Nel mondo delle vajasse, con Ciommetella tignosa e Paola scerpellata…

lunedì, 22 Novembre, 2010

Vajasse. A Pisa, dove per un po’ mi toccò di frequentare Lettere, sentii dire “vajasse” per la prima volta da uno studente che si chiamava Ferdinando Russo. Russo era affascinato da quel napoletano del ‘600 che aveva dato geni letterari come il Cortese e poi il Basile, suo amico. E cioè, tradotto in opere, la “Vajasseide” e “Lo cunto de li cunti overo Lo trattenimento delle peccerille”. Pochi anni separano le due opere. Al centro di tutte e due le donne popolane dell’epoca, a partire dalle serve, le vajasse, le criate, le zambracche, le femmena ‘e servizzio, le cammarere.

Giambattista Basile è il vero grande burattinaio di questo mezzo mondo, anche se veniva dalla provincia e da Giugliano dove poi finì i suoi giorni. E dove finiscono ancora oggi troppe storie del presente, a base di monnezza e schifezze varie. All’epoca trionfavano le donne spicce, di strada, le vajasse, che anche in età matura prendevano il posto delle nobildonne scelte dai letterati del nord o della Toscana. Insomma il pentamerone di Basile, il suo “cuntu” è su cinque giorni invece dei dieci alla Boccaccio,  procede con le vajasse già elette a protagoniste dal Cortese. Ma è Basile a portarle davvero in scena, giovani e soprattutto vecchiotte. Interessante, no? Ecco come Praz fotografa il “Cunto de li Cunti”. Dice Mario Praz:

”Al posto delle elette gentildonne favolatrici, Pampinea, Fiammetta, Neifile, qui troviamo Zeza sciancata, Cecca storta, Meneca gozzuta, Tolla nasuta, Popa gobba, Antonella bavosa, Ciulla musuta, Paola scerpellata, Ciommetella tignosa e Iacova squarquoia: un vero e proprio congresso di lamie. È vero che costoro, scelte dal re di Vallepelosa come le migliori della città, essendo le più svelte e linguacciute, favoleggiano nei giardini reali. Ma che giardini reali son questi! Invece di alberi solenni, una semplice pergola d’uva: il giardino reale si riduce alle proporzioni d’un modesto orto suburbano. E che re son quelli dei «cunti» del Basile! Che cosa inventa uno di essi per distrarre la figlia che non sapeva ridere? Niente di meglio che schizzare con una fontana d’olio le persone che passano dinanzi alla reggia. Trovata allegra degna di quello che doveva essere un re napoletano, il re Lazzarone, che per mettere il buonumore addosso alla delicata sua sposa, le toglieva di sotto la sedia facendola cadere…E v’è un principe che rapisce la bella non già su un cavallo alato, ma su un modesto asino, e ve n’è un altro che fa alle sassate coi monelli di strada».

(Mario Praz, Il «Cunto de li cunti» di G.B.Basile, in Bellezza e bizzarria. Saggi scelti, Mondadori, Milano, 2002)

Mara Carfagna avrà letto Basile e Cortese, chissà. Un fatto è certo, a Napoli le vajasse non sono mai finite. “Doie belle schiantune de vaiasse…”, avrebbe detto Basile. E neanche a Roma mancano, a quanto pare. Vajasse giovani e anche un po’ invecchiate, come Paola scerpellata o Ciommetella tignosa…Sepolto nella chiesa di Santa Sofia a Giugliano il Basile si starà facendo una bella risata. Vajasse…E’ la new entry del 2010, un anno pieno zeppo di vajasse.

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