Sif drè a fa gnènt lé per chèi s-cècc? La màma la sta màl tòte le olte che la varda la televisiù

lunedì, 22 Novembre, 2010

Gru di Brescia. Il ministro Maroni voleva usare la forza. Ma Palazzo Chigi – cioè Gianni Letta – ha accettato la proposta di una mediazione. A farla è stato Maurizio Zipponi, responsabile lavoro per l’Idv, bresciano. Grazie a una telefonata del padre, ex operaio…Il retroscena su Bresciaoggi del 22.11.2010:

Zipponi: «Sull’accordo alla gru c’era il placet di palazzo Chigi»
Bresciaoggi.it, 22-11-2010
IL RETROSCENA. A una settimana dalla fine dell’occupazione, uno dei «facilitatori» rivela come s’è risolto il dramma. La svolta: «Decisivo aver riattivato i contatti con i 4, e che grazie a Cgil Cisl e diocesi le istituzioni abbiano rinunciato all’opzione militare»
Brescia. Fra i «facilitatori» che hanno agito senza clamore per risolvere il problema dell’occupazione della gru, e arrivare all’accordo che ha sciolto il dramma, c’è stato anche Maurizio Zipponi, responsabile nazionale del lavoro per l’Italia dei valori. Quasi un ricorso storico visto che fu lui, nell’estate del 2009, a mediare quando sulla gru, all’Innse di Milano, c’erano operai italiani. La sua testimonianza rivela alcune autorevoli «benedizioni» all’accordo, e le modalità in cui ci si è arrivati.
A richiamare sul caso-gru l’attenzione di Zipponi, che si trovava a Roma, è stata curiosamente una telefonata del padre, anziano operaio. «Mi chiama al telefono e mi dice “Sif drè a fa gnènt lé per chèi s-cècc? La màma la sta màl tòte le olte che la varda la televisiù”» (Non state facendo niente per quei ragazzi? Tua mamma sta male tutte le volte che li vede alla televisione, ndr.). Zipponi assume informazioni, segnala a palazzo Chigi la situazione critica e da un referente che non cita (ma dovrebbe essere Gianni Letta) riceve il via libera per muoversi. Nel week end che prelude all’accordo è sotto la gru. E registra il muro contro muro: «Da una parte l’opzione del ministro Maroni, aperta all’azione di forza, dall’altra il presidio che incitava i lavoratori a resistere. C’era insomma uno scontro fra due entità che stavano sotto la gru, mentre quelli che stavano sopra – con i telefonini ormai scarichi – erano tagliati fuori».
Il primo atto è stato ripristinare i contatti fra loro e le istituzioni attraverso un elementare sistema di walkie-talkie. «Ristabilito questo dialogo è ripartita la trattativa diretta con loro. Intanto qualcosa cambiava anche ai piedi della gru. Grazie a Cgil, Cisl e a padre Toffari, nelle istituzioni bresciane, ma con un punto di grande osservazione da parte della presidenza del Consiglio, è prevasa la linea del dialogo. Ci si è resi conto che la città si trovava sull’orlo del baratro: c’era il rischio di sprofondare nella guerra all’immigrato. In precedenza, però, era successa un’altra cosa important, e cioè che 41 associazioni – da Cl alla Cgil – si erano espresse per soluzioni ragionevoli. Brescia – commenta Zipponi – è una città moderata, ha nel lavoro il suo tratto distintivo, e il valore della vita è ancora un punto dirimente».
IN QUESTO scenario la situazione s’è sbloccata: «La decisione di scendere è stata dei quattro – assicura Zipponi – non è stata eterodiretta. Ha prevalso l’accordo nell’ambito dell’attuale legge, s’è individuato un percorso con cui ognuno di loro ha il massimo della protezione legale. Ad oggi nessuno di loro, e neppure degli altri scesi in precedenza dalla gru, si trova nè in galera, nè in un Cie, nè è stato espulso. I legali stanno facendo bene il loro lavoro».
Zipponi esclude che quella dei manifestanti sia stata una sconfitta: «Annozero ha dato alla protesta una visibilità che i lavoratori italiani si sognano. La logica militare, qualla sì è stata sconfitta. Tutte le forze politiche hanno capito che la Bossi-Fini va cambiata».
Nasce da lì la riflessione «di prospettiva» di Zipponi. «Raccolgo l’appello del sindaco Paroli per un nuovo patto sociale. Però bisogna sapere che dalla frittata non si ritorna alle uova. E la frittata è questa sanatoria che ha applicato due pesi e due misure, regolarizzando colf e badanti e non saldatori e muratori». Secondo Zipponi Brescia, con la sua vocazione di provincia industriale, «ha dato agli immigrati l’idea che qui c’è da lavorare, e che con il lavoro si ottiene il permesso».
PER L’EX SINDACALISTA è giusto partire proprio da lì, dal lavoro, per stabilire il confine fra legalità e illegalità. Altro terreno su cui affermare la legalità «è perseguire i cinque bresciani noti che hanno incassato 5.000 euro da ciascuno dei 200 immigrati a cui hanno promesso regolarizzazioni».
L’Idv sta cercando di mettere delle pezze in sede legislativa «prorogando di 12 mesi il tempo per l’immigrato che perde il lavoro e deve rinnovare il permesso di soggiorno», estendendo «il modello di Verona dove il procuratore ha stabilito che debba rimanere a disposizione della gisutizia, dunque in Italia, l’immigrato che denuncia chi l’ha truffato», e infine modificando la Bossi-Fini. Il tema di fondo, del resto, è ormai chiaro: «La Bossi-Fini affronta il tema in termini di emergenza. Ma oggi che i lavoratori stranieri rappresentano il 20-30% della forza occupata in settori-chiave, l’immigrazione va affrontata come fenomeno di sistema. Tenendo il lavoro come elemento-guida».

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