Dopo 28 giorni sono scesi tutti i migranti della torre di Milano. Abder Rajat portato al Cie di via Negrelli rischia l’espulsione

venerdì, 3 Dicembre, 2010

Via Imbonati, Torre ex Carlo Erba, Milano. Dopo 28 giorni di protesta sulla torre anche gli ultimi due immigrati, del drappello iniziale di cinque migranti che protestavano per la sanatoria truffa, sono scesi. Per uno, il marocchino Abder Rajat, è scattato subito il trasferimento al Cie di via Negrelli. Il vicesindaco De Corato ne ha subito chiesto a gran voce l’espulsione. L’altro, l’italo-argentino Marcelo Galati, è sceso per ultimo, ad attenderlo la moglie incinta. Galati  ha nazionalità italiana e per lui non scattano provvedimenti.

Finisce dunque in questo modo, al momento,  la seconda protesta degli immigrati dopo quella iniziale di Brescia (nella foto un’assemblea sotto la torre).

Oggi sull’Unità Luigi Manconi si rivolge con una lettera a Susanna Camuso segretaria della Cgil per ricordarle che in questa fase di lotte in cui in molti sono saliti sui tetti insieme agli studenti nessuno ha avuto la volontà di fare lo stesso con le torri e le gru degli immigrati.

“Cara Susanna Camusso, tra tanti arrampicatori sui tetti (Antonello Venditti ben due volte, su quello della facoltà di Architettura di Roma), non c’è stato uno che abbia deciso di salire sul terrazzino della ex Carlo Erba di via Imbonati, a Milano – ha scritto Luigi Manconi -. In quello spazio ristretto, da ormai 28 giorni, si trovano cinque stranieri. La loro azione, appena successiva a quella intrapresa a Brescia, ha il medesimo obiettivo: il rilascio del permesso di soggiorno per quanti non hanno ottenuto la regolarizzazione a seguito di comportamenti illegali dei propri datori di lavoro. A ciò si aggiungono altre richieste, tutte ragionevoli (dal prolungamento del permesso di soggiorno per chi avesse perso il lavoro al riconoscimento della cittadinanza per chi nasce o cresce in Italia), ma è quella prima indicata la più urgente. Sullo sfondo, c’è una realtà di abusi e truffe, di discriminazioni e di sperequazioni, di speranze deluse e di aspettative frustrate. La vicenda di Brescia e quella di via Imbonati mostrano come la “sanatoria” del settembre del 2009, oltre a essere di dubbia costituzionalità (discrimina in base al tipo di attività lavorativa svolta), ha consentito che su individui, già costretti a una vita marginale e a condizioni di acuta disparità, gravassero meccanismi di pressione e ricatto ai limiti dell’estorsione. L’esito è stato che migliaia di stranieri hanno versato, di tasca propria, cinquecento euro più altro denaro destinato ad agevolare le pratiche, mai giunte a buon fine, in gran parte dei casi. Per una volta, il danno e la beffa, sono stati perfettamente contestuali, per molti versi prevedibili, spesso pianificati. Si è trattato, insomma, di una vera e propria sopercheria ai danni di chi si trovava in una condizione di estrema debolezza, nelle zone in ombra del mercato del lavoro, privo di potere contrattuale e di garanzie legali. Quelli che sono saliti sulla gru di Brescia e quelli che si trovano tutt’ora sulla torre della ex Carlo Erba sono le vittime ultime di un atto di prepotenza statuale, che produce e riproduce discriminazione per via istituzionale. I sindacati e, in particolare, la Camera del lavoro di Milano seguono la vicenda che si manifesta drammaticamente in quegli uomini inerpicati a una trentina di metri dal suolo ma che riguarda migliaia di persone. Di lavoratori. Tutti devono contribuire a che si trovi una soluzione intelligente, capace di disinnescare un meccanismo che rischia di portare tanti – che si battono per conquistare legalità e visibilità – in una condizione di irregolarità e di occultamento nelle pieghe più oscure del mercato del lavoro e della vita urbana.
Cara Susanna Camusso, mi auguro con tutto il cuore che i sindacati sappiano trovare una soluzione, innanzitutto per una ragione di diritto. Ma non solo. Tra gli iscritti alla Cgil sono 380 mila i lavoratori stranieri e moltissimi altri aderiscono a diverse organizzazioni sindacali. Questo conferma inequivocabilmente che quella dell’immigrazione non è più – se mai lo è stata – una questione di “buoni sentimenti” e nemmeno di solidarietà. È un pezzo, piuttosto, della questione sociale complessiva: e della questione sociale complessiva al tempo della nuova Grande Crisi. Per quest’ultimo motivo, sarebbe un grave errore ritenere che i cinque stranieri sulla torre siano un elemento periferico e residuale, da trattare con sufficienza quasi fossero altrettanti “casi umani”. Si tratta, invece, del “fattore umano” di una contraddizione profonda che registra il mercato del lavoro in presenza di grandi trasformazioni nazionali e sovranazionali. Guai, perciò, a pensare che “ben altri” siano i veri problemi. No, non è così: quei lavoratori sono, per un verso, i destinatari finali di un provvedimento di legge discriminatorio e irrazionale (e autolesionistico); e, per altro verso, costituiscono la conferma dei processi di mutamento del senso comune e della mentalità condivisa nel nostro paese. Il loro isolamento, l’imbarazzo che creano, la distanza incalcolabile tra loro e la città, sono altrettanti segnali di un radicale cambiamento in atto nella percezione collettiva della natura e del senso del legame sociale. Un numero crescente di italiani ritiene che, per sopravvivere alle intemperie (economiche e sociali) sia necessario, o comunque inevitabile, escludere, selezionare, discriminare. Non sono razzisti, quegli italiani che la pensano così. Sono spaventati. Anche per questo motivo, sarebbe utile un gesto, un messaggio, un’azione. Che so? Ritroviamoci sotto quella torre della ex Carlo Erba (attenzione: ho detto sotto, che c’ho un’età)”.

A questo punto aggiungiamo: impediamo ora che sono scesi che l’immigrato marocchino sia espulso dall’Italia. Isoliamo uno come De Corato che lo chiede. L’Italia deve voltare pagina anche prima del 14 dicembre.

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