Assolto Francesco Delfino, l’ex generale dei carabinieri già condannato per i soldi rubati ai Soffiantini

martedì, 16 Novembre, 2010

E così Delfo Zorzi potrà tornarsene tranquillamente, se vuole, in Italia. Ma l’assoluzione che getta un velo oscuro su tanti aspetti, e non solo di Brescia, è quella per l’ex generale dei carabinieri Francesco Delfino, un uomo che finora è stato condannmato per moloo di meno, i soldi fregati ai Soffiantini, con un verdetto che è definitivo di tre anni e quattro mesi. Qui ora rischiava l’ergastolo, per concorso in strage. Se l’e cavata.

Sembrava che il suo ruolo di depistatore e di collegamento tra l’eversione nazifascista del veneto e quella milanese, fosse abbastanza delineato nel processo.Tutto spazzato via da quel termine che è “assoluzione”.

Scampato alle prime occasioni di inchiesta allora su di lui Delfino si era poi rifatto una dimensione internazionale tra il Libano e gli Stati Uniti. Buccia di banana fu però alla fine l’affare Soffiantini, con tutti quei milioni fregati alla famiglia del sequestrato amico, che gli ha valso una condanna. A Brescia ora rischiava molto di più. Gli è andata bene.

Qui di seguito si ripropone il “ritratto” di Delfino firmato da Sandro Provvisionato del Tg5 e già pubblicato mesi fa su questo blog.

“Chi è Francesco Delfino? Quando all’inizio degli anni Ottanta cominciano i “regolamenti di conti” all’interno delle mura carcerarie tra le prime vittime c’è il militante nero Ermanno Buzzi. Un altro nero, Pierluigi Concutelli, assassino del giudice Occorsio, il 13 aprile 1981, assieme a Mario Tuti si incarica di strangolare con i lacci delle scarpe proprio Buzzi, maggior imputato della strage di Brescia. Buzzi era stato tirato in ballo da un suo camerata, Angelino Papa, a sua volta “gestito” da un controverso ufficiale dei carabinieri, un militare assai spregiudicato: proprio il generale Francesco Delfino. E’ infatti il cap. Delfino che, il 6 marzo 1975, a quasi un anno dal massacro, raccoglie le prime parole di un neofascista bresciano, Angelino Papa, una specie di “pentito” ante litteram, che della strage accusa se stesso e il suo camerata Ermanno Buzzi. Condannati entrambi in primo grado, verranno assolti in appello sette anni dopo quando Buzzi è già stato assassinato. Il 18 aprile 1978, nel corso di un’udienza dibattimentale, Papa ritratta accusa e autoaccusa e dichiara:
“Il capitano Delfino mi chiamò in disparte e mi disse: «Noi sappiamo che Buzzi c’entra con la faccenda della strage; se tu ci dai delle notizie, se collabori, per te c’è un regalo di 10 milioni. Per chi da notizie c’è questo regalo. Ti assicuriamo che ti terremo in disparte, non preoccuparti, tu esci». Io dicevo che non sapevo niente di questo fatto. Il capitano Delfino mi disse che dovevo confermare quello che mi dicevano i magistrati se volevo salvarmi”.
Interrogato in merito, il capitano Delfino ribatte: “Angelo Papa era tutto rosso in faccia e continuava a bestemmiare ed imprecare. Gli dissi: «Cosa bestemmi a fare? Se anche ti promettessi di farti scappare, se anche ti promettessi 10 milioni, cose del tutto impossibili, tu non risolveresti il tuo problema”. Insomma, nessun tentativo di subornazione di teste. Per Delfino è il povero Papa che scambia il condizionale per il presente.
Facciamo ora un passo indietro di due anni. È il 22 marzo 1976. L’azione si sposta alla Stazione Centrale di Milano. Un gruppo di carabinieri in borghese si muove lungo il binario 8 dove è in arrivo il rapido Venezia-Milano-Torino delle 21.30. Aspettano che dal treno scenda un brigatista rosso, Giorgio Semeria, tra i fondatori delle Br, della quale probabilmente è diventato il nuovo capo dopo l’arresto di Renato Curcio. Semeria scende dal convoglio e viene immobilizzato. Poi un brigadiere gli spara, uno strano colpo al fianco che dovrebbe trapassargli entrambi i polmoni e farlo morire soffocato dal suo stesso sangue. E’ la stessa tecnica usata per uccidere la moglie di Renato Curcio, Mara Cagol. Il militare si giustificherà dicendo che il terrorista stava per estrarre una pistola dalla tasca. Peccato che l’arma, una mastodontica Smith & Wesson che non può stare in alcun tipo di tasca, Semeria l’avesse nella cintura ancora al suo arrivo in ospedale dove, grazie al tempestivo intervento dei medici, per puro miracolo, si salva. I carabinieri sono così convinti che Semeria sia morto che quando si accorgono del contrario si precipitano in ospedale nel tentativo di portarselo via, ma si scontrano con l’intransigenza dei sanitari. Quei carabinieri finiscono sotto inchiesta per tentato omicidio. A comandarli era sempre lui: Francesco Delfino.
Piccoli incidenti di percorso che non impediscono all’ufficiale brillante carriera. Nel 1981 lo ritroviamo in Libano, nelle file del Sismi, con il grado di colonnello, al fianco di un altro colonnello più famoso di lui, Stefano Giovannone, l’uomo fidato di Aldo Moro, esponente in prima linea della politica filoaraba di una parte almeno dei governi italiani dell’epoca. Ed è così che il nome di Delfino finisce negli atti dei magistrati della procura di Bologna che indagano sulla strage alla stazione del 2 agosto 1980 nel capitolo dedicato alla cosiddetta «pista libanese», un altro clamoroso depistaggio del servizio segreto militare italiano.
Dopo il Libano, per Delfino arriva un lungo soggiorno negli uffici di New York del servizio, prima di tornare in Italia nel 1987, generale dei carabinieri, questa volta a interessarsi di mafia. Viene inviato a Palermo come vicecomandante della Legione. Vi rimane qualche anno per poi tornare al nord. Ed è al nord qui che, guarda caso, a Delfino capita tra le mani Baldassarre Di Maggio, detto “Balduccio”, il grande accusatore di Andreotti, l’uomo che racconterà del bacio tra il più volte presidente del Consiglio e il capo di Cosa nostra, Salvatore Riina. Il 9 gennaio 1993 Balduccio confida a Delfino come fare per catturare il boss dei boss, Totò Riina. Il 15 gennaio Riina viene catturato ma in realtà, oggi sappiamo, su soffiata di Provenzano, tramite Vito Ciancimino.
Poco dopo Delfino riceve un avviso di garanzia: diversi “collaboratori di giustizia” lo indicano come “referente” di Antonio Nirta, un ‘ndranghettista, tra i boss più importanti dell’organizzazione criminale insediata nel milanese. Secondo il “pentito” Morabito, Nirta era addirittura in via Fani il giorno dell’agguato ad Aldo Moro e alla sua scorta. Ma, stranamente, tutto finisce nel nulla: i riscontri alle dichiarazioni dei “pentiti” non si trovano. Come non si trovano riscontri ad un’altra accusa: l’unico brigatista ancora oggi latitante del commando che entrò in azione in via Fani, Alessio Casimirri, riparato in Nicaragua, avrebbe parlato del sequestro di Moro proprio a Delfino il 14 marzo, due giorni prima che il rapimento avvenisse realmente.
Ma la tegola più grossa casca sulla testa di Delfino qualche anno dopo. La procura di Brescia lo accusa di concussione ai danni dei famigliari di Giuseppe Soffiantini, un imprenditore sequestrato il 17 giugno 1997 e rilasciato dopo otto mesi. Furono i Soffiantini a consegnare al generale Delfino 800 milioni delle vecchie lire per ottenere la liberazione del loro congiunto. L’Arma lo sospende dal suo incarico. Il 10 aprile 1998, nella villa di Meina (Novara) del generale Francesco Delfino, vengono trovati 30 milioni e le due valigie che avevano contenuto l’intera somma. Quattro giorni più tardi il generale viene arrestato. Comincia per lui un lungo iter giudiziario che si concluderà il 23 gennaio 2001 quando la Cassazione rende definitiva la sua condanna a tre anni e quattro mesi di reclusione pe1 truffa aggravata.
Ha scritto Gianni Barbacetto: “La storia di Delfino è la storia degli incubi della Repubblica. La sua carriera ha attraversato tutti i grumi oscuri del Paese, dall’eversione nera alle stragi, dal terrorismo rosso alla mafia siciliana, dai sequestri di persona della ‘ndrangheta calabrese fino a quelli dell’Anonima sarda”.
Finora dal processo il ruolo di Delfino è emerso pienamente come depistatore e subornatore di testi.
Nell’udienza del 1° ottobre 2009 a parlare del generale è stato l’avv. Aldo Tedeschi, all’epoca dei fatti difensore di Ermanno Buzzi. Negli atti della prima istruttoria sulla strage – ha raccontato Tedeschi – c’era un documento in cui si riferiva di una riunione in cui si decise che si sarebbe dovuto “costruire un colpevole”. A quella riunione, secondo il teste, parteciparono “il pm Francesco Trovato, l’onorevole missino Giorgio Pisanò e l’allora capitano dei carabinieri Francesco Delfino il quale avrebbe detto ‘Io ho la persona giusta che può fare da capro espiatorio, bisogna solo lavorarla ai fianchi”.
Come Delfino cercò di “lavorare ai fianchi” Buzzi lo abbiamo visto. Ma c’è anche un altro testimone che accusa il generale. E’ Ombretta Giacomazzi, oggi 53/enne, che all’epoca della strage aiutava i genitori nella pizzeria Ariston, ritrovo di neofascisti. Nel 1975 Ombretta, che in seguito ha sposato un figlio di Soffiantini, venne arrestata con l’accusa di falsa testimonianza. Rimase in carcere per otto mesi e qualche giorno fa al processo ha raccontato delle “pressioni subite allora per coinvolgere persone che non hanno avuto alcun ruolo nelle vicende da me narrate. Avevo 17 anni e il capitano Delfino mi diceva ‘se parli esci, altrimenti l’accusa passa da falsa testimonianza a concorso in strage’”. Così la donna rilasciò delle dichiarazioni false. Nella strage di Brescia chi ha voluto coprire il gen. Francesco Delfino?”

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