Profughi eritrei in Libia. Abbandonati a se stessi, ricattati, soggetti all’ambasciata di un paese da cui fuggono…

martedì, 16 Novembre, 2010

Che fine hanno fatto i 300 profughi eritrei in Libia? Ricordate la mobilitazione per strapparli ai lager in cui la polizia libica li aveva reclusi nell’estate scorsa (nella foto). Salvati da un protocollo faticosamente strappato sono di fatti abbandonati e il loro permesso in Libia sta scadendo. Per rinnovarlo dovrebbero passare attraverso l’ambasciata del paese, l’Eritrea, da cui fuggono. Una follia. Il reportage dell’Unità:

Libia, eritrei ancora all’inferno: «Abbiamo paura, l’Italia ci aiuti»
l’Unità, 16-11-2010
UMBERTO DE GIOVANNANGELI
Braccati. In clandestinità. Si appellano all’Italia. «Salvateci». L’Unità riapre il caso degli oltre duecento eritrei che erano stati segregati questa estate nei lager libici. Oggi tornano a reclamare giustizia…
ROMA -Braccati. In clandestinità. Non possono tornare indietro. Se cercano la fuga verso l’Egitto rischiano di morire nel deserto o essere sparati dalle guardie di frontiera egiziane. Dimenticati. Senza speranza né diritti. Sono ancora lì. Vivono alla giornata cercando di non farsi beccare dalla polizia. Invocano l’intervento dell’Italia. Inutilmente. Sono gli oltre duecento eritrei che nell’estate scorsa erano stati segregati per giorni nei lager libici e poi rimessi in «libertà» dopo una campagna di stampa internazionale che aveva costretto le autorità libiche ad allentare la presa. In quei giorni drammatici, l’Unità documentò le violenze e gli abusi che gi oltre duecento eritrei subirono nel carcere di Misratah e nel centro di detenzione di Brak vicino Seba, nel sud della Libia. Sono passati più di tre mesi da quei giorni e sulla vicenda degli ex segregati di Brak è calato il silenzio. Un silenzio pesante. Un silenzio complice. Un silenzio che l’Unità ha inteso spezzare, con la collaborazione di un sacerdote coraggioso: Don Mussie Zerai, eritreo, responsabile dell’ong Habesha, un’associazione che si occupa di accoglienza dei migranti africani.
BRACCATI
«Li ho sentiti per telefono ieri – racconta il sacerdote missionario -. Erano disperati. Si sentono abbandonati al loro destino. La loro richiesta all’Italia è sempre la stessa: attivare un piano di reinsediamento». Vivono di espedienti. A far loro compagnia è la paura. Paura di essere fermati in una delle retate organizzate dalle forze di polizia libiche. Il permesso rilasciato loro dalle autorità libiche è scaduto da diversi giorni. «Per ottenere un nuovo permesso – spiega a l’Unità Don Zerai -devono presentare documenti che vengono rilasciati dall’Ambasciata eritrea, il Paese dal quale sono fuggiti».
CLANDESTINI A FORZA
«Ognuno di loro – rimarca Don Zerai – ha i requisiti per ottenere il riconoscimento dello status di rifugiati, ma non hanno avuto la possibilità di far valere le loro ragioni». Pochi giorni fa, il 9 novembre, la Camera dei deputati ha votato un emendamento al Trattato Italia-Libia presentato dal Radicale Pd Matteo Mecacci che chiedeva all’esecutivo di «sollecitare con forza le autorità di Tripoli affinché ratifichino la Convenzioni Onu sui rifugiati e riaprano l’ufficio dell’Unhcr a Tripoli (chiuso lo scorso 8 giugno, ndr) quale premessa per continuare le politiche dei respingimenti dei migranti in Libia». Quel voto vincola il Governo all’azione. La realtà è ben altra. Quei disperati, racconta Don Zerai, non possono avvicinarsi all’ufficio dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati di Tripoli perché rischierebbero di essere fermati dai militari che stazionano fuori dell’ufficio. Essere fermati comporterebbe l’arreso immediato e finire in un carcere con criminali comuni. Per il Governo italiano la «pratica» resta chiusa. Alla faccia del pronunciamento parlamentare. Quei duecento rischiano di fare la stessa fine di di sedici ragazzi e cinque ragazze di nazionalità eritrea, tutti profughi, prelevati dalle autorità libiche dalle loro abitazioni nella città di Bengasi, nella notte dello scorso tre settembre: «I ragazzi – ricorda Don Zerai – mi raccontarono di essere stati messi assieme a persone che hanno commesso reati quali omicidi, stupri, spaccio di droga…Trattati alla stregua di criminali comuni». Questo avveniva nel centro di detenzione di Algedya, mentre le cinque ragazze erano state condotte nel carcere di Kuifia, nei pressi di Bengasi. Anche della loro sorte non se ne sa più niente. «La soluzione per noi – insiste il responsabile di Habesha – continua a rimanere quella di avviare un programma di reinsediamento. Per tutti i rifugiati e i richiedenti asilo che sono in Libia, l’unica soluzione vera è di essere reinsediati in un Paese che garantisce i loro diritti. È quello che continuano a chiedere: vogliamo essere accolti in un Paese democratico che rispetta i nostri diritti di richiedenti asilo e di rifugiati».
Quello del Governo italiano è un silenzio vergognoso. Tanto più alla luce degli impegni chiesti dal Parlamento. Un silenzio imbarazzato e ingiustificabile, reso ancor più grave dopo la raffica di no «sparata» dalla Libia nei giorni scorsi in sede Onu. Tripoli ha rifiutato di adottare una legislazione sull’asilo a tutela degli immigrati, di ratificare la Convenzione Onu sui rifugiati e continua a respingere un’intesa sulla presenza dell’Unhcr nel Paese. «Lo schiaffo della Libia all’Onu rende sempre più grande il problema politico e l’imbarazzo del governo Berlusconi per i suoi rapporti acritici con il Paese di Gheddafi», osserva Sandro Gozi, capogruppo Pd nella commissione Politiche Ue di Montecitorio. L’eco di quel voto è giunto ai duecento «desaparecidos» eritrei, alimentando una speranza. Che non va uccisa.
Il Trattato con Tripoli
L’emendamento passato alla Camera vincola il governo

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