Processo Podlech: un vescovo smemorato. Poi il Procuratore chiede gli atti per un teste della difesa troppo preciso…

mercoledì, 3 Novembre, 2010

Il Procuratore Aggiunto Giancarlo Capaldo dopo aver ascoltato e interrogato Enrique Mendez, teste della difesa di Alfonso Podlech chiede alla Corte d’Assise la trasmissione degli atti. Sarà valutato il contenuto della deposizione, potrebbe scattare l’incriminazione per falso.

Processo Podlech per la scomparsa di Omar Venturelli, è il giorno dei testimoni della difesa. Depongono due figure istituzionali degli anni del golpe e della morte di Venturelli, il vescovo di Temuco Benardino Pinera  (nella foto) e il responsabile dell’ufficio statistico del carcere di Temuco Enrique Mendez. Due deposizioni imbarazzanti per il non aver visto e non sapere, salvo poi alcune clamorose contraddizioni e l’ipotesi come si è anticipato di falso.

Il vescovo Pinera ha 95 anni, spiega di essere sordo e anche un po’ cieco, ma allora come ci sentiva e come vedeva. Il vescovo racconta di essersi dato da fare per migliaia di persone, “mil cases” spiega, e di aver visto solo tre volte  Alfonso Podlech dentro il reggimento di Tucapel, in un ufficio però modesto: “Non mi pare che coprisse un ruolo importante”. Il vescovo ha sostenuto di non conoscerlo da prima, di aver incontratro in precedenza solo la madre del Podlech. Infine spiega di essere stato sollecitato a questa deposizione dalla moglie dell’imputato.

Torniamo al 1973. A mandarlo da Podlech era stato il comandante del reggimento di Tucapel quando monsignor Pinera era andato per l’appunto a perorare qualche causa di detenuto. Quella di Venturelli? No, quella  no, anche se il vescovo ha ricordato l’ex sacerdote come un “hijo”, un figlio, che aveva ordinato prete proprio lui (è stato vescovo a Temuco, ha ricordato, dal 1964 al 1976-1977, poi per undici anni presidente della conferenza episcopale cilena).

Però Pinera ha anche ricordato di essersi sentito chiamare durante una sua visita al Tucapel da una voce “Obispo, mi aiuti…”. Era Venturelli, che lo chiamava da una finestra. Cercando di avvicinarsi il vescovo era stato però allontanato da un soldato. Non si può, gli era stato detto. E poi ha fatto qualcosa, gli è stato chiesto oggi in aula da Capaldo? Nulla, ha risposto placidamente.

A Sua Eccellenza poi è stato chiesto se ricordasse telefonate e richieste fatte dalla moglie di Venturelli, Fresia, dall’ambasciata italiana e lui ha detto di non ricordare.

Non ha ricordato neanche all’uscita dell’aula chi avesse sospeso a divinis Omar Venturelli, nel 1967. Stranezza, visto che era stato proprio lui vescovo.

E così non ha ricordato neanche l’incontro con Venturelli e la futura moglie Fresia, nel 1970, un mese prima che si sposassero (sopra un’immagine del loro matrimonio). “Ci incontrammo al Rincon, un ristorante italiano – spiega la vedova Venturelli, fuori dell’aula -. Il vescovo che aveva saputo del nostro imminente matrimonio chiese ad Omar di aspettare a sposarsi…”.

Il tenore della deposizione è stato chiaro: Alfonso Podlech era poco importante e nei tre incontri di allora si mostrò gentile. Insomma, non è certo quel mostro che pensate…

Poi ecco deporre un uomo sui settanta anni, molto compito, con papillon e camicia bianca. Ed ecco materializzarsi di fronte alla Corte la figura di un piccolo ragioniere della repressione, il contabile delle entrate e delle uscite dal carcere di Temuco, lo “statistico”. Ricorda, a suo modo, altri contabili dell’orrore.

Enrique Mendez è precisissimo, ci tiene a fare bella figura, strafà un po’ con le date e i ricordi. Dal ’69 al 1981 è stato a capo, con due aiutanti, della contabilità carceraria di Temuco, che nei giorni del golpe vide 800 prigionieri ammucchiarsi nella prigione. Il suo ufficetto era a sei metri dall’unica porta di uscita, lui dice di essere tornato da una missione esterna il 17 settembre del 1973 e che Venturelli doveva essere già dentro visto che non ne ricorda l’ingresso (invece l’avvocato Maniga, di parte civile, gli ha ricordato che Venturelli  risulta essere arrivato in carcere dal reggimento il 25 settembre). E invece lui: “Ho saputo il 18 settembre che c’era in carcere un sacerdote…”.

L’uomo imperterrito ha poi spiegato di aver fatto uscire il 4 ottobre Venturelli. Se lo ricorda felice che si stropicciava le mani e diceva “tra poco rivedrò la mia piccola Pacita” (la figlia che aveva allora due anni). Secondo Mendez, Venturelli se ne sarebbe uscito così, senza bagagli e oggetti personali, e ad accompagnarlo al portone sarebbe stato la guardia Fuentes “purtroppo oggi morta”.

Tutta questa dovizia di particolari, a 37 anni di distanza, ha fatto nascere varie domande. E così è venuto fuori che nel 2006 il Mendez è stato interrogato dalla polizia giudiziaria cilena che gli avrebbe mostrato un documento – così ha riferito – con la sua firma e il timbro dell’ufficio nel quale si certifica l’uscita di Venturelli dal carcere il 4 ottobre 1973. Strana anticipazione dell’inchiesta di Capaldo in Italia, che ha portato a questo procvesso iniziato nel 2009…

Secondo Mendez tutto era ordinato e preciso dentro il carcere, dove nessun detenuto ha mai mostrato segni di percosse o altro. Mai visto lì Podlech, finché non è diventato ufficialmente “fiscal” militare, cioè pm. Il che è avvenuto – ha detto con ragionieresca precisazione – dopo “ottobre, novembre, dicembre, gennaio e prima quindicina di febbraio del 1974”.

Chi firmava i documenti in quei mesi? “Il fiscal Jofrè, della Procura di Cautìn che non ho mai conosciuto”.

E tutti i detenuti che  venivano portati al reggimento per essere torturati? “Beh, forse avveniva dopo la chiusura del mio ufficio, alle sei…Si diceva che questo accadesse”. Mai cancellati detenuti dai registri? Solo un caso, spiega. Poi più avanti ammette con pacifica reassegnazione: quando ce lo chiedeva il comandante del carcere depennavamo i nomi.

Depennare. Insomma, scomparire…

Alla fine della sua deposizione Mendez guadagna l’uiscita. Fuori della porta c’è il vescovo. I due scambiano qualche battuta. Dice Mendez tutto fiero e sottovoce, ma si sente lo stesso: “Nessun problema, ha visto che resistencia…Ho mostrato resistencia”.

Il processo riprende il I dicembre. La difesa di Podlech mostra un certo affanno a comunicare con certezza i nomi dei cileni convocati a dare una mano al fiscal di Temuco. Non tutti sembrano aver voglia di correre dal Cile in suo aiuto.

Dal Cile ricevo questo comunicato stampa:

Comunicado de Prensa – Audiencia del 3 de Noviembre 2010.

Durante el dia de hoy  se  llevo a cabo una nueva audiencia en el juicio en Roma contra el ex fiscal militar de Cautin, Alfonso Podlech Michaud.

Se presento el testigo de la defensa, Sr. Bernandino Piñera.

El ex fiscal Podlech Michaud pretendia asi usar el testimonio de un alto representante de la Iglesia de Chile, para avalar su buena conducta y su inocencia.

Contrariamente a esos deseos, el Sr Piñera hizo una declaracion  extremadamente vaga, donde no entrego evidencias del buen caracter de Podlech ni ayudo a su defensa.

Reconocio, eso si, que Podlech pertenecia a una familia poderosa, latifundistas de la region, y tambien  reconocio que el ex fiscal militar tenia completo conocimiento y poder sobre los presos politicos que se encontraban en el Regimiento Tucapel (entre ellos se encontraba Omar Venturelli), ya que declaro que se habia presentado al Regimiento los primeros dias después del golpe de estado, para  interesarse por la situación  de los presos politicos en ese recinto, y se le habia informado que tenia que hablar con Podlech, que era quien se ocupaba de esto.

Cuando se le hicieron preguntas acerca de los detalles de su declaracion y lo que sabia de Podlech y de Omar Venturelli, sus respuestas fueron vagas y su testimonio no aporto información precisa y fidedigna. Incluso declaro algunas cosas, que se saben que no eran ciertas, como que Podlech Michaud no vestia uniforme militar en el Regimiento, contradiciendo lo declarado por el ex fiscal Podlech, ante esa misma Corte, que si lo hacia. Y que el no conocia a los familiares de Omar Venturelli, cuando el mismo Sr. Piñera, en su primera declaracion, en el juicio habia mencionado que queria a Omar Venturelli como hijo y lo habia ordenado de sacerdote, además hay evidencias de conversaciones y cartas que existieron entre los padres, la esposa y la hija de Omar Venturelli con el Sr. Piñera. Igualmente hay testigos que han declarado y poseen evidencias de haber solicitado al Sr. Piñera que ayudara a Omar Venturelli. Como lo expresara la viuda de Omar Venturelli, Fresia Cea, estas declaraciones ajenas a la realidad pueden deberse a la  avanzada edad del Sr. Piñera, si no fuera asi la unica explicación seria  que el Sr. Piñera ha decidido no ceñirse a la verdad de los hechos.

El segundo testigo, fue Enrique Ivan Mendez Fuentes, funcionario de gendarmeria al momento de los hechos, quien recito una declaracion, aprendida de memoria, que luego se desmorono al comenzar las preguntas del fiscal y los abogados acusadores. Declaro que el habia estado con Omar Venturelli haciendo los tramites de la libertad de este y lo habia visto irse en un jeep con personas desconocidas, si bien, tuvo que aceptar que desde donde el estaba no se tenia vista a la calle.   Mendez  hablo extensivamente de lo brillante de su carrera en gendarmeria, lo que motivo que la Corte pidiera a Chile antencedentes de su trayectoria laboral. Además, declaro que se acordaba exactamente de Omar Venturelli, luego confeso que habia sabido que habia “salido en libertad” el 4 de Octubre de 1973, solamente porque se lo habia indicado el detective a cargo de la investigacion, cuando lo habia entrevistado. La Corte para validar su testimonio y lo detallado de sus recuerdos de una situación que habia pasado hace tanto tiempo, le consulto sobre hechos recientes, los cuales no supo contestar ya que no se acordaba.  Luego, cuando se le pregunto tuvo que reconocer que habia un estructura en la carcel que   sacaba a los presos desde la carcel de Temuco,  fuera de las horas de trabajo sin que estos estos hechos se registraran en los libros de estadistica que manejaba el.

Estos dos testimonios, contrariamente a lo que la defensa de Podlech esperaba, no cuestionaron ningun aspecto de la acusacion sino mas bien debilitaron la defensa.

Es de la opinión de los abogados de la familia de Omar  Venturelli, que estos testimonios fortalecieron la linea de defensa y acumularon elementos a la evidencia contra el ex fiscal Podlech.

Los abogados de Podlech volvieron a cuestionar la nacionalidad italiana de Omar Venturelli, y pidieron nuevos antecedentes, lo que fue desestimado por la Corte  ya que este asunto se encuentra zanjado y no cabe ninguna duda que Omar Venturelli era italiano.

La defensa presento certificados medicos de Podlech los que fueron cuestionados por la corte quien decidio que el 9 de diciembre se haria una pericia medica de parte de la acusacion y la defensa.

El caso contra Alfonso Podlech, continúa fortaleciendose. Esta establecido, más allá de toda duda, la responsabilidad del ex fiscal militar Alfonso Podlech en crimenes de lesa humanidad llevados a cabo en la Region de La Araucania

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