I profughi eritrei sono a Rafah, in mano al tagliagole Abu Khaled

lunedì, 13 Dicembre, 2010

I profughi eritrei sono a Rafah, nel Sinai. Il tagliagole che li detiene, uno “smuggler” noto in zona, si chiama Abu Khaled. Rafah è una cittadina del Sinai con 70 mila abitanti, non sembra così difficile scoprire dove stanno i 250 eritrei in mano ai trafficanti che ne hanno già uccisi otto. Il governo egiziano ha il tono meravigliato di chi non capisce tutta questa attenzione alla situazione e rinvia al mittente, l’Italia che ha respinto questi profughi. Una mozione con parlamentari chiede un intervento per poter poi assegnare i profughi ai paesi europei che li possano ricevere. Intanto il dramma si prolunga e il timore è che possa finire in un eccidio generale. L’ultima corrispondenza è  del giornale cattolico L’Avvenire, del 13.12.2010. Accludo anche un pezzo di Repubblica del 10.12.2010:

I predoni non si fermano, uccisi altri profughi eritrei

Ilaria Sesana (L’Avvenire) 13.12.2010

Continua la tragedia dei profughi eritrei nel deserto del Sinai. Altri due giovani sono stati uccisi ieri dai trafficanti che da quasi un mese li tengono imprigionati e in catene. Un duplice omicidio che porta ad otto la tragica conta da quando questi poveretti sono finiti nelle mani dei predoni. A dare la notizia don Mussie Zerai. «Avevano meno di trent’anni ed erano due diaconi della chiesa ortodossa che animavano e guidavano nella preghiera il gruppo dei prigionieri – spiega il direttore dell’agenzia Habeshia-. Già qualche giorno fa i predoni avevano strappato le loro Bibbie.
Erano visti un po’ come gli animatori del gruppo e li hanno accusati di aver lanciato l’allarme».  Nemmeno tra le associazioni che da settimane tengono i contatti con il gruppo dei profughi si sapeva che ci fossero due diaconi tra i prigionieri. Anche se, nella chiesa ortodossa eritrea, si definisce diacono non solo chi ha ricevuto l’ordinazione, ma anche i semplici animatori che guidano la comunità nella preghiera.
Dopo le catene e le botte, gli stupri subiti dalle donne e le privazioni di un mese di prigionia ieri si è consumata l’ennesima tragedia. L’accusa ai due giovani, la brutale esecuzione di fronte a tutti gli e nuove violenze. Una tragedia cui si aggiungono le menzogne delle autorità locali che negano la presenza di questi ostaggi nel loro territorio. «Li hanno picchiati selvaggiamente, accanendosi in cinque su una sola persona. Alcuni sono quasi in fin di vita – racconta con voce rotta don Mussie -. Il ragazzo con cui di solito sono in contatto è stato picchiato così duramente da non riuscire nemmeno a parlare».
A quel punto è stata una giovane a prendere in mano il cellulare e aggiungere agghiaccianti particolari: da qualche giorno gli aguzzini non danno più nemmeno l’acqua ai loro prigionieri che sono costretti a bere le proprie urine per sopravvivere. «Lei continuava a piangere: sono stati picchiati sulla pianta del piede per costringerli a telefonare nuovamente ai loro parenti per chiedere aiuto -conclude don Mussie-. Ogni volta sentirli è uno strazio».
La situazione precipita di ora in ora, dopo il cauto ottimismo di qualche giorno fa. Si sono persi anche i contatti con il gruppo formato da circa un centinaio di profughi che venerdì è stato prelevato dalla prigione di Rafah e trasferito non si sa dove. «Non riusciamo a contattarli telefonicamente e non sappiamo dove li abbiano portati -spiega Roberto Malini, co-presidente del Gruppo EveryOne-. Il nostro timore è che Abu Khaled, il trafficante che fin dall’inizio ha avuto in mano i 250 profughi africani, li abbia rivenduti ad altri predoni». Ma l’angoscia più grande, che pesa sul cuore di chi sta lottando per salvare queste persone, è che i profughi possano sparire nel nulla, vittime dello spietato traffico clandestino degli organi.
L’attenzione mediatica che in queste settimane si è concentrata sul Sinai probabilmente infastidisce Abu Khaled e i suoi complici, sebbene possano contare su una vasta rete di supporto nella città di Rafah e, probabilmente, anche della complicità della polizia locale. «Non è possibile che centinaia di persone possano essere imprigionate in una città come Rafah che conta poco meno di 70mila abitanti, dove ci sono persino un carcere e una stazione di polizia. In una delle aree più militarizzate del Medioriente, a pochi chilometri dalla frontiera con  Israele», aggiunge Malini.
Eppure il governo egiziano (il solo che potrebbe agire concretamente per risolvere la situazione) continua a tentennare. Voci disperate che nessuno sembra voler ascoltare. “È una cosa assurda. Non si può più aspettare i tempi delle diplomazie, perché la gente sta morendo di fame e di sete – si tormenta don Mussie -. Quella che sta accadendo è una vera e propria barbarie: chiediamo che la comunità internazionale condanni tutto ciò e che richiami il governo egiziano a intervenire con decisione».
“Quello che sta succedendo è orribile”, conclude Roberto Malini che, assieme a Matteo Pegoraro e Dario Picciau, co-presidenti del Gruppo EveryOne, sta lavorando in queste ore per ottenere le necessarie autorizzazioni per raggiungere Rafah. «Speriamo di poter partire già martedì o mercoledì -spiega-. Da lì, probabilmente, potremo intervenire con maggiore efficacia».

Profughi eritrei, “Ci vendono ad altri come loro”

La Repubblica, 10.12.2010

Il timore che siano per essere “venduti” ad altri trafficanti della zona. Il rischio di essere coinvolti nel traffico di organi in mano alle bande. La replica del governo egiziano: “tutto è cominciato con il rifiuto di certi Stati ad accoglierli”. L’appello di un gruppo di parlamentari italiani e del Centro italiano per Rifugiati
ROMA – Poco dopo le 10 di stamane c’è stato un nuovo contatto fra padre Moses Zerai – direttore dell’agenzia eritrea Habeshia – con i profughi eritrei, i quali hanno  riferito che ieri sera un centinaio di loro (in tutto sarebbero 250) sono stati spostati di nuovo, dove erano prima del trasferimento di un paio di giorni fa, ma ancora non si sa  esattamente dove siano. aumenta intanto il timore che siano in procinto di essere “venduti” ad altri trafficanti della zona. “Siamo molto preoccupati per quello che sta accadendo nel Sinai – dice padre Zerai – tra sequestri di persona, traffico di organi e commercio di esseri umani, tutto in mano alle bande di beduini, che all’occasione  uccidono, come è già accaduto”.
I Parlamentari italiani. Deputati e Senatori del Parlamento Italiano e rappresentanti di associazioni umanitarie hanno oggi lanciato un appello alle Istituzioni Europee affinché ci sia un loro immediato interessamento per promuovere una evacuazione umanitaria del gruppo di profughi sequestrati in Sinai verso il territorio europeo. Firmatari dell’appello Savino Pezzotta, Livia Turco, Matteo Mecacci, Rita Bernardini, Paola Binetti, Benedetto Delle Vedove, Guido Melis, Marco Perduca, Flavia Perina, Jean Leonard Touadì, Luigi Zanda, Gennaro Malgieri e Luigi Manconi Presidente di A Buon Diritto.
La proposta. L’appello raccoglie la proposta lanciata dal Consiglio Italiano per i Rifugiati 1- CIR per spingere affinché si agisca subito attraverso una evacuazione umanitaria dei profughi sequestrati. Una volta in salvo sul territorio dell’Unione si potrà deciderne la distribuzione tra i diversi Stati Membri rispetto alla disponibilità che i Governi dovranno segnalare, nella logica di una equa condivisione di responsabilità. L’evacuazione umanitaria rappresenta l’unico segnale in grado di garantire alle autorità egiziane che, nel caso della liberazione dei profughi, non verrebbero lasciate sole nella gestione di questa difficile crisi umanitaria, ma riceverebbero il supporto dell’Unione Europea. E’ necessario sottolineare che molti di questi migranti sono stati costretti a una nuova via di fuga dopo la chiusura delle frontiere europee a seguito della politica dei respingimenti. Molti provengono dalla Libia e ci sono testimonianze circa la presenza tra questi di persone respinte a pochi chilometri delle coste italiane.
La risposta egiziana. Nel frattempo, il ministero degli Esteri egiziano si dice “sorpreso dalle dichiarazioni attribuite ad alcune parti che non hanno tenuto in considerazione la sofferenza di questi eritrei, cominciata col rifiuto di certi Stati ad accoglierli e che si sono infiltrati in Egitto in modo illegittimo”. E’ quanto si legge in un comunicato del ministero degli Esteri egiziano, prima presa di posizione ufficiale sulla vicenda del gruppo di eritrei tenuti in ostaggio nel Sinai. Il comunicato sottolinea inoltre che le informazioni “circolate a questo riguardo non sono confermate”.

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