovanni Aricò, Angelo Casile, Luigi Lo Celso, Franco Scorso, Annelise Borth. A voce pare avessero detto di avere prove sugli armatori di Reggio, i fascisti di Borghese, i clan della ‘ndrangheta. La loro morte è stata frettolosamente archiviata come un incidente.

Facciamo ora un passo avanti ai giorni nostri, l’aula. In aula arriva Giacomo Ubaldo Lauro, dal carcere di Sjulmona. Ecco il resoconto della sua testimonianza su Bresciaoggi dell’11 febbraio:

“Accuse circostanziate o parole in assoluta libertà? Riferimenti supportati da una conoscenza o solo una serie di nomi buttati a casaccio per fare scalpore? Confidenze che scottano o nomi e fatti ascoltati per caso? Sarà la corte d’assise, chiamata a giudicare cinque imputati per la strage di piazza della Loggia, a dover decidere sull’attendibilità e la credibilità di Giacomo Ubaldo Lauro, calabrese, collaboratore di giustizia, sentito ieri per la terza volta (è venuto dal carcere di Sulmona in aereo con cinque uomini di scorta) e come in precedenza prodigo di racconti fino a rasentare la logorrea. Sarà la corte d’assise a decidere cosa fare delle dichiarazioni di Lauro richiamato più volte dal presidente Enrico Fischetti a fare sintesi e a non divagare su fatti che non hanno alcuna attinenza con il processo per la strage del 28 maggio 1974.
Le accuse mosse da Lauro fanno riferimento a un legame negli anni Settanta tra la destra eversiva, la ’ndrangheta e la massoneria sotto la benedizione dei servizi segreti deviati per alimentare la «strategia della tensione» nel nostro paese. Collante, per Lauro, uno dei cinque imputati chiamati a rispondere di strage in concorso, l’ex generale dei carabinieri Francesco Delfino, nativo di Platì e all’epoca della strage comandante del Nucleo investigativo dei carabinieri di Brescia. «Lo sanno tutti che Delfino era nei servizi segreti – ha precisato Lauro -: era un reclutatore».
Certezze che Lauro dice di avere dopo le rivelazioni e le confidenze di Filippo Barreca (altro superpentito) e di Giuseppe Vernace che avrebbero dato ospitalità a Franco Freda, fuggito durante il processo a Catanzaro e rifugiatosi sullo stretto. «Io non ho mai conosciuto Freda – ha detto Lauro in aula – ma ho parlato con chi l’aveva tenuto e è riuscito a liberarsene dopo avergli procurato un passaporto per inviarlo in Costa Rica».
E cosa avrebbe saputo Lauro dai «custodi» di Freda? «Freda sulla strage di piazza della Loggia ne sapeva più di me e di lei» ha risposto Lauro rivolgendosi al pubblico ministero Roberto Di Martino e rincarando «e non era l’unico a sapere tutto, a cominciare da Gianadelio Maletti (ex numero due del Sid e dall’81 rifugiato in Sud Africa) fino al capitano Antonio Labruna».
Lauro avrebbe saputo che l’esplosivo per la strage di piazza della Loggia veniva dalla Calabria, a procurarlo era stato Fefè Zerbi, nobilmonarchico, capo di Avanguardia nazionale in Calabria.
«Ne avevano a chili di esplosivo» ha aggiunto Lauro «l’avevano preso da una nave affondata al largo delle coste calabresi».
E lo stesso Fefè Zerbi, sempre secondo il racconto di Lauro, sarebbe stato a Brescia la mattina della strage, insieme a Carmine Dominici, esponente di punta di Avanguardia Nazionale a Reggio Calabria. Lauro avrebbe informazioni anche sul tipo di esplosivo usato in piazza Loggia: “Era tritolo. In tutti gli attentati è stato usato il tritolo, l’unico esplosivo che si può bruciare anche senza innesco”.
Un ruolo di depistaggio nella strage di Brescia Lauro lo affida, sempre in base alle confidenze ricevute, a Delfino. “Delfino sarebbe dovuto intervenire in caso di possibili disguidi”, ha rivelato Lauro. Disguidi che potevano essere di ogni tipo e il capitano, sempre secondo Lauro, avrebbe dovuto trovare un rimedio.
Per il collaboratore di giustizia «la colpa della strage di piazza Loggia doveva ricadere sulla sinistra anarchica. La strategia era quella». Una strategia di destabilizzazione che Lauro avrebbe trovato confermata anche nel programma di Propaganda Due, la P2. Ma come faceva ad avere il programma della P2, ha chiesto la difesa Delfino (avvocati Stefano Forzani e Paolo Sandrini) sottolineando anche la doppia condanna per calunnia del teste. Lauro non ha fornito una risposta precisa, ma ha detto che il programma della P2 l’avevano tutti, anche Delfino: «circolava come i Baci Perugina alla festa di S. Valentino».
E l’obiettivo finale, secondo il collaboratore, del groviglio di trame oscure tra destra eversiva, criminalità organizzata, servizi e massoneria, era di arrivare a un colpo di Stato.
Lauro ha anche accennato alla presenza di un mestrino in questa organizzazione: «Si chiamava Adelio Zorzi, o Delio Sorgi – ha faticato a far luce tra i ricordi Lauro -. No, il nome era Adelfo». Accuse circostanziate o solo parole?”.

Ecco dunque in rapidi passaggi alcuni lineamenti dell’uomo arrestato al Tuscolano. Perché è scappato? Perché rompere col re4gime di collaborazione? C’entra qualcosa il fatto che a Brescia la Corte dp’Assise sta per sentenziare sulla strage del 1974? C’entra qualcosa il fatto che tra i quattro ergastoli chiesti dai Pm uno riguarda il “grande depistatore” Delfino?

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